Dalle comunali alle politiche: aridatece er doppio turno!

Il voto di ottobre per Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli e altre città racconta tanto delle politiche che verranno. E della necessità di una diversa legge elettorale.

Mauro Barberis

Il 3 e il 4 ottobre si vota nelle maggiori città italiane, per l’elezione dei sindaci rinviata causa Covid, e secondo i sondaggi il centrosinistra, con o senza i Cinquestelle, rischia di vincere quasi dappertutto. A Roma, il tribuno Michetti, candidato di FdI più ancora che della Lega, potrebbe sì arrivare in testa al primo turno, per la divisione dei suoi tre principali avversari, ma verrebbe poi asfaltato al secondo turno da qualsiasi secondo arrivato: fosse questo il Pd Gualtieri, l’enfant du pays Calenda, o persino la grillina Raggi.

A Milano, il sindaco uscente Beppe Sala, uscito dal Pd per un’alleanza più larga, potrebbe vincere già al primo turno, anche senza i voti Cinquestelle, contro il primario candidato dal Centrodestra ma noto solo perché gira armato in ospedale. A Napoli l’ex ministro Manfredi, l’unico candidato importante comune a Pd e M5S, vincerebbe a mani basse contro il giudice Catello Maresca, quattro delle cui liste, compresa quella della Lega, sono state escluse per irregolarità. Anche a Bologna la strada sarebbe spianata sin dal primo turno per il candidato del Pd. L’unica grande città dove c’è ancora incertezza sarebbe Torino, dove Pd e M5S insieme avrebbero la maggioranza, ma storicamente si guardano in cagnesco.

Qualcuno dirà: ma come, i sondaggi per le politiche, da tenersi alla scadenza della legislatura, nel 2023, non danno forse il centrodestra unito sfiorare la maggioranza assoluta? Perché questa differenza fra comunali e politiche? Le ragioni principali sono tre. Intanto, la destra populista dei due maggiori partiti, FdI e Lega, ha la sua classe dirigente migliore nelle regioni, mentre nei comuni è spesso costretta a candidature improvvisate. Poi, nei grandi centri urbani si votano fisiologicamente i progressisti, nelle periferie e nelle campagne i conservatori oppure, oggi, i populisti: si pensi agli Stati Uniti, dove i democratici sono concentrati nelle grandi città delle due coste, mentre i repubblicani sono dispersi nel Midwest e nel Sud.

Infine, e forse soprattutto, in Italia i sistemi elettorali sono diversi per le comunali e per le politiche. Alle politiche si vota a un turno, il che favorisce il voto di pancia, mentre alle comunali c’è il doppio turno, che promuove un voto più riflessivo almeno nel senso di tagliare le estreme: centrosinistra e moderati, cioè, si coalizzano contro la sinistra o la destra estrema al secondo turno. Si pensi alla Francia, cui il doppio turno ha sempre risparmiato un governo del Front National, perché socialisti e gollisti, divisi su tutto, si sono sempre coalizzati contro la destra populista.

Tutto questo, d’altra parte, non è una semplice curiosità. Le grandi città sono importanti di per sé, la vittoria del centrosinistra può influire sul voto per il Presidente della Repubblica e sulla durata della legislatura, e induce a riflessioni sulla stessa legge elettorale per le politiche. Cambiarla avrebbe dovuto essere uno dei primi obbiettivi del governo Conte ter, ma resta un obiettivo dell’alleanza Pd-Cinquestelle, su questo estensibile al centro renziano-berlusconiano. Le ultime disavventure giudiziarie di Berlusconi, mettendo una pietra tombale sulle sue ambizioni per il Quirinale e recidendo il suo ultimo legame con la destra, forse riaprono i giochi per una maggioranza Ursula, da Leu a Forza Italia. In Parlamento ci sono i voti per una legge elettorale a doppio turno, capace di isolare una destra impresentabile non solo nelle grandi città, ma prima e soprattutto in Europa.

CREDIT FOTO: ANSA/FABIO FRUSTACI

 



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