Che campagna elettorale è stata: intervista a Vanessa Pallucchi (Forum Terzo Settore)

Dal pressing sui partiti per mettere al centro i veri problemi del paese all’appello agli elettori a non disertare il voto. Intervista a Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Terzo Settore, per analizzare la campagna elettorale: “Molto meglio i programmi del dibattito”.

Daniele Nalbone

Oltre 4milioni e mezzo di persone in povertà assoluta, di cui 1,4 milioni sono minori. A fine 2020, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre i due terzi della ricchezza nazionale, mentre il 60% più povero appena il 14,3%. La povertà energetica colpisce 4 milioni di famiglie. In Italia una donna su due non lavora e il tasso di disoccupazione è il terzo più alto in Europa. Oltre 3 milioni di giovani non studiano né lavorano. Gli indicatori relativi alla salute, all’istruzione, al lavoro e ai servizi continuano a registrare profondi divari territoriali. L’invecchiamento della popolazione è sempre più rapido: in Italia il tasso di natalità è tra i più bassi al mondo e si stima che nel 2050 la quota di ultra sessantacinquenni ammonterà al 36% degli abitanti. Le persone che non fanno sport né praticano attività fisica sono il 35,2% della popolazione.

Il Paese investe solo lo 0,7% del Pil in servizi sociali territoriali contro una media europea del 2,5% e appena lo 0,28% del reddito nazionale lordo in cooperazione allo sviluppo contro lo 0,7% definito dagli impegni internazionali, mentre prevede di aumentare fino al 2% del Pil la spesa militare.

Numeri tremendi che spiegano che l’ultima campagna elettorale ha tenuto colpevolmente sullo sfondo. Non è un caso che oltre seicento associazioni abbiano denunciato, a pochi giorni dalle elezioni, come sia stati ignorati i veri problemi del Paese. “Mettete in agenda la solidarietà” è stato invece il titolo dell’appello del Forum Terzo Settore che ha provato in ogni modo a portare il dibattito politico a occuparsi di quelli che la portavoce Vanessa Pallucchi definisce “i veri problemi del Paese”.

Ora che la campagna elettorale è alle spalle è utile fare un punto su questi due mesi in cui tutti gli schieramenti politici si sono mobilitati lasciando però sullo sfondo queste tematiche, preferendo accapigliarsi in tribune elettorali dai contenuti vaghi, cercando di invogliare i giovani a votarli a suon di video sui vari social, puntando tutto su semplici slogan.

Pallucchi, come giudica questa campagna elettorale?
Sicuramente strana, breve, non di qualità, che ha dovuto fronteggiare le difficoltà dovute al periodo estivo. Di certo si è persa l’occasione di riflettere e mettere al centro i veri problemi del paese. Il risultato è stato non aver allargato minimamente la partecipazione dei cittadini. Analizzando i programmi, come Terzo Settore ci siamo resi conto della grande differenza che c’è tra quanto viene messo nero su bianco dalle forze politiche e di come, invece, vengono comunicati al paese gli obiettivi da parte dei vari partiti. Nei programmi spiccano toni e contenuti diversi, ragionati, che analizzano problemi e propongono soluzioni. Nella comunicazione social, in televisione, perfino nelle interviste questa profondità non emerge mai. E sono pochi i cittadini che si mettono lì a leggere tutti i programmi. Ed è un peccato. L’altro elemento che va sottolineato è la poca unitarietà che c’è tra i candidati e i partiti che rappresentano. Ormai quello che conta di più sembra essere solo la personalità del singolo politico e, al contrario, conta meno la base partecipata del partito: possiamo dire che i candidati tendono a rappresentare poco la parte politica di cui fanno parte e molto se stessi.

A inizio settembre avete provato a portare i temi che vi contraddistinguono nell’arena elettorale. Come è andata?
Abbiamo voluto dare un contributo importante al dibattito politico mettendo al centro gli interventi a nostro avviso strategici per il futuro del paese. Non mi esprimo sulla risposta della politica, ma voglio invece sottolineare quanto è importante che i cittadini mettano finalmente sotto la lente di ingrandimento questi temi: i diritti, il benessere sociale, la coesione comunitaria. Di questo abbiamo parlato alla politica, di questo vogliamo che i cittadini si facciano portatori.

La crisi della rappresentanza negli ultimi anni ha determinato un cambiamento nei rapporti di forza: una volta erano i partiti a poter contare su una “base” forte, oggi sono invece le associazioni, le ong, il terzo settore in generale. Come pensate di affrontare una simile situazione?
Oggi il terzo settore pone dei temi complessi su cui la politica è chiamata a esprimersi. Nessun partito ovviamente si è detto contrario a investire per avere servizi sociali di qualità o, per fare un esempio concreto, più asili nido in tutto il paese. Ma le questioni che pone il terzo settore vanno oltre: noi guardiamo ai macro-diritti, alla cittadinanza, all’accoglienza, ed è qui che le posizioni di carattere ideologico si scontrano. Dobbiamo oggi essere promotori e attori del dibattito e lavorare per rendere quanto più trasversali le riforme che servono al paese. Altrimenti, come avvenuto in questa campagna elettorale, si riduce tutto a “polemica”. Basta guardare quanto avvenuto su temi come la sicurezza o sui cosiddetti “sbarchi”: nessuno ha parlato di accoglienza. E nessuno ha parlato di pace, ma solo di guerra: dove sono finiti temi fondamentali come il disarmo o la centralità europea nella diplomazia?

I rapporti con le forze politiche, inevitabilmente, cambiano una volta terminata la campagna elettorale, quando un politico da candidato diventa parlamentare.
Qui ci sono due ostacoli. Il primo: spesso si fatica a mettere insieme un’operazione di cambiamento nell’ambito del sociale o del terzo settore perché ormai sono sempre meno le occasioni per arrivare a una sintesi politica. Il ruolo del parlamento va recuperato perché rischia di essere ridotto al voto dei singoli decreti-legge, così come va recuperata la discussione, le mediazioni, l’incontro. Il secondo: mancando un vero confronto è impossibile declinare in maniera corretta come arrivare alle riforme necessarie. Dobbiamo tornare a sederci intorno a un tavolo, costruire luoghi di dialogo che vadano oltre le posizioni manifestate in una campagna elettorale, mettere nero su bianco quali sono gli obiettivi, i nodi di affrontare.

Non ricordo un momento in cui il terzo settore si sia trovato costretto, come accaduto in questa campagna elettorale, a fare un appello alla cittadinanza di andare alle urne. Cosa racconta questo appello contro l’astensionismo?
Che i partiti politici ormai non fungono più da corpo intermedio, non sono più un luogo di ritrovo, di ragionamento. Una volta erano un’agorà, lavoravano sui territori per costruire appartenenza.
Anche noi, penso al periodo della pandemia, abbiamo dovuto fare i conti con lo svuotamento delle nostre sedi, di quelle delle associazioni ricreative o culturali, di quelle di assistenza e volontariato. Siamo però stati in grado di cambiare il senso della partecipazione, abbiamo subito assunto come un problema centrale il distacco e il conseguente individualismo dilagante. Un risultato, ad esempio, sono state le grandi raccolte fondi fatte per pratiche di mutualismo che hanno consentito di affrontare, per fare un esempio, i mesi del lockdown.
La politica oggi è chiamata a trovare nuove occasioni di incontro per ricostruire collettività: di certo i continui cambiamenti, la non tenuta dei governi, le contraddizioni che caratterizzano le ultime coalizioni di governo non aiutano, anzi, sono proprio la causa principale del crescente astensionismo.
E in queste situazioni la reazione è ovviamente l’allontanamento degli elettori dalle urne: se gli stipendi non aumentano, i figli non trovano lavoro, devo farmi carico di un genitore anziano, sono costretto a fare salti mortali per curarmi perché è stata smantellata la sanità, perché dovrei interessarmi alla politica? Il rapporto che si chiede oggi a un elettore è sbilanciato, caratterizzato da una disconnessione tra il ruolo della politica e la vita reale. Da qui, il “non ne vale la pena”, la disillusione.



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