Dal grillismo al civismo: come è cambiato il Movimento 5 stelle

All’inizio fu il V-day e l’organizzazione tramite meet up. Analisi dell’evoluzione della forza politica fondata da Beppe Grillo e ora guidata da Giuseppe Conte.

Alessandro Brescia

Conservo ancora a casa copia delle firme raccolte in occasione del primo V-day.

Era il 2007, il Movimento 5 stelle non esisteva ancora, i meet up si stavano organizzando e così molte liste civiche raccolsero l’irriverente e provocatorio appello lanciato da Beppe Grillo per dare uno scossone alla Casta.

Da civico ne scrissi proprio su MicroMega. In tanti speravamo potesse essere l’occasione per dare voce ai “cittadini senza partito”, orfani di appartenenza e rappresentanza.

In tanti, speravamo potesse essere finalmente l’occasione per fare sintesi e convogliare in un movimento civico nazionale quell’enorme arcipelago di esperienze civiche fatte di liste, gruppi, associazioni e cittadini impegnati, da troppo tempo logorati dalla partitocrazia imperante, non solo della destra colonizzata dagli interessi aziendali di Berlusconi ma anche delle conventicole e della solita nomenclatura del centro sinistra.

Purtroppo, quell’onda (bollata come antipolitica) prese un’altra piega e anziché provare a dare spazio a una potenziale nuova classe dirigente si preferì emarginare chi aveva già avuto esperienze politiche in favore di liste col bollino contro tutti e contro tutto. Erano gli albori di quello che sarebbe diventato il futuro Movimento 5 Stelle a vocazione liquida e senza un’identità definita, praticamente equidistante tra l’ANPI e Casa Pound, con l’unico faro (va detto altamente meritorio) della legalità.

Ma non è bastata la questione morale per evitare il corto circuito di un biennio dove l’esperienza di governo ha fatto implodere tutte le contraddizioni. E così, oltre ad aver dilapidato l’enorme consenso elettorale ottenuto, il Movimento ha dilapidato la speranza che una forza antisistema potesse dare potere ai senza potere, cioè i cittadini.

Qualcuno aveva previsto i limiti del grillismo. E così è stato. Eppure, nonostante tutto, il Movimento conserva un’importante fetta di consenso.

Anche in politica, a volte, capita di avere una seconda occasione. Ed è questo il caso. Giuseppe Conte ha una grande sfida davanti a sé che, paradossalmente, non è quella del voto di domenica 25 settembre (se la profezia dei sondaggi si auto adempirà) ma di quello che potrebbe accadere dopo.

La seconda chance dell’ex premier (di cui avremmo apprezzato pubblica ammenda per l’approvazione degli scellerati decreti sicurezza, con tanto di foto accanto a Salvini) è quella di lasciarsi alle spalle il grillismo per approdare ad un civismo politico necessario a rifondare il Movimento in una reale lista civica nazionale, recuperando i legami con i territori per preparare le future classi dirigenti, affinché, come auspicava Cicerone, “uomini (e donne) capaci e oneste abbraccino la causa dello stato e delle leggi”.

Conte si è guadagnato sul campo, soprattutto nella seconda esperienza di governo, la credibilità di cui gode oggi, l’ingaggio di persone come Scarpinato e l’identità politica che sta tentando di dare al Movimento sono segnali che vanno nella giusta direzione. L’obiettivo deve essere quello di coinvolgere, anche a livello locale, donne e uomini con competenze, professionalità e passione con l’attenzione a non trasformarsi in professionisti della politica. Politica che resta un “sport” di squadra, perché è nella forza del gruppo che si ottengo i risultati e brillano le individualità dei singoli, soprattutto se anziché prendere a calci un pallone, si vogliono affrontare i problemi del vivere comune.

Viceversa, se il Movimento diventerà il partito di Conte (film già visto con la parabola di Di Pietro) il rischio è quello di vanificare (ancora una volta) la possibilità di un cambiamento reale, anziché risvegliare i muscoli nascosti della società civile di chi vuole fare diversamente politica, con la balzana idea di mettere in agenda i bisogni della comunità e non gli interessi di parte.



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