Le elezioni non garantiscono la governabilità

In un paese in cui si sono succeduti, nell’età repubblicana, 67 governi in 76 anni è evidente l'esistenza di un problema strutturale.

Fabio Armao

Un partito populista che si vanta di voler restituire la parola agli italiani (contro la loro volontà, almeno a giudicare dai sondaggi), anche a costo di uscire drammaticamente ridimensionato dalle urne può essere liquidato come un caso, per quanto anomalo nella storia d’Italia, di ingenuità e purezza ideologica. Due, tre partiti populisti che invocano elezioni che, secondo ogni previsione, li penalizzeranno sono un indicatore di una crisi di sistema che, ormai, sembra irredimibile.

In un paese in cui si sono succeduti, nell’età repubblicana, 67 governi in 76 anni, con una durata media di 13,6 mesi, dovrebbe ormai risultare evidente che esiste un problema strutturale che rinvia alle istituzioni nel loro complesso e, in particolare, alla natura e alla storia dei partiti politici italiani. Ne ho già accennato nel mio precedente articolo, ma il degenerare della crisi e le sue modalità impongono qualche ulteriore riflessione.

La prima è che, a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, i partiti italiani hanno conosciuto un’inarrestabile deriva clanica che costringe i loro leader carismatici a periodiche dimostrazioni pubbliche del perdurare della loro “grazia”, almeno agli occhi dei propri più o meno fedeli seguaci, tanto più frequenti quanto più insicuri sono essi stessi delle proprie capacità. Non a caso, la messa in scena della caduta del governo di Mario Draghi ha visto capipopolo in crisi d’astinenza da consensi spintonarsi sul proscenio per conquistare un posto in prima fila – fino alla “mossa” vincente proprio di Berlusconi che, mai pago delle luci della ribalta, riconquista le prime pagine dei quotidiani svelando a un pubblico attonito, novello Miss Marple, che non si è trattato di un omicidio, bensì di un suicidio.

La seconda riflessione riguarda il ricorso alle elezioni anticipate. La sacralità del voto nel processo democratico è garantita da una serie di condizioni. Una delle più citate, com’è ovvio, è un reale multipartitismo e una libera competizione tra partiti; ciò che, per intenderci, fa di Putin, per quante elezioni abbia vinto, comunque un autocrate. Poi c’è l’accesso al voto, che deve essere garantito con facilità a tutti i cittadini e non, come avviene negli Usa, subordinato a condizioni (la registrazione nelle liste elettorali) che in vari stati discriminano di fatto i meno abbienti e le minoranze nere e ispaniche.

Ma c’è anche un terzo aspetto, non meno rilevante, che è quello della scadenza “naturale” delle elezioni. In Italia 9 legislature su 18 si sono chiuse anticipatamente. La Costituzione ha fissato in cinque anni la durata di una legislatura non sulla base della cabala, bensì presumendo che quello fosse un arco di tempo utile ai governi per realizzare i programmi prefissati e all’elettorato per poter esprimere un giudizio ponderato sull’operato del parlamento. Lo scioglimento anticipato delle camere era stato previsto come una misura eccezionale soggetta a una serie di condizioni per evitare, in particolare, che il Presidente della Repubblica potesse abusarne.

Tra il 1968 e il 1987 ben cinque legislature consecutive, dalla V alla IX, si sono chiuse in anticipo. Ciò, tuttavia, avveniva in una contingenza storica a dir poco straordinaria. Parliamo degli anni della Guerra fredda e della conventio ad excludendum nei confronti del Partito comunista, del movimento studentesco e delle lotte operaie, delle stragi di stato e del terrorismo. Poi, di nuovo, è toccato all’XI e XII, tra il 1992 e il 1994, gli anni di Tangentopoli e delle stragi mafiose – della repentina scomparsa degli storici partiti di massa e della già evocata discesa in campo di Silvio Berlusconi.

Per completare il computo occorre ancora ricordare la fine anticipata della XV legislatura, esauritasi in due anni esatti e coincisa con il secondo governo Prodi, ma si era già entrati a pieno titolo nella nuova era di faide tra partiti e al loro interno. Ed è questo l’aspetto che davvero conta, al di là di una statistica non lusinghiera del 50 per cento di legislature non arrivate a termine: le cause strutturali della costante ingovernabilità del nostro paese. Se è indubbio che un ricorso così frequente al voto finisce comunque per snaturare, svilire persino, la funzione fondante che le elezioni hanno nelle democrazie, le ragioni per cui si restituisce la parola agli elettori possono ancora fare la differenza.

L’ingovernabilità della cosiddetta Prima repubblica rinvia di volta in volta all’elevata conflittualità sociale, alla radicale contrapposizione ideologica, al dilagare del clientelismo e della corruzione; dimostra, semmai, l’incapacità dei partiti al potere di dare voce alle istanze dei cittadini che dovrebbero rappresentare e di conciliare le esigenze, spesso contrastanti, provenienti dalle diverse forze sociali. In tutti questi casi, l’anticipazione delle elezioni rappresenta pur sempre la prova di un’intrinseca inadeguatezza delle élites politiche, ad esempio nel portare a termine le riforme necessarie alla modernizzazione del paese; eppure mantiene una residua funzione di verifica della rispettiva legittimità dei partiti al governo e all’opposizione, attribuendo al giudizio degli elettori un potere dirimente, almeno sulla carta. Basti pensare alle conseguenze che avrebbe potuto avere negli anni Settanta il tanto temuto sorpasso della Democrazia cristiana da parte del Partito comunista.

Oggi, invece, le crisi sono generate dagli umori alquanto mutevoli di leader avulsi da quella società civile che oltretutto, con estrema arroganza, pretendono di rappresentare nella sua interezza, denotando un autentico analfabetismo politico: rivendicano, tutti, di essere i rappresentanti degli italiani e non, come vorrebbe l’etimologia del termine “partito”, più modestamente, di una loro parte: quella, si suppone, più congruente con i valori e i progetti di cui si fanno interpreti. (Se ci fate caso, un tempo l’attributo “italiano” entrava nelle denominazioni dei partiti con un’anima internazionalista, per distinguerli dalle analoghe rappresentanze di altri paesi. Oggi è diventato un brand alquanto inflazionato – Forza Italia, Fratelli d’Italia, Italia viva, Coraggio Italia, Noi con l’Italia, Italia in Comune – che nella sua ridondanza cerca vanamente di colmare l’inconsistenza dei programmi politici proposti.)

La XVIII legislatura si era aperta con una battaglia per la riduzione del numero dei parlamentari, rilevante più in termini simbolici che reali (anzi, secondo molti commentatori, lesiva del principio di rappresentatività democratica), vinta dal partito più radicalmente antisistema, il Movimento 5 stelle, che era riuscito nell’impresa tutt’altro che semplice di condurre in porto la necessaria modifica di una legge costituzionale. Dopo di allora, quello stesso partito, l’unico presente in tutti e tre i governi che si sono succeduti nella legislatura e forte della propria maggioranza relativa, non è stato capace di indurre i suoi diversi alleati a produrre una nuova legge elettorale, né la rideterminazione dei collegi elettorali e neppure la riforma dei regolamenti parlamentari – tutti elementi che contribuiranno a rendere ancora più instabile qualunque esito elettorale. Come se non bastasse, si è frammentato al proprio interno e ha dato origine alla crisi, che poi non ha saputo nemmeno gestire, finendo col ridare spazio a un sempre incontenibile Salvini e lasciandosi sorprendere persino dal coup de theatre di Berlusconi.

Le elezioni sono davvero il momento fondante, imprescindibile, di qualunque democrazia. Il problema è evitare che si trasformino in un ben più banale (e medievale) “giudizio di dio” per decidere chi tra i capi dei diversi clan debba prevalere, affidato magari a una risicata maggioranza della popolazione. La nostra esperienza storica ci dice che anticipare le elezioni non si è mai rivelata una scelta risolutiva. Le modalità con cui si è arrivati allo scioglimento delle Camere lo scorso 21 luglio, le condizioni istituzionali e legislative nelle quali andremo a votare e, soprattutto, il tripudio di deliri narcisistici che sta già caratterizzando la campagna elettorale non inducono all’ottimismo e il rischio che il responso delle urne non sia in grado di garantirci la stabilità di governo indispensabile a gestire la crisi epocale in corso appare alquanto concreto.

 

 



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