Lo spappolamento dei Cinquestelle, l’astensionismo e altri racconti

Il crollo di Conte. Il boom di Meloni. Salvini al bivio. E la sinistra che dovrà tornare a fare politica.

Mauro Barberis

Il dito nella piaga l’ha messo Giorgia Meloni, leader in pectore del centrodestra uscito vincente da questa prima tornata amministrativa. Questo Parlamento eletto nel lontano 2018, ha detto la Giorgia nazionalpopolare, vede ancora come primo partito il M5S, uscito dalle elezioni comunali a pezzi: mai in doppia cifra, a volte, come a Genova – che non è mai stata la capitale del Movimento, Grillo abita a Sant’Ilario, e di questi tempi ha altro a cui pensare – al tre per cento, altrove come a Taranto e Padova, ancora meno. Al punto che Renzi, gongolante, già prevede di sorpassarli anche con il suo due per cento.

Di qui una conclusione obbligata, per la Meloni: il centrodestra di governo stacchi la spina a Draghi e si vada alle elezioni il prima possibile. Così, se gli alleati le rispondono di no, come ha fatto Salvini quasi in tempo reale, lei continua a monopolizzare l’opposizione, con Fratelli d’Italia primo partito stabile e la Lega avviata verso lo stesso declino dei Cinquestelle. Se gli alleati le rispondono di sì, invece, e si va a votare in barba allo spread e alla crisi economica in agguato, lei si mangia non solo Salvini, ma forse anche la strana coppia Salvini&Berlusconi, unitasi solo per non consegnarle le chiavi del centrodestra. Qualunque cosa facciano gli alleati, insomma, lei vince: per dire come siamo messi.

Ma torniamo alla piaga in cui la leader di FdI ha messo il dito: lo spappolamento del M5S. Il loro presidente, Conte, si era sbattuto assai per queste amministrative, ben sapendo che le comunali, salvo le eccezioni di Roma e Torino, sono sempre state il tallone d’Achille dei grillini. Rileggendo per sbaglio le dichiarazioni da lui rilasciate l’autunno scorso dopo un’altra sconfitta, colpisce il fatto che ripeta le stesse cose: bisogna ripartire dai territori, darsi un’organizzazione locale, come tra l’altro non fanno neppure più i partiti tradizionali. Quando invece la patria del Movimento è sempre stata il web.

Mi è rimasta più impressa, però, un’altra frase di Conte, perché suggerisce una spiegazione delle attuali difficoltà tanto del M5S quanto della Lega: «Non possiamo cercare giustificazioni di comodo. Ma c’è un dato che mi fa male, ed è quello dell’astensionismo». Già, l’astensionismo record, come in Francia, dove votare era ancora più importante, trattandosi di elezioni politiche. E non parliamo della (giustissima) astensione dinanzi a referendum incomprensibili, ma del voto per i sindaci che amministrano le nostre città.

Questa voce dal sen fuggita suggerisce una spiegazione della crisi del Movimento e del populismo in generale. Il grillismo, il leghismo, ma anche il populismo di sinistra francese, sono stati l’estremo rimedio per una disaffezione verso la politica, e il voto, che cresce da decenni. Gli slogan dissennati, l’occupazione dei media, l’uso pervasivo di internet e dei cellulari, sono serviti a questo. Nel caso del M5S, certo, per dare una risposta definitiva bisogna aspettare una seria analisi dei flussi elettorali. Ma a naso non credo che i loro voti finiscano a destra, come qualcuno già ipotizza: andranno ad alimentare quella enorme sacca del non-voto dal quale provengono. Altro che il campo largo con i grillini progettato da Letta e dal Pd. Nell’Italia post-pandemia, post-Ucraina, e anche post-populista, il paese riscopertosi moderato che si fida più solo dei Draghi e dei Bucci, la sinistra dovrà tornare a fare politica, pensando anche ad alleanze diverse.

CREDIT FOTO: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI



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