La galassia nera si divide sul sostegno a Giorgia Meloni

Che ruolo giocheranno le forze di estrema destra il 25 settembre? Chi sosterrà Giorgia Meloni e chi invece punta a farle perdere piccoli punti percentuali? E cosa accadrà dopo il voto?

Maurizio Franco

Tutti felici. E tutti scontenti. Se la coalizione trainata da Fratelli d’Italia dovesse vincere le elezioni, le forze conservatrici raggiungerebbero un traguardo storico. Governare. Nella galassia dell’estrema destra, però, un mugugno costante accompagna il viaggio elettorale del partito. Nasi storti, perplessità, rospi da ingoiare e chiusure ermetiche davanti alle ultime esternazioni pubbliche (per alcuni, cedimenti) di Giorgia Meloni e dei suoi sodali. Europeismo e atlantismo, l’invio di armi all’esercito ucraino, il fronte sanitario e lo spettro del Covid-19 hanno fatto vacillare lo zoccolo duro delle destre organizzate. Sovranisti, neo e postfascisti, nazionalisti vecchio stampo e pro-vita.

C’è chi, addirittura, parla di tradimento: come riporta il dorso romano di Repubblica, Giuliano Castellino – dopo l’assalto, il 9 ottobre scorso, alla sede della Cgil -, ha scritto dal carcere una lettera alla leader di Fratelli d’Italia. “Lo stesso mainstream che fino a qualche tempo fa ti coccolava e ti blandiva per liquidare prima Berlusconi e poi Salvini, oggi vuole liquidare te, diventata il nemico numero uno del lato sinistro del deep state nostrano”, dice Castellino. Che poi rilancia. “Noi ti combattiamo Giorgia e vogliamo vederti perdere, perché sostenevi Monti e sei sempre stata ambigua su Bruxelles e Bce, perché non ti sei opposta all’Oms e alla tirannia sanitaria, perché sei stata la finta opposizione che ha sostenuto il green pass, ricatto sul lavoro e vaccini obbligatori e perché, dulcis in fundo, ti sei schierata con la Nato e per la guerra alla Russia”.
Castellino, intanto, è uscito da Forza Nuova e ha aderito all’appello del monsignor Carlo Maria Viganò. Intende costruire – parole dell’ex luogotenente di Roberto Fiore a Roma – un fronte “cristiano, popolare, plurale, anti-ideologico, che stia fuori dagli schemi del Novecento e guardi al futuro rimettendo la libertà al centro della nostra battaglia”. Con Italia Libera, movimento nato nel 2020, Castellino ha lanciato una piattaforma programmatica, in sette punti, “di lotta di resistenza unitaria”, rivolgendosi direttamente “ai tre leader dei tre partiti più rappresentativi nella base del fronte anti-sistema”: Sara Cunial, Gianluigi Paragone e Francesco Toscano.

Notizia recente: Forza Nuova è stata esclusa dalla tornata elettorale per non aver raccolto il numero necessario di firme. Il bacino di voti della sigla nera potrebbe disperdersi nelle liste della destra o nel fiume dell’astensione.

Passione e odio. Una tensione sibilante dove il passato condiviso è frammisto a rancori e titubanze. Rimarcare un’identità storica, con la consapevolezza che il timone (o l’egemonia) è nelle mani di Meloni. In un articolo apparso su Il Primato Nazionale, settimanale legato a CasaPound, l’incipit è chiaro. “Giorgia Meloni deve sempre scusarsi, ma nel tempo libero anche assicurare che non ci sarà un regime autoritario in Italia. O che non ci sarà alcun ritorno del fascismo”. Un atteggiamento che infastidisce “l’ennesima tendenza a inchinarsi e ad ossequiare i diktat di sistema contro il partito di destra a caso, peraltro lontanissimo da qualsiasi idea che un fascismo moderno potrebbe esprimere, è debilitante”.

CasaPound non andrà alle elezioni con il suo simbolo. A Roma, Carlotta Chiaraluce, esponente di spicco delle tartarughe frecciate di Ostia, si è candidata nelle liste di ItalExit. “ItalExit? CasaPound è casa mia, ma ha fatto la scelta di non presentare il simbolo alle elezioni. E io, da donna e imprenditrice che si è sempre impegnata in prima persona in politica, voglio dare un contributo. Saremo la voce di coloro che sono stati emarginati, ghettizzati e lasciati senza lavoro dal Governo Draghi. Paragone? Se ne frega di chi storce il naso”, dice all’Adnkronos. Il riferimento è ad Alternativa, il movimento del deputato ex 5stelle Pino Cabras, che ha rotto il sodalizio con ItalExit per la “presenza di candidati organici a formazioni di ispirazione neofascista”.

Simone Di Stefano, volto storico dei fascisti del terzo millennio, ha divorziato da CasaPound. In molti lo vedevano già dentro Fratelli d’Italia. Ma ha fondato Exit (“No al green pass, No al controllo digitale, No all’obbligo vaccinale” come si legge sul sito del neonato soggetto politico), stringendo un’alleanza elettorale con Mario Adinolfi e il popolo della famiglia. Il cartello è “Alternativa per l’Italia”, parafrasando per connotazioni geografiche il nome di Alternative für Deutschland (Afd), il bastione della destra tedesca. “Noi non vogliamo parlare di nessun fatto storico che sia antecedente al 1981. Basta parlare di storia e di preistoria, il mondo è cambiato radicalmente, c’è bisogno di risposte nuove a problemi che sono nuovissimi”, dice Di Stefano descrivendo Exit.

Tuttavia, nonostante il proliferare di sigle e partiti, la matrice storica è comune. Rivendicata e condivisa. A divergere sono gli sbocchi elettorali e le strategie politiche. Ai vertici di Fratelli d’Italia però, queste storie paiono non interessare.

 



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