Presidente forte, democrazia debole

L’elezione di Mattarella per un secondo mandato mostra l’incapacità del sistema politico di far funzionare in maniera fisiologica la nostra democrazia.

Cinzia Sciuto

E infine tornammo alla casella di partenza. Dopo una settimana di balletti, caminetti, vertici, nomi bruciati e veti incrociati abbiamo quello che avremmo potuto serenamente avere al primo scrutinio, lunedì scorso, se solo i leader politici che ci ritroviamo avessero avuto l’umiltà di riconoscere che non sarebbero stati in grado di trovare un accordo su nessun altro nome. Perché tutti i balletti, caminetti, vertici, nomi bruciati e veti incrociati li avrebbero potuti consumare nelle settimane precedenti l’elezione, risparmiandoci l’indecoroso spettacolo di un parlamento allo sbando, con gruppi parlamentari così frammentati al loro interno da non riuscire a portare avanti compattamente neanche qualche candidatura di bandiera anche solo per segnalare la propria esistenza in vita (con l’eccezione, ahinoi, di Fratelli d’Italia).

Il doppio mandato non è previsto dalla nostra Costituzione, ma non è neanche vietato. Per cui sul piano strettamente istituzionale l’elezione di Mattarella per un altro settennato è perfettamente legittima. Certo però non è quello a cui i padri costituenti pensavano quando hanno disegnato funzioni e durata della presidenza della Repubblica (è stato lo stesso Mattarella a segnalare l’anomalia di questa eventualità) e non si può non osservare che si tratta di una soluzione che mostra l’incapacità del nostro sistema politico di far funzionare in maniera fisiologica la nostra democrazia.

Dal punto di vista strettamente politico, poi, a contare non è solo il cosa si è deciso ma anche il come. C’è infatti una grossa differenza fra lo scenario nel quale Mattarella bis fosse stato eletto al primo scrutinio e quello davanti al quale ci troviamo invece oggi: nel primo caso sarebbe stata una scelta politica, che avrebbe mostrato se non la forza, quantomeno la responsabilità delle forze politiche; nel secondo rappresenta solo l’uscita d’emergenza obbligata di una classe politica non solo debole, ma anche irresponsabile.

L’unica vera buona notizia di questa vicenda è lo sfaldamento della coalizione di centro-destra che senza Berlusconi è (o almeno pare) allo sbando completo. La candidatura del leader di Forza Italia aveva ibernato le dinamiche interne alla coalizione. Una volta venuta meno quella, è stato una specie di “liberi tutti” che ha condotto Salvini a bruciare uno dietro l’altro sia nomi che erano nati per essere bruciati (la famosa “rosa” Nordio, Moratti e Pera) sia candidature che invece parevano realistiche, a partire da quella dell’attuale presidente del Senato Casellati, la cui elezione è stata scongiurata da un nutrito gruppo di franchi tiratori del centro-destra (che non finiremo mai di ringraziare per averci risparmiato non solo una presidente indegna ma anche il fatto di dovercene persino rallegrare perché sarebbe stata la prima donna al Colle). Certo, sarà tutto da vedere se le fratture mostrate dal centro-destra in questa occasione sono prodromi di una crisi più duratura o se invece Lega, FdI e FI saranno in grado, anche senza Berlusconi, di trovare un centro di gravità in vista delle elezioni (2023 o prima, dipende di fatto da Salvini).

Infine, ci sia consentito di rivolgere un pensiero a colei che è stata fino all’ultimo in pole position in queste elezioni: la signora Unadonna Alquirinale. Cara amica, non si dia per vinta: nel 2029 avremo certamente ancora bisogno di Unadonna Alquirinale. Anche solo per bruciarla di nuovo.

Erri De Luca: “Mattarella bis mostra la paralisi senile dei partiti”



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