La lezione spagnola per fermare l’estrema destra

Contro tutti i pronostici l’ondata ultraconservatrice non è riuscita a sommergere la Spagna. Questo è il dato politico più importante delle elezioni tenutesi nel paese iberico il 23 luglio. Ciò è avvenuto perché l’elettorato di sinistra si è mobilitato per difendere la democrazia e il lavoro svolto dall’esecutivo di sinistra guidato da Pedro Sánchez. Rendiamoci conto che questa è l’unica maniera possibile per fermare l’avanzata dell’ultradestra.

Steven Forti

Contro tutti i pronostici l’ondata ultraconservatrice non è riuscita a sommergere la Spagna. Questo è il dato politico più importante delle elezioni tenutesi nel paese iberico il 23 luglio. Ciò è avvenuto non perché la destra mainstream si sia moderata e abbia rifiutato di aprire le porte del governo all’estrema destra, ma perché l’elettorato di sinistra si è mobilitato per difendere la democrazia e il lavoro svolto dall’esecutivo di sinistra guidato da Pedro Sánchez. Rendiamoci conto che questa è l’unica maniera possibile per fermare l’avanzata dell’ultradestra, mentre quello che un tempo si chiamava centro-destra si è radicalizzato in praticamente tutti i paesi. Lo insegnano gli Stati Uniti nel 2020 e il Brasile nel 2022 quando Biden e Lula portarono a votare rispettivamente 15 e 13 milioni di elettori di sinistra in più rispetto a quattro anni prima. Voti che sono stati determinanti visto che Trump e Bolsonaro incrementarono i propri consensi.
Le destre spagnole non hanno raggiunto la quota magica dei 176 deputati che rappresentano la maggioranza assoluta in parlamento e possono solo rimanere alla finestra. Quella del Partido Popular (PP) è, dunque, una vittoria di Pirro. In tutti i sensi. Essere il primo partito (33% e 136 deputati) ed aver recuperato i voti persi nell’ultimo decennio a favore di Ciudadanos – che non si è nemmeno presentato a queste elezioni – e in parte di Vox è comunque un risultato al di sotto delle aspettative che si erano create negli ultimi mesi. E per di più non serve a nulla visto che il PP ha bruciato i ponti con tutti gli altri partiti di cui avrebbe bisogno in un parlamento che rimane frammentato, per quanto la campagna del voto utile ha rafforzato il bipartitismo. I tempi delle maggioranze assolute di cui avevano goduto Felipe González, Aznar, Zapatero o Rajoy sono una chimera. E al PP resta solo la possibilità di costituire un governo di coalizione con Vox. Però la formazione di estrema destra guidata da Santiago Abascal, alleato di Meloni, ha fatto un mezzo flop: conserva sì una gran parte dei suoi votanti (12,4%, poco più di tre milioni), ma perde per strada 600.000 voti e 19 deputati, continuando ad essere con 33 seggi irrilevante nelle Cortes di Madrid. In sintesi, nessun partito nazionalista catalano o basco arriverebbe mai a patti con le destre visto che difendono una radicale ricentralizzazione dello stato e, nel caso di Vox, la soppressione delle autonomie regionali e la proibizione dei partiti indipendentisti.

Se c’è un vincitore di queste elezioni, quindi, non si tratta del candidato dei popolari, Alberto Núñez Feijóo, ma di Pedro Sánchez. Dato per morto da tutti i sondaggi dopo la sconfitta alle amministrative di maggio, il leader socialista è riuscito nell’impresa di una rimonta che sembrava impossibile, mostrando ancora una volta un’incredibile capacità di resistenza. Il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) ha migliorato i risultati di quattro anni fa, guadagnando un milione di voti (dal 28 al 31,7%, pari a 7,7 milioni) e due seggi (da 120 a 122). La differenza con i popolari è in realtà di poco più di 300.000 voti: la distanza in seggi si spiega per la legge elettorale spagnola che premia le circoscrizioni meno abitate della Spagna interiore, a maggioranza conservatrice. Ma, soprattutto, grazie alla buona prova di Sumar, Sánchez ha la possibilità di rimanere altri quattro anni nel palazzo della Moncloa. La coalizione guidata da Yolanda Díaz, che riunisce una quindicina di formazioni di sinistra tra cui Podemos, ottiene il 12,3% e 31 seggi. Ne perde sette in totale e circa 600.000 voti, mantenendo però un bacino elettorale superiore ai tre milioni di elettori. Tenendo conto delle tensioni vissute all’interno della sinistra radicale spagnola nell’ultimo anno e le frizioni tra Díaz e Pablo Iglesias, il risultato è più che positivo.

I risultati premiano Sánchez che subito dopo le amministrative aveva convocato a sorpresa elezioni anticipate per evitare una lenta agonia fino al termine della legislatura, prevista a dicembre. In barba a chi l’aveva tacciata di un azzardo suicida, la mossa si è dimostrata vincente e ha permesso di rimobilitare l’elettorato di sinistra preoccupato per il probabile ingresso di Vox nella stanza dei bottoni. Nelle ultime settimane, infatti, il PP ha siglato accordi di governo con il partito di Abascal in diverse regioni e oltre un centinaio di comuni. E le prime misure annunciate mostravano un retrocesso radicale in quanto a diritti: dall’eliminazione degli assessorati all’uguaglianza di genere alla censura di film e opere di teatro che metterebbero a rischio i valori tradizionali. Ma hanno pesato molto anche gli errori commessi da Núñez Feijóo in una campagna in cui né la guerra in Ucraina, né l’economia o l’immigrazione sono stati temi centrali.
Il candidato del PP si è rifiutato infatti di partecipare al dibattito organizzato dalla televisione pubblica spagnola, ha ripetuto menzogne anche quando è stato corretto dai media e ha paventato in perfetto stile trumpista possibili brogli nel voto per corrispondenza – cresciuto del doppio rispetto al 2019 –, mettendo in discussione il funzionamento di un’istituzione che lui stesso aveva diretto nei governi di Aznar. Infine, ciliegina sulla torta, non ha saputo spiegare che cosa faceva in barca in compagnia di un narcotrafficante galiziano in una foto di trent’anni fa. Ciò non ha cambiato ovviamente le decisioni dell’elettorato di destra, ipermobilitato dalla possibilità di “derogare il sanchismo” ovvero cacciare Sánchez, che è stato il vero lemma della campagna del PP, ma ha avuto un impatto notevole sull’elettorato di sinistra. Che si è reso conto che non solo il governo ha fatto bene in una congiuntura internazionale complicatissima in quanto a dati macroeconomici – l’inflazione è sotto il 2%, l’economia cresce più della media europea e il tasso di disoccupazione è il migliore dal 2008 –, ma anche che gli importanti passi in avanti fatti in quanto a politiche sociali e diritti – ingresso minimo vitale, aumento del salario minimo, riduzione della precarietà del lavoro, eutanasia, femminismo, diritti LGTBIQ, memoria democratica – si sarebbero convertiti presto in un ricordo del passato.

Ora, l’ondata di estrema destra è stata frenata, ma la governabilità del paese è un’incognita. In attesa dello spoglio dei voti dall’estero, prevista venerdì, che nelle migliori previsioni potrebbero dare un paio di deputati in più al PSOE, il blocco di sinistra somma infatti 153 seggi, cinque meno che nella scorsa legislatura. Ciò significa che per avere la maggioranza nelle Cortes non sono sufficienti solo i voti dei partiti regionalisti e nazionalisti che hanno appoggiato il governo negli ultimi quattro anni – Esquerra Republicana de Catalunya, EH Bildu, Partido Nacionalista Vasco, Bloque Nacionalista Galego –, ma anche i voti a favore o perlomeno l’astensione di Junts per Catalunya (JxCAT). Il partito della destra indipendentista catalana guidato da Carles Puigdemont, l’ex presidente della regione rifugiatosi in Belgio dopo il tentativo di secessione unilaterale del 2017, ha sempre votato contro l’esecutivo Sánchez in questi anni e ha ripetuto continuamente che non farà mai presidente il leader socialista.
La logica di JxCAT è quella del “tanto peggio, tanto meglio”. Ossia, meglio un governo di destra a Madrid, magari con Vox, per rivitalizzare un movimento indipendentista catalano in chiaro declino. In Catalogna, difatti, il partito socialista ha ottenuto più voti di tutti i partiti indipendentisti messi insieme (passati da 23 a 14 seggi), uno scenario impensabile fino a qualche anno fa, frutto della politica di distensione e dialogo avviata da Sánchez che con politiche coraggiose – come l’indulto ai leader indipendentisti condannati nel 2019 – ha permesso di ricucire in parte la frattura creatasi tra Madrid e Barcellona. Tutto dipenderà in sintesi da che cosa vorranno fare Puigdemont e il suo partito. Sono loro il vero ago della bilancia: se manterranno le richieste di un referendum di autodeterminazione e l’amnistia per Puigdemont, porteranno inevitabilmente il paese alla ripetizione elettorale nel giro di sei mesi. Uno scenario, tra l’altro, non nuovo per la Spagna (2016 e 2019).

Le prossime saranno dunque settimane di fuoco e di negoziati incrociati. E di profonde pressioni, soprattutto da parte del PP e dal potente apparato mediatico di destra che insiste perché i socialisti si astengano per far governare Feijóo, un’opzione che nessuno prende seriamente in considerazione. Nel caso in cui Sánchez riuscisse ad arrivare ad un accordo con JxCAT in cambio della loro astensione nella sessione di investitura, si annuncerebbe in ogni caso una legislatura di fuoco. Non solo perché la destra griderebbe allo scandalo e al tradimento della patria: Sánchez arriva a patti perfino con un latitante che vuole rompere il paese, ripeterebbero. E non solo perché per ogni votazione in Parlamento si dovrebbero cercare i voti uno ad uno. Ma anche perché la destra tenterebbe continuamente l’assalto alla diligenza con qualunque metodo, lecito e non. Vale la pena ricordare che il PP ha la maggioranza assoluta in Senato e, soprattutto, governa in dodici regioni su diciassette e nella maggioranza delle grandi e medie città. Il nuovo governo di sinistra vivrebbe praticamente sotto assedio come Leningrado nel 1941-43. La formazione del Parlamento il prossimo 17 agosto e le successive consultazioni con il re Felipe VI permetteranno di capire se ci sono margini per un accordo. Vedremo.
In ogni caso, nel contesto europeo attuale il risultato spagnolo è un segnale importantissimo. Ci insegna che frenare l’estrema destra si può se l’elettorato di sinistra si mobilita. Certo, se ci sarà una ripetizione elettorale si torna al punto di partenza. Ma due cose rimarranno. Da una parte, gli spagnoli hanno detto chiaramente che non vogliono una Spagna uniforme e in bianco e nero, come piacerebbe a Vox, bensì una Spagna plurale e diversa. Perché questa è, in realtà, la fotografia del paese. Tocca alla politica ora gestire questa complessità. Dall’altra, gli spagnoli hanno anche mandato un messaggio chiaro a chi in Europa pensava che la conquista di Madrid avrebbe spianato la strada a un’alleanza tra Popolari e Conservatori e Riformisti Europei in vista delle europee del prossimo giugno. Da ieri sera, il piano di Meloni e Weber si fa molto più difficile. E questa, ovviamente, è una bellissima notizia.

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CREDITI FOTO: Photo: Cesar Luis de Luca/dpa  | 24 July 2023, Spain, Madrid: Pedro Sanchez, leader of the Socialist Workers’ Party and current Spanish prime minister, greets his supporters outside party headquarters after the general election. The conservative opposition People’s Party (PP) won Spain’s general election July 23, 2023, but fell well short of an absolute majority. The previous head of government, Sanchez, ended up in second place with his socialist PSOE.



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