Elezioni in Bielorussia: altro voto altra farsa

Gli attivisti per i diritti umani denunciano che anche in quest’ultima tornata elettorale non sono mancate le violenze: molti elettori – fra cui soldati, studenti e impiegati pubblici – sono stati forzati a partecipare al voto al fine di gonfiare i dati dell'affluenza a fronte della chiamata al boicottaggio dell’opposizione. Niente di nuovo, ma molti analisti si interrogano sul futuro del regime del sessantanovenne Lukašenko, sempre più dipendente, soprattutto dopo l’aggressione all’Ucraina, dal padre e padrone Vladimir Putin.

Simone Zoppellaro

“Nessun presidente responsabile abbandonerebbe il suo popolo che lo ha seguito in battaglia”. Con queste parole Alexander Lukašenko, alla guida della Bielorussia da oramai 30 anni, ha annunciato domenica 25 febbraio la sua candidatura al settimo mandato consecutivo nelle elezioni presidenziali del prossimo anno. “Dite loro,” ovvero all’opposizione in esilio, “che mi candiderò”, ha dichiarato il dittatore in un seggio elettorale dopo aver votato alle elezioni parlamentari e locali di domenica. Lo riporta l’agenzia di stampa statale BeITA.
Il voto di domenica, dichiarato “una farsa” dalla leader dell’opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya e da diversi commentatori internazionali, è stato il primo dopo le elezioni del 2020, segnate da proteste di massa e dalla spietata repressione che ne è seguita. “Non ci sono figure sulla scheda elettorale che possano offrire cambiamenti reali, poiché il regime ha permesso solo ai burattini che gli fanno comodo di partecipare,” ha commentato la stessa Tsikhanouskaya in un video diffuso dal suo esilio in Lituania. “Chiediamo di boicottare questa farsa insensata, di ignorare queste elezioni senza scelta”.
Da prospettiva europea, non meno dure sono state le parole dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Il livello di repressione senza precedenti e in costante aumento, le violazioni dei diritti umani, le restrizioni alla partecipazione politica e all’accesso dei media indipendenti operati dal regime di Lukašenko, hanno gravemente minato la legittimità del processo elettorale. In questo contesto, è chiaro che le condizioni per elezioni libere ed eque non sono state soddisfatte e i nuovi parlamentari e funzionari locali non hanno legittimità democratica”. La cosa non sorprende, se si pensa a come sia stata negata la partecipazione a una dozzina di partiti, mentre la larghissima parte dei candidati appartenevano agli unici quattro ammessi, ovvero Belaya Rus, il Partito comunista, il Partito liberaldemocratico e il Partito del lavoro e della giustizia. Tutte formazioni, inutile dirlo, che sostengono apertamente il regime autoritario di Lukašenko.
Delle oltre 35.000 persone arrestate dopo le proteste del 2020, più di 1.400 prigionieri politici sono tuttora in carcere, incluso il vincitore del premio Nobel per la pace del 2022, l’attivista per i diritti umani Ales Bialiatski. Ancora in prigione è anche Sergei Tikhanovsky, marito dell’attuale leader dell’opposizione, arrestato nel 2020 dal regime per impedirgli di partecipare alle elezioni.
Violenze non sono mancate, purtroppo, anche in quest’ultima tornata elettorale, come riferito dal Centro per i diritti umani Vyasna, che ha denunciato come molti elettori – fra cui soldati, studenti e impiegati pubblici – siano stati forzati a partecipare al voto. Il tutto, naturalmente, per gonfiare i dati di affluenza a fronte della chiamata al boicottaggio dell’opposizione. “Le autorità stanno usando tutti i mezzi disponibili per assicurarsi il risultato desiderato, dalla propaganda televisiva all’obbligo per gli elettori a votare in anticipo”, ha dichiarato Pavel Sapelka, rappresentante di Vyasna, che ha parlato di “detenzioni, arresti e perquisizioni” avvenuti durante il voto.
Se niente di nuovo è dunque da registrare sotto il pallido sole di Minsk, molti analisti si interrogano però sul futuro del regime del sessantanovenne Lukašenko, sempre più dipendente, soprattutto dopo l’aggressione all’Ucraina, dal padre e padrone Vladimir Putin. Le sorti di quella che si chiama, forse con ingiustificato ottimismo, l’ultima dittatura d’Europa, sono appese – anche per la fortissima dipendenza economica – alla sanguinosa avventura bellica di Mosca.
Così, se solo pochi giorni fa il ministro della difesa bielorusso Viktor Khrenin ha sostenuto, minacciando ritorsioni, che l’Ucraina avrebbe schierato una formazione militare di “112.000-114.000 soldati” al confine con la Bielorussia, è pur vero che fin dall’inizio della guerra molti bielorussi hanno combattuto come volontari dalla parte di Kyiv. Non solo: l’opposizione bielorussa – anche operando con attacchi hacker e sabotaggi ferroviari – si è dimostrata compatta nel sostegno all’Ucraina, comprendendo quanto le sorti dei regimi di Mosca e Minsk siano legate a doppio filo.
A pochi giorni dalla morte del celebre oppositore russo, anche la Bielorussia ha avuto il suo Navalny. Si chiamava Ihar Lednik. Prigioniero politico e attivista, è morto all’età di 64 anni in carcere. Nonostante avesse un’invalidità di secondo grado dovuta a problemi cardiaci, è stato comunque condannato a un regime duro di detenzione di tre anni, a cui non è potuto sopravvivere.
Non è il primo attivista bielorusso a pagare con la vita la sua scelta di dissidenza al regime; e il rischio è che il computo, assai presto, sia destinato a aumentare. Come riporta la Novaya Gazeta, diversi esponenti dell’opposizione incarcerati sono tenuti in uno stato di completo isolamento, al punto che gli attivisti per i diritti umani non sono neppure più in grado di accertare se siano ancora vivi.

 



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