Elezioni nella Repubblica Democratica del Congo

Sono aperte le urne per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, secondo paese per dimensione e quarto per popolazione nel continente africano. Considerati i precedenti, è difficile che si svolgano in maniera corretta e trasparente. Questo volge a favore del presidente uscente Felix Tshisekedi, ampiamente contestato per frode elettorale nelle scorse elezioni. Chiunque vincerà dovrà affrontare la gestione di una terra martoriata da decenni di conflitti, carestie e interessi esterni per l’accaparramento di risorse naturali come il cobalto, centrale per la transizione ecologica.

Filippo Zingone

Oggi, 20 dicembre, il secondo paese più vasto del continente africano, sceglierà il suo nuovo presidente. Dei circa 100 milioni di abitanti della Repubblica democratica del Congo, 44 milioni saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente e i membri del parlamento nazionale e di quelli locali.
Dei 21 candidati alla presidenza, sono 4 quelli che hanno una reale possibilità di arrivare fino in fondo. Il primo, anche  favorito,  è il presidente uscente Felix Tshisekedi, che dopo 5 anni di governo fatto di luci e ombre proverà a conquistare un secondo mandato;  Moise Katumbi, ricco uomo d’affari, ex governatore del Katanga dal 2007 al 2015 e propietario della squadra di calcio Tp Mazembe; Martin Fayulu, ex direttore generale di Exxonmobil in Etiopia, uscito sconfitto dalle elezioni del 2018, delle quali si considera ancora oggi il reale vincitore; Denis Mukwege, ginecologo premio Nobel per la pace nel 2018 per il suo lavoro con le donne vittime di stupro nelle regioni orientali della Rdc, che dopo mesi di richieste della società civile ha deciso di scendere in campo.
La gestione delle elezioni da parte della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) è però già sotto accusa. Alcuni candidati di opposizione, tra i quali ci sono Mugwege e Fayulu,  hanno deciso, a fine novembre, di fare ricorso contro la Ceni per la consegna di schede elettorali stampate su carta scadente quindi ad oggi quasi illeggibili, e hanno chiesto un riconteggio degli aventi diritto al voto, che però non è stato accordato. Il 13 dicembre, la guerra nelle regioni orientali ha portato l’esecutivo ad annunciare che nei territori sotto il controllo dell’M23, non si potrà votare e per lo stesso motivo la delegazione di osservatori dell’Ue ha deciso di rimanere solo a Kinshasa. Le accuse di repressione delle opposizioni vanno però avanti ormai da mesi. Partendo dall’arresto di Salomon Idi Kalonda, consigliere di Katumbi, a maggio fino ad arrivare all’omicidio  di Cherubin Okende, altro collaboratore del candidato di opposizione, a luglio e l’arresto, a settembre, del giornalista Stanis Bujakera che stava indagando le cause della morte di Okende. In più durante l’ultimo mese di campagna elettorale, si sono visti scontri nelle piazze tra i sostenitori dei candidati di opposizione e quelli di Tshisekedi. Scontri che hanno anche portato a alcune vittime nelle fila dell’opposizione.
Le elezione arrivano dopo 5 anni di esecutivo guidato da Felix Tshisekedi, il primo governo eletto tramite un voto quanto più possibile trasparente. Ma proprio sulla legittimità della tornata elettorale si sono concentrati i primi mesi del governo di Tshisekedi. Il risultato elettorale infatti è stato contestato non solo dal diretto concorrente, Martin Fayulu che si ripresenterà alle elezioni, ma anche dalla Chiesa congolese e dalla comunità internazionale. Nonostante le accuse, provate dall’analisi dei voti compiuta dal Congo research group e da un’inchiesta del Financial Times, la corte ha ratificato l’elezione di Tshisekedi. Formato il governo l’attenzione dell’esecutivo si è dovuta spostare repentinamente alle violenze che colpiscono le regioni orientali della Rdc dagli anni ’90 e che proprio nel 2021 hanno visto la rinnovata avanzata della milizia M23.
Un gruppo armato formato da combattenti di etnia Tutsi, che già 10 anni prima era riuscito a conquistare Goma, la capitale della ricca regione mineraria del Nord Kivu. L’M23 ha sempre dichiarato che il motivo della sua costituzione è quello di proteggere la minoranza Tutsi discriminata nei confini della Rdc. Una volta risolto il conflitto nel 2012, il governo della Rdc aveva preso l’impegno di smobilitare i miliziani e di reinserirli nell’esercito regolare congolese: secondo i capi dell’M23 questo reinserimento non è mai avvenuto e per questo nel 2021 la milizia ha ripreso ad avanzare verso Goma. Dietro queste dichiarazioni di intenti però si cela un’ingombrante presenza: il Ruanda. Infatti, secondo diverse investigazioni sia da parte di Kinshasa che di osservatori internazionali come le Nazioni Unite, ci sono prove certe dell’appoggio logistico e militare del governo di Kigali ai miliziani.
Dall’inizio dell’avanzata dell’M23 la situazione umanitaria nelle regioni orientali della Rdc, già in partenza disastrosa, non ha fatto altro che peggiorare. Ai 6 milioni di sfollati interni che già si contavano prima del 2021, derivanti dalle lotte per il controllo delle risorse minerarie della regione e dalla presenza di più di 120 gruppi armati tra il Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri, negli ultimi anni se ne è aggiunto un altro milione, raggiungendo così la mastodontica cifra di 7 milioni, attestando la Rdc come il paese con il più grande numero di sfollati interni al mondo. Non esiste poi un conteggio preciso del numero dei morti di questi 30 anni di infinite guerre, ma si contano svariati  milioni di vittime.
Per far fronte all’allarmate situazione l’esecutivo a guida Tshisekedi ha subito cercato aiuto nei paesi vicini, facendo richiesta per l’ingresso della Rdc nell’alleanza regionale East African Community (Eac). La scelta di entrare nell’Eac è stata anche dettata da una precisa mira economica, cercando di promuovere una collaborazione che potesse anche allentare le tensioni internazionali. Con l’entrata nell’alleanza dell’Africa orientale il governo di Kinshasa ha chiesto il dispiegamento di contingenti militari nelle regioni orientali per contrastare l’avanzata dell’M23, per evitare che la situazione potesse degenerare diventando un problema per i paesi confinanti. Dopo 2 anni di presenza sul campo dei soldati di Burundi, Uganda, Kenya, Ruanda e Sud Sudan, questa estate l’esecutivo della Rdc ha deciso di non rinnovare il mandato alla missione dell’Eac, dato “il fallimento della missione di contrasto all’avanzata dell’M23” come ha dichiaeato Tshisekedi. Se è vero che i contingenti schierati sul campo non sono andati oltre la semplice  “protezione” dei civili dalle incursioni delle milizie, è anche vero che a giugno era stata raggiunta una tregua che è venuta meno lo scorso ottobre, una confermato il ritiro delle truppe dell’Eac che per la fine dell’anno lasceranno definitivamente il campo.
Ma nel Nord e Sud Kivu e nell’Ituri c’è una presenza internazionale trentennale. Quella della missione delle Nazioni Unite conosciuta come Monusco, che però negli ultimi anni è stata presa di mira dalla popolazione che ha cominciato a percepire i caschi blu solamente come l’ennesimo esercito schierato sul campo. Diverse accuse sono state mosse ai soldati delle Nazioni Unite, accuse che vanno dallo stupro alla repressione nel sangue di proteste contro l’Onu in città come Goma. L’ultimo di questi fatti risale all’agosto del 2022 quando durante una manifestazione che chiedeva il ritiro della Monusco, i soldati della forza di pace hanno sparato sulla folla uccidendo 3 civili e ferendone diversi. Nonostante l’ammissione di colpa dei funzionari della Monusco, l’esecutivo ha deciso di chiedere il ritiro della forza di pace delle Nazioni Unite che, di comune accordo con Kinshasa, si è posta il dicembre del 2024 come termine massimo per smobilitare le proprie forze.
La situazione nell’est del paese però sembra solo peggiorare con le dichiarazioni che la scorsa settimana l’ex direttore del Ceni Corneille Nangaa, oggi in esilio in Kenya e sanzionato dagli U.S.A. per corruzione e ostacolo alle elezioni del 2018, ha fatto in una conferenza stampa a Nairobi. In un albergo della capitale keniota Nangaa si è incontrato con Bertand Bisimwa, “presidente” dell’M23, con il quale ha dato vita a una nuova coalizione politico-militare chiamata Alliance Feluve Congo (Afc). Una coalizione composta da diversi gruppi armati presenti sul territorio tra i quali l’M23, con il dichiarato intento di lavorare “per la ricostruzione dello Stato e la risoluzione delle cause profonde dei conflitti ricorrenti”. La formazione di questa nuova alleanza ha provocato la reazione di Kinsahsa e il conseguente innalzamento della tensione tra Kenya e Rdc, che si aggiunge alle già menzionate tensioni regionali.
Ma il futuro presidente si troverà a dover fronteggiare, oltre alla drammatica situazione delle regioni orientali, anche la devastante situazione economica in cui verte il paese. Infatti il 70% della popolazione congolese, che detiene il record dell’età mediana, 15,6 anni,  più bassa del continente africano, vive sotto la soglia di povertà. Se durante il governo di Tshisekedi si sono visti dei buoni tassi di crescita, è anche vero che la gestione dei diritti di estrazione, attività principale dell’economia congolese, continua a vedere degli accordi impari con gli investitori esteri come Cina UE e U.S., che si vogliono garantire l’accesso privilegiato alle riserve di coltan, cobalto e rame, materiali fondamentali per la transizione ecologica.
Chiunque sarà il vincitore della tornata elettorale si troverà a dover affrontare non poche e complicate sfide per provare a risollevare le sorti di uno dei paesi più ricchi di risorse al mondo, ma al tempo stesso uno dei più poveri e violenti.
CREDITI FOTO: ANSA / DAI KUROKAWA



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