Elezioni midterm negli Usa, non c’è stata l’onda rossa

A risultati parziali gli “election deniers”, i candidati repubblicani che negano l’esito del voto del 2020 sembrano in gran parte sconfitti, ma non è tutto ora quello che luccica.

Elisabetta Grande

Mentre ancora non sono noti i risultati finali del combattutissimo midterm statunitense, in cui sono da assegnare tutti i 435 seggi per la House of Representatives, un terzo – pari oggi a 35 – di seggi per il Senato federale, ma anche tantissime posizioni statali, che vanno dalle cariche governatoriali (36), ai posti di deputati e senatori di gran parte delle legislature (46), oltre a innumerevoli altri incarichi giurisdizionali e amministrativi, una cosa appare già chiara. Non c’è stata l’ondata rossa, quella che, al grido delle elezioni presidenziali rubate, avrebbe potuto – secondo molti – mettere in serio pericolo il sistema democratico degli Stati Uniti.

I così detti “election deniers”, ossia coloro che negano i risultati elettorali del 2020 e che rappresentavano la netta maggioranza dei candidati repubblicani ai differenti posti in lizza, paiono essere stati in gran parte sconfitti, soprattutto nelle corse elettorali cruciali: quelle, a livello statale, dei governatori e dei segretari di Stato. Sono, infatti, queste le cariche che avrebbero potuto rifiutare la certificazione del voto presidenziale nel 2024, laddove – come nell’ultima tornata – la vittoria di un ipotetico candidato democratico fosse stata di misura. È questa la ragione per la quale le corse elettorali dei governatori (e dei segretari di Stato) della Pennsylvania, del Wisconsin, del Michigan e dell’Arizona – tutti Stati in cui nel 2020 Biden ha vinto per una manciata di voti o poco più e in cui correvano repubblicani “deniers” – erano particolarmente sotto osservazione.

Doug Mastriano, veterano in Iraq e Afghanistan e convintamente anti-abortista, ha ceduto di fronte all’avversario Josh Shapiro in Pennsylvania, Tony Evers ha vinto contro Tim Michels in Wisconsin, Gretchen Withmer contro Tudor Dixon in Michigan e la pasionaria negazionista pro Trump ed ex-conduttrice televisiva dell’Arizona, Karie Lake, mentre si scrive sta rincorrendo la democratica Katie Hobbs. Non diversamente sono andate o stanno andando le cose per la segretaria di Stato in Michigan, con la vittoria di Jocelyn Benson sulla denier Kristina Karamo o in Arizona, dove Mark Finchem sta rincorrendo il democratico Adrian Fontes. Sembra dunque che il rischio che i democratici hanno corso, finanziando addirittura le campagne dei repubblicani deniers durante le primarie perché ritenuti meno votabili, come è accaduto per esempio nel caso del candidato al terzo distretto per il Congresso in Michigan, John Gibbs, abbia dato i suoi frutti. Certo l’azzardo è stato notevole e i risultati statali dovranno ancora dirci se i parlamenti locali non smentiranno la sconfitta dei deniers, laddove altrettanto forte si presenta il pericolo che siano i parlamenti a negare nel 2024 il via libera agli eventuali grandi elettori democratici, assumendosi il compito di nominarli loro stessi, come nel 2020 Trump avrebbe voluto che facessero (12). Simili eventualità, che metterebbero in stallo le procedure elettorali negli Stati Uniti, decretando la fine della pace democratica, hanno probabilmente convinto gli elettori indecisi negli stati in bilico a votare per i Dem, cosicché la negazione dei risultati elettorali del 2020 si è rivelata per i suoi sostenitori un boomerang.

Ciononostante con ogni probabilità i repubblicani conquisteranno la maggioranza alla Camera, mentre al Senato la partita è – nel momento in cui si scrive – ancora aperta, malgrado la vittoria di Fetterman su Oz in Pennsylvania: in Nevada e Georgia i candidati repubblicani deniers potrebbero infatti ancora spuntarla. Nell’eventualità che i repubblicani vincessero tutte e due le camere si realizzerebbe qualcosa di simile a ciò che capitò nel 1994, quando la così detta Republican Revolution rovesciò le maggioranze precedentemente detenute da Clinton nella precedente tornata, determinando politiche legislative ancora più fortemente anti povero di quelle già messe in campo da Bill Clinton stesso, con il Crime Bill del 1994 per esempio. Per tutte si pensi all’eliminazione dell’aiuto alle mamme con bambini piccoli che da Roosevelt in poi aveva costituito un salvagente, per quanto mezzo sgonfio, su cui le madri povere avevano potuto far conto e che Clinton cancellò come prezzo da pagare per la sua rielezione nel 1996. Le proposte repubblicane di oggi prevedono, infatti, di legare la sanità o la previdenza sociale al lavoro, determinando un ulteriore passaggio del welfare al workfare, che nel tempo ha accresciuto la povertà e la disuguaglianza nel paese. Si tratta sicuramente non dell’obiettivo che aveva in mente quella parte del 50% di americani che già prima dell’attuale situazione economica faceva fatica ad arrivare alla fine del mese e che oggi ha votato repubblicano per punire Biden per la più alta inflazione sofferta dal dollaro negli ultimi 40 anni e per il più alto prezzo della benzina dal 2008.

Il quadro che per ora discende dalla parziale lettura dei dati sulle elezioni statunitensi dell’8 novembre 2022, è dunque quello di un possibile pericolo scampato per un caos elettorale e conseguente destabilizzazione democratica nel 2024. Tutte le altre questioni in campo, dall’aborto all’immigrazione, alle armi e al vero o presunto allarme criminalità sono ancora sul tappeto.

(credit foto EPA/ETIENNE LAURENT)



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