Dagli attacchi alla Cgil a quelli ai diritti civili: cosa si sta apparecchiando

È possibile che si stia preparando qualcosa di analogo a quello che è accaduto nel Ventennio? L’idea che dopo il 25 settembre Meloni e i suoi possano sedere da maggioranza schiacciante in Parlamento è scenario con il quale cominciare a fare i conti.

Maria Concetta Tringali

Da settimane sono sotto attacco le Camere del lavoro della CGIL. È notizia di qualche giorno fa, a Catania, come già a Palermo, Agrigento, Cagliari, Milano; sono segnali questi (chiarissimi) del clima, delle aspettative, e di quello che probabilmente si prepara.

“Il fascismo è un fenomeno di decadenza caratteristico del nostro tempo, espressione della progressiva dissoluzione dell’economia capitalistica e della corruzione dello Stato borghese”. Basta qualche riga della Risoluzione dell’Internazionale Comunista, datata 5 luglio 1923, per trovarsi a riflettere quanto meno sulla ciclicità di certe dinamiche politiche e, in fondo, per provare a capire di più della storia stessa.

Rileggere il presente con una lente che ci permetta di ingrandire il passato, può servire a interpretare l’oggi. A spingere fino in fondo quest’esercizio, si può arrivare a frenare giusto in bilico davanti a scenari traumatici.

Qualcosa di analogo a quello che si è apparecchiato nel ventennio, è possibile che si stia apparecchiando in questo nuovo ventennio? Proviamo a scavare.

“Più si cerca di penetrare il fenomeno fascista, e più se ne vedono i multiformi elementi ed aspetti, più si riconosce pericoloso semplicismo quel di coloro che lo definirono la guardia bianca a servizio della borghesia. La vera borghesia indubbiamente se ne serve, ma il fascismo non avrebbe avuto vita e vigore, se non si fosse alimentato di molti altri coefficienti ed aiuti.  Il fascismo a me pare che sia contemporaneamente: una controrivoluzione della borghesia propriamente detta a una rivoluzione rossa che non ci fu (come atto insurrezionale) se non allo stato di minaccia; una rivoluzione o meglio una convulsione di ceti medi, spostati, disagiati, e malcontenti; una rivoluzione militare”. La riflessione che torna in mente in queste ore è tratta dalla Critica socialista del fascismo, di Giovanni Zibordi (Cappelli, Bologna 1922).

L’idea che dopo il 25 settembre Meloni e i suoi possano sedere da maggioranza schiacciante, in Parlamento, è scenario con il quale cominciare a fare i conti.

A leggere i sondaggi il 23,8% dell’unico partito politico italiano che reca – e rivendica con fierezza – la fiamma tricolore nel suo simbolo è un dato (raccolto ed elaborato da SWG per conto di La7) che non lascia spazio a interpretazioni troppo dissonanti. Il richiamo è certamente storico, per capire se sia anche politico bisognerà guardare ai contenuti.

Ma che certe spinte ci siano ancora è ipotesi che ci suggeriscono i fatti. Basta andare a guardare dentro ai lavori parlamentari.

Partiamo dalla legislatura presente. Camera dei deputati, proposta di legge costituzionale d’iniziativa della deputata Meloni e dei deputati Lollobrigida, Prisco, Montaruli, in rubrica “Istituzione di un’Assemblea per la riforma della parte II della Costituzione“.

La proposta, presentata il 28 marzo 2022, parte dalla premessa di una necessità, anche legittima: garantire che nella repubblica parlamentare si abbia stabilità di governo.

Tuttavia, non si annuncia di mettere mano alla legge elettorale ma si pensa di fare ben altro, cambiare la Costituzione.

L’obiettivo paventato è infatti chiarissimo ed è quello di una “profonda revisione del sistema, volta alla riedificazione, e non alla mera, formalistica ristrutturazione, dell’architettura istituzionale della Repubblica”. Il metodo e lo strumento scelti sono quelli della istituzione di un’Assemblea per la riforma della parte II della Costituzione, all’interno della quale veicolare il merito.

Ci si predispone a una nuova Costituente, insomma, che riscriva la Carta costituzionale nella sua parte più centrale, potremmo dire nucleica.

Le premesse fanno parte integrante dell’atto – si sa – e perciò vanno guardate attentamente.

“Solo un’Assemblea per la riforma della Costituzione, elettivamente legittimata e costituita – si legge nel testo che è all’esame della Commissione Affari Costituzionali in sede referente dallo scorso 6 luglio – potrà decidere quale assetto prefigurare e in quale modo tale nuovo assetto possa informare, in senso e contesto, i diritti che, pur formalmente intoccati, appare chiaro assumeranno una differente fisionomia, nella rinnovata architettura istituzionale”.

Diritti informati dal nuovo assetto, diritti che pur formalmente intoccati assumeranno una differente fisionomia nella rinnovata architettura costituzionale: un brivido non può non percorrere chi legge, se solo ragioni di quali diritti si sta immaginando una così nebulosa trasfigurazione.

Una certezza l’abbiamo e riguarda il numero dei componenti di questa nuova Costituente: cento membri, scelti tenuto conto della recente legge costituzionale che il 19 ottobre 2020 (la n. 1) ha ridotto la composizione numerica delle Camere del Parlamento. Seppur davanti alla “delicatezza degli interventi riformatori”, il testo sottolinea un’esigenza di “snellezza”.

La portata della riforma in questione è immensa. Ciò risulta chiaramente anche dalla proposta di legge che non fa mistero di come ogni modifica organica della parte II finirebbe “inevitabilmente per riverberarsi anche sul portato sostanziale delle libertà e dei diritti sanciti nella parte I”.

Ma vi è di più, il testo all’art. 2 prevede che l’Assemblea svolgerà le funzioni mediante l’approvazione di un’unica legge di revisione costituzionale “secondo le disposizioni della presente legge costituzionale, in deroga alle procedure previste dall’articolo 138 della Costituzione”. Per l’approvazione e la promulgazione della legge costituzionale, il testo sarà validamente adottato se approvato dall’Assemblea con la maggioranza qualificata dei due terzi dei suoi membri.

L’ipotesi che si apparecchia dovrebbe bastare a toglierci il sonno: si tratta di delegare la riforma degli 85 articoli dedicati all’ordinamento della Repubblica, a un’Assemblea chiamata a operare in modo snello (oltre che rapido, dal momento che la durata dei lavori è fissata in un anno) e in deroga alle procedure costituzionali.

A ragionare di soli numeri, basterà ricordare che l’Assemblea costituente della Repubblica italiana, eletta il 2 giugno 1946, fra deputati e deputate ne contava 556.

Quello che si preannuncia è dunque un periodo di grandi trasformazioni, di cambiamenti sospinti da forze non adeguatamente rappresentative: interessa (o dovrebbe interessare) ognuno e ognuna di noi.

Che cosa bolle in quella pentola è presto detto. Al netto degli slogan da campagna elettorale, per capire quale tipo di riforma Meloni e i suoi abbiano in mente basterà andare indietro di qualche anno, fino al testo depositato l’11 giugno 2018 (n. 716): “La proposta di legge costituzionale modifica la parte II della Costituzione, innanzitutto introducendo l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, e, in questo contesto, definendo il nuovo ruolo del Capo dello Stato nell’ambito del Governo. Egli, infatti, presiede il Consiglio dei ministri, dirige la politica generale del Governo, può revocare i Ministri. Infine, è introdotto l’istituto della sfiducia costruttiva, attraverso la quale una delle due Camere può determinare la caduta di un esecutivo, ma solo indicando il nome del futuro Primo ministro”.

Sarà chiaro che stiamo andando con grande lena verso il presidenzialismo, notoriamente cavallo di battaglia della destra italiana e di FdI. Il tutto con una retorica populista che – mi sia consentito – non può non dirsi fascista, nei modi come nei toni: “Il presidenzialismo consentirebbe agli italiani di sapere un minuto dopo le elezioni chi governa l’Italia e come la governerà. Ancora il presidenzialismo, collante dell’unità nazionale, consentirebbe alla nostra nazione di discutere serenamente dell’articolazione dei poteri decentrati, senza che si possano temere spinte centrifughe”.

Nel nome – sguaiatamente urlato – della sovranità popolare si spinge insomma per un Capo dello Stato che sia “emanazione del suffragio universale”, in un’ottica che dovrebbe indurci tutti a riflettere molto e seriamente la mattina del 25 settembre.

Cosa si apparecchia è allora una riforma presidenzialista, e una riscrittura dell’architettura costituzionale (voluta da quasi 600 tra deputati e deputate) per mano, oggi, di un’assemblea di 100 membri che decideranno a maggioranza dei due terzi. Se la matematica non è un’opinione il pericolo è altissimo.

Spostandoci sul piano dei diritti e delle libertà, non c’è da stare più tranquilli.

Per il prossimo futuro, ci sarà da fare i conti con la certezza che passerà dal veto (più che dal voto) dell’ultradestra cattolica ogni decisione che riguarderà la vita e la morte; quando quel Parlamento deciderà per tutti e per tutte, spogliando ciascuno e ciascuna di ogni scelta personalissima, manipolando e poi negando diritti che sono e dovrebbero rimanere fuori da ogni negoziazione, sapremo di avere delegato troppo, o forse tutto in questo 25 settembre, ma sarà tardi per rimediare.

Di esempi, concreti, del rischio che di nuovo corriamo possono farsene ancora molti. Coincidono in parte con le battaglie delle donne, con le loro libertà sempre sotto assedio, iniziando dall’aborto che è autodeterminazione e insieme declinazione del diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, e che nel mondo (dagli Stati Uniti alla vecchia Europa) resta oggetto di grandi aggressioni.

Sulla interruzione di gravidanza la posizione di FdI è netta: dalla mozione (respinta) per far dichiarare Roma “città per la vita”, fino al comizio spagnolo per Vox. Giorgia Meloni non lascia spazio a dubbi: “sì alla cultura della vita, no a quella della morte”, con un esplicito richiamo alle posizioni dei pro-life.

Innegabili, saranno – è chiaro – le ripercussioni che toccheranno la vita privata, specie le volte in cui questa non godrà di una  “accettabile” dimensione pubblica: famiglie che fino al 24 settembre avranno immaginato di poter scegliere l’amore che vogliono, che avranno sognato per sé e per i propri cari un’adeguata copertura normativa  a garantire un’indifferibile tutela su questioni e diritti inalienabili, si troveranno sotto un fuoco incrociato.
Molto altro sarà destinato a restare sullo sfondo. La regolamentazione di un fine-vita degno è legge alla quale sappiamo per certo che, da questo autunno (laddove la vittoria delle destre dovesse farsi risultato reale), non arriveremo più.

L’oggi non sembra aprire orizzonti diversi rispetto a ciò cui condusse la “convulsione dei ceti medi, spostati, disagiati, e malcontenti” di cui scriveva Giovanni Zibordi nel ventennio del Novecento.

Possiamo tuttavia pensare che si tratti pur sempre di una previsione e che le urne potrebbero anche smentirla.



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