La Francia sceglie l’Europa ma l’estrema destra è più forte che mai

Il presidente uscente Emmanuel Macron è rieletto con il 58% ma c’è grande apprensione per il clamoroso risultato dell’estrema destra, il più alto negli ultimi sessant’anni: oltre 15 milioni gli elettori hanno votato Marine Le Pen (42%). "Le idee che rappresentiamo stanno raggiungendo nuove vette - ha detto la candidata del Rassemblement National - Il risultato in sé è una vittoria clamorosa". L’altro escluso eccellente, Jean-Luc Mélénchon, già lancia la battaglia delle legislative: “Macron è il presidente peggio eletto della Quinta Repubblica. Galleggia in un mare di astensione, schede bianche o nulle". Astensione record al 28%.

Marco Cesario

PARIGI – Emmanuel Macron è stato rieletto domenica come presidente della Repubblica con circa il 58% dei voti contro Marine Le Pen (circa il 42%) in una delle più delicate e sofferte elezioni nella storia di Francia e d’Europa, marcate per giunta da un astensionismo record (28%). Tutti gli sguardi delle nazioni, da Bruxelles a Atene, passando per Mosca, Nuova Deli e New York, erano fissi sull’ultima, decisiva tappa delle elezioni presidenziali francesi. In un momento storico così delicato, uno scivolone della Francia avrebbe potuto compromettere seriamente l’equilibrio del continente europeo. Alla fine l’anima europeista e repubblicana di Macron ha prevalso ma il suo mandato è già fortemente minacciato dall’estrema destra e dalla sinistra di Mélénchon. All’orizzonte, le legislative di giugno, che potrebbero costringere il presidente ad una forzata coabitazione già pochi mesi dopo l’inizio del suo mandato. Una situazione inedita e spinosa che spingerà Macron, vittorioso e commosso sugli Champs-de-Mars, a ridisegnare il suo progetto politico cercando d’includere quelle fasce di popolazione che si sono sentite tradite ed hanno votato in massa contro di lui tra primo e secondo turno.

A lungo vociferato come il favorito per la sua stessa successione, Emmanuel Macron, a soli 44 anni, diventa nondimeno il primo presidente in carica ad essere rieletto (al di fuori del periodo di coabitazione) dall’adozione del suffragio universale diretto nel 1962. Nel 1988, François Mitterrand aveva sconfitto Jacques Chirac, ma usciva da due anni di convivenza con la destra. Nel 2002, Jacques Chirac è stato anche rieletto, ma dopo cinque anni di governo Jospin. È anche il terzo presidente della Quinta Repubblica a servire un secondo mandato dopo François Mitterrand (1981-1995) e Jacques Chirac (1995-2007).

Macron è perfettamente conscio di aver vinto lo scontro finale con Marine Le Pen solo grazie al “fronte repubblicano”: gli sono arrivati voti da sinistra, dal centro e dalla destra moderata pur di bloccare l’avanzata della La Pen. « Non sono più il candidato di un campo – ha detto alla folla riunita sotto la Torre Eiffel – ma il presidente di tutti. So anche che molti francesi hanno votato per me per bloccare l’estrema destra. Voglio ringraziarli e dire loro che il loro voto per me costituisce un obbligo nei prossimi cinque anni”. In ottica legislative però è tutt’altro discorso. Al primo turno, Macron si è imposto solo in 256 circoscrizioni, al di sotto della soglia di 289, che corrisponde alla maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale. Ecco perché il suo mandato è già in pericolo. Eredita un paese che ha attraversato le proteste dei gilet gialli, la pandemia e la guerra in Ucraina. Un paese diviso in tre blocchi principali di dimensioni simili, ognuno dei quali riunisce circa il 30% dell’elettorato: un blocco macronista, un blocco di sinistra e un blocco di destra sovranista.

Il suo mandato è poi minacciato dall’ascesa, paurosa, del voto di estrema destra, il più alto mai registrato in Francia negli ultimi sessant’anni. Oltre quindici milioni di francesi hanno dato fiducia a Marine Le Pen che ha infatti migliorato il suo score personale di circa otto punti rispetto al 2017. “Le idee che rappresentiamo stanno raggiungendo le vette per un secondo turno delle elezioni presidenziali” ha detto davanti ai suoi sostenitori riuniti al Pavillon d’Armenonville, nel Bois de Boulogne, poco dopo le 20h vedendo nel proprio punteggio “una vittoria clamorosa” e la manifestazione del “desiderio” del popolo francese di “un forte contropotere a Emmanuel Macron”. Ha così lanciato immediatamente “la grande battaglia elettorale delle elezioni legislative” che avranno luogo il 12 e il 19 giugno.

Preoccupati del voto dell’estrema destra anche i vari sindacati, che pur accogliendo con sollievo la sconfitta di Marine Le Pen, hanno espresso forte preoccupazione per il risultato ottenuto. “Il peggio è stato evitato oggi. Ma quasi il 42% dei voti per l’estrema destra significa che nulla può o deve essere come prima”, ha twittato Laurent Berger, segretario generale della CFDT. “La Repubblica è sicura. E la lotta per la giustizia sociale in un quadro democratico rimane possibile. Ma un voto repubblicano che è in maggioranza espresso solo tra gli anziani ed i privilegiati deve interrogare tutti i democratici”, ha scritto Laurent Escure (Unsa). Per il sindacato Solidaires, “il rafforzamento elettorale e militante dell’estrema destra è legato alle politiche antisociali perseguite degli ultimi governi”.

Nemmeno il tempo di dichiarare il vincitore, Mélénchon, leader degli Insoumis, è stato il primo a prendere la parola per commentare il risultato: “Le urne hanno deciso: Le Pen è sconfitta. La Francia ha chiaramente rifiutato di affidarle il suo futuro, e questa è una buona notizia”. Ma subito dopo ha lanciato l’anatema: “Macron è il presidente peggio eletto della Quinta Repubblica. Galleggia in un mare di astensioni, schede bianche o nulle”. E conclude: “Il terzo turno inizia stasera. A tutti voi dico: non rassegnatevi, entrate in azione. Mi appello a voi per far vivere insieme un nuovo futuro al nostro popolo”.  Mélénchon non ha nascosto la sua intenzione di diventare primo ministro dopo le elezioni legislative per frenare le politiche liberiste del clan Macron.

Insomma un cammino irto di pericoli per il neoeletto Emmanuel Macron. Da un lato l’ombra dell’estrema destra, che negli anni e nei periodi di crisi più gravi si allunga minacciosa sul paese, dall’altro la sinistra antiglobalista, ecologista e movimentista di Mélénchon, che bussa alla porta del governo (e questa è una grande novità) per trasformare dal di dentro la politica futura della Francia. L’Europa può forse tirare un sospiro di sollievo per queste elezioni ma la Francia, almeno  fino a giugno, avrà il fiato corto.

Credit foto: Xinhua/Gao Jing



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