Il doppio binario della comunicazione fascista

Tranquillizzare l’elettorato, indebolire il Parlamento, trasformare lo Stato. Il ritorno della modalità comunicativa tipica di Benito Mussolini.

Teresa Simeone

Quando si parla in politica di doppio binario si va inevitabilmente col pensiero alla modalità comunicativa tipica di Benito Mussolini che, da un lato, rassicurava la popolazione, il governo, la borghesia sulla “costituzionalità” del fascismo e, dall’altro, cercava di accontentare e compiacere le frange più estreme del partito, o meglio di quella parte che faceva quotidianamente uso della violenza e non era disposta, su questo, a cedere terreno. L’obiettivo era tranquillizzare l’elettorato, indebolire il Parlamento e dare inizio alla trasformazione dello Stato: quando, dopo la Marcia su Roma, divenne presidente del Consiglio, si trovò, infatti, a dover collaborare con liberali, popolari, democratici, oltre che con nazionalisti. La cautela era una necessità.

Non dimentichiamo che, inizialmente, molti intellettuali, compresi politici di lungo corso come Giolitti, guardarono con simpatia, dopo il caos del biennio rosso, a Mussolini come all’uomo che avrebbe arginato il “pericolo comunista” e riportato l’ordine sociale, nella convinzione che il fenomeno fascista fosse una risposta estemporanea al malcontento popolare dilagante e che una volta al potere tutto sarebbe rientrato nella normale prassi parlamentare. Lo stesso discorso del Bivacco del 1922 rispose appunto, da un lato, all’esigenza di mostrare il volto ragionevole del fascismo neogovernativo, dall’altro a rivelare alle anime più insofferenti del partito e agli intransigenti come tale misura non fosse definitiva bensì provvisoria. Ciò che accadde qualche anno dopo col delitto Matteotti è cosa nota: da allora iniziò il vero e proprio regime con la sfrontata fascistizzazione dello Stato.

Ciò che a noi interessa sottolineare, perché sempre in nuce e potenzialmente presente nella storia, è l’ambiguità della fase iniziale di fenomeni come il fascismo, quando Mussolini utilizzava accenti pacati per chi temeva una radicalizzazione della violenza, nel mentre, sull’altro fronte, alimentava l’antipolitica, stigmatizzava l’inadeguatezza della classe dirigente e la debolezza delle istituzioni, tollerava aggressività e intemperanze. È una modalità spesso applicata, sia pure adeguata alla diversità dei tempi. Nei discorsi pubblici si assume un registro socialmente “accettabile”, che diventa estremamente moderato quando il contesto è internazionale, dall’altro, nelle riunioni ristrette, si cede alla battuta che i fedeli si aspettano, si ride della barzelletta razzista, si indulge a discorsi che devono tenere accesa la fiamma ideologica. E allora, pur di allargare il consenso indispensabile a governare, si può anche decidere di apparire incoerenti, anzi di “evolversi”, di superare vecchie e anacronistiche passioni giovanili, di appianare le rughe di una storia personale fatta di opposizione a ciò che poi sarebbe politicamente scorretto conservare, rinnegando, o meglio attenuando nei toni, non si sa se anche nelle future scelte, posizioni sovraniste e smaccatamente populiste. Ammiccare, ma senza confermare, per poter dire ai propri seguaci: è ciò che bisogna concedere per arrivare al potere, ma non rinneghiamo le nostre origini. Le teniamo momentaneamente al sicuro, protette, per disvelarle al momento opportuno.

L’ambiguità, d’altronde, è la formula di salvaguardia per poter dire tutto e un istante dopo il contrario di tutto, mostrando la possibilità di cambiare e rimanendo sostanzialmente gli stessi.

Naturalmente non si potrebbe ottenere alcun successo senza lo strumento fondamentale di ogni affermazione politica, la propaganda, l’arma più incisiva ed efficace di costruzione di quel consenso che riempie di folle le piazze e che è amplificato e potenziato dai mezzi di comunicazione. Non dimentichiamo, ad esempio, che fu Mussolini a volere l’istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa), che arrivò a proiettare i suoi filmati ovunque, finanche col cinema ambulante, all’aperto e gratuitamente, e a inaugurare Cinecittà, monumentale progetto di industria cinematografica sull’esempio americano. Il potentissimo sistema comunicativo prevedeva, inoltre, l’onnipresenza del duce, sia che si inaugurasse un nuovo edificio scolastico, una qualsiasi opera pubblica, una sagra di paese, la festa dell’uva, un concorso ginnico, che si trebbiasse il grano, che si bonificasse una palude: dappertutto la sua capacità di esserci e di blandire le folle era il valore aggiunto. Sapeva già allora – e quanto lo avrebbe applicato oggi, se ci fosse ancora! – che chi ha in mano le leve della comunicazione può orientare la vita politica e sociale e che fondamentale è una presenza costante e pervasiva. Non è un caso che movimenti di forte matrice autoritaria siano movimenti personalistici, presso i quali il culto del capo è una componente essenziale della scelta, incentrata sulle indubbie capacità oratorie e trascinatrici del leader di turno. Tenere il palco e smuovere il pubblico richiedono un’abilità particolare che non tutti sono in grado, soprattutto mentre ne subiscono il fascino, di decriptare criticamente nelle sue componenti manipolatorie e persuasive. Non che l’eloquenza oratoria sia da demonizzare tout court, ci mancherebbe altro: anche questa si costruisce con studio, ma è necessario non spegnere mai, di fronte ad essa, la luce dell’intelligenza. Invece, spesso, il fatto che un capo o una capa “incanti”, è magnificato, piuttosto che essere vissuto con cautela, come qualità indiscussa, capacità non comune di attivare, in realtà piegare, le sensibilità. Che le emozioni prendano il sopravvento sulla ragione viene visto non come un attacco alla nostra natura di esseri pensanti autonomi, non come la leva che scardina l’elaborazione e lo sforzo concettuale, ma come espressione di valentia carismatica.

Scriveva Umberto Eco, qualche anno fa, che le dittature, per mantenere il consenso popolare, devono denunciare l’esistenza di un paese, un gruppo, una razza, una società segreta che cospirerebbe contro l’integrità del popolo. Ogni forma di populismo, anche contemporaneo, cerca di ottenerlo parlando di una minaccia che viene dall’esterno o da gruppi interni. Ed ecco allora l’odio contro le minoranze, la paura degli immigrati, la sensazione di continua frustrazione da fomentare, l’insofferenza per i diritti civili che impedirebbero – è mai possibile? – una migliore condizione economica. Da qui il nazionalismo acceso e il populismo spacciato per attenzione ai bisogni della gente comune.

È evidente che esso non possa essere filosoficamente accettabile, perché volendo blandire tutti finisce per eccitarne l’istintività immediata (non mediata, cioè, dalla riflessione), per solleticare la parte pulsionale dell’essere umano, per ridurre le menti singole alla folla anonima e plaudente a chi dice ciò che in quel momento si vuol sentir dire. Un conto è parlare al popolo, un altro è sfruttarne le paure, strumentalizzarne i bisogni, inchiodarlo a problemi di cui si prospettano facili soluzioni, convincerlo che sono a portata di mano e non che richiedano sforzo, approfondimento, visione complessiva. Naturalmente il vocabolario linguistico, con le parole magiche è lì, a disposizione: élite, poteri forti, complotti e corruzione, pretesa superiorità morale e culturale degli altri partiti, verità che si vogliono nascondere. Il tutto senza alcuna possibilità di discussione e con una semplificazione che tende a ridurre ogni parte in causa: il popolo, ad un’omogeneità indistinta che annulla le singole intelligenze, e la casta, completamente uniformata in un’unica mente da combattere. Secondo tale retorica populista, il leader appare allora l’homme fatal o la femme fatale, depositaria/o unica/o dei bisogni del popolo e sua/o salvatrice/ore.

Molti intellettuali sostengono che nel populismo ci sia un elemento positivo individuato nel ripudio di uno snobismo ipocrita e aristocratico, nel tentativo di comprendere quelli che sono i bisogni sociali, di “scendere” tra la gente, di non negarne le difficoltà economiche, disoccupazione, redditi bassi, immigrazione e insicurezza, ma questo può giustificare il voler creare un clima di odio e di aggressività che, la sociologia lo insegna, è ciò che compatta al suo interno un gruppo, sia ristretto, più ampio o vasto a seconda del bacino elettorale da cui attingere? Un conto è interloquire con le persone, ascoltarne le problematiche – e questo si può fare soprattutto in un rapporto relazionale meno dispersivo – un altro è utilizzare tutto l’armamentario retorico nell’indulgere a compiacimenti, adulazioni e lusinghe come si fa quando si cede alla demagogia e si arringa da palchi e in contesti privi di contraddittorio.

Certamente è più facile far leva sui motivi ideologici, richiami a una matrice identitaria comune, usare slogan che riducono il ragionamento a illuminazioni fascinose, piuttosto che impegnare le menti nel lento e noioso sforzo del pensare, ma non è questo che l’essere umano dovrebbe fare? Soprattutto quando si deve votare per il proprio avvenire? La campagna elettorale si basa anche e soprattutto su tali semplicistiche riduzioni, come sanno bene tutti coloro che concorrono nell’agone politico, ma questo implica che, da più parti, si accettino come inevitabili, senza riflessione critica? Che ci si debba allineare su chi, invece di stigmatizzare tali pericoli, ne faccia elementi di una comunicazione mediatica da considerare come politicamente virtuosa?

Come ha scritto Michel Onfray, il populismo è il più pericoloso dei narcotici, il più potente degli oppiacei per addormentare e annientare l’intelligenza, la cultura, lo sforzo concettuale.

Con la stessa onestà, nel riconoscerne le insidie, non possiamo nasconderci la verità e cioè che, nel contesto disgregato, politicamente debole e inconsistente, dominato dal bisogno di trovare un farmaco per lo spirito e una risposta nuova al disorientamento di un mondo sempre più privo di punti di riferimento e reso precario dalle difficoltà economiche, il ricorso a un populismo che si scaglia contro gli schieramenti tradizionali e cavalca il malessere sociale rimane ancora il mezzo più attrattivo per creare illusioni. E, probabilmente, per risultare vincente.



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