Elezioni, quando il flipper va in tilt

Sugli effetti perversi della legge elettorale abbinata alla riduzione del numero dei parlamentari.

Mauro Barberis

La situazione è così drammatica che tanto vale distrarci con un gioco: non il flipper “storico”, che dava dipendenza e andava in tilt, né il bingo, con gli stessi effetti ora però chiamati ludopatia, bensì il cosiddetto flipper elettorale. Mettetevi nei panni di un politico o di una politica che si sbatte da anni per farsi eleggere in Parlamento; pensate alla fatica per farsi candidare, all’estate passata a percorrere un collegio elettorale di una regione a voi ignota sino al giorno prima: il Molise, ad esempio. Se poi siete donna, immedesimatevi con quella signora che non ha fatto nulla di tutto ciò, ma qualcosa di peggio: fingersi la moglie di un leader ottantaseienne ormai in piena confusione.

Bene, arriva la sera delle elezioni e vi telefonano dal partito con aria giubilante: siete stato eletto/a. Non c’erano dubbi, vi dicono, ma il merito è tutto vostro: geniale quell’idea di imparare il dialetto molisano, per compensare il fatto di chiamarvi Sigfried o Walhalla Mittelsteiner. Voi lo comunicate alla famiglia, entusiasta di liberarsi di voi, vi cercate un alberghetto a tre stelle a Roma, evitate accuratamente di vedere Siccità di Paolo Virzì, il film che potrebbe far crollare definitivamente il turismo nella Capitale, vi indebitate sino al collo per comprare Rolex falsi o qualche borsetta di Illary rimasta invenduta da Totti… Poi, quando già pensavate di rivolgervi agli usurai per un prestito, vi telefonano dal partito con tono da funerale: il meccanismo dei resti ha giocato contro di voi, il seggio andrà a un venditore sardo di Folletti. Del resto, anche voi, potevate pure evitare di fingervi molisani, i molisani non sono mica scemi…

Pare che già sotto la vigenza del tanto rimpianto Mattarellum una volta, non siano stati assegnati undici seggi perché solo l’idea di distribuirli faceva venire l’emicrania. Che poi il Rosatellum – da Ettore Rosato, parlamentare renziano oggi rieletto, ma non grazie alla sua legge bensì alla salita del suo capo sul taxi di Calenda – producesse problemi problemi nell’assegnazione dei seggi era solo l’ultimo dei tanti difetti per i quali pende un ricorso davanti alla Corte costituzionale. Stavolta, con il contributo di quell’altra genialata che è stata la riduzione del numero dei parlamentari voluta dai Cinquestelle, le situazioni incerte sono 44, trentatre alla Camera e undici al Senato, tutte nella parte proporzionale. Non ci fosse stato il maggioritario la Meloni, per capire se aveva vinto, avrebbe dovuto rivolgersi a una fattucchiera. Inutile stare a spiegare i meccanismi, li capisce solo l’onorevole Calderoli che di mestiere fa l’odontoiatra: sarà un caso?

Lo chiamano flipper, perché gli eletti schizzano da una circoscrizione all’altra come palline, e ci ricorda tre aspetti del gioco politico, ma anche della condizione umana, spesso sottovalutati. Primo aspetto: nelle vicende di quaggiù, come sanno benissimo i venditori di auto usate, conta anche il caso (per usare un’espressione più elegante di quella che userei io in osteria). Il secondo: il flipper si avvicina al vero metodo democratico che, come ha sostenuto il mio amico Bernard Manin, sin dalla Grecia antica non era l’elezione bensì il sorteggio: unico metodo davvero rappresentativo del popolo e – a giudicare dai curricula degli eletti – nient’affatto peggiore.

Terzo aspetto, la volontà del popolo, senz’essere una finzione legale, dipende comunque dal sistema elettorale, e stavolta il Rosatellum, che nessuno ha tentato seriamente di cambiare, ha dato il 60% dei seggi in entrambe le camere al 43% del 64% degli italiani: e i calcoli lasciamoli a Calderoli, ma a occhio direi che governerà una maggioranza rappresentativa di un terzo del paese, come sarebbe avvenuto comunque, del resto. Il che, naturalmente, non toglie nulla alla legittimità dei vincitori, né costituisce un alibi per perdenti o astenuti. Hanno scelto di perdere, o di astenersi, o di votare De Magistris o Paragone, che è uguale? Che ora non si lamentino, almeno.

 



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