L’“equivoco di fondo”. Le elezioni palermitane e la questione mafia

Il rinnovato attivismo politico dell’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro e di Marcello Dell’Utri in vista delle elezioni comunali del 12 giugno a Palermo e l’inquietante tentativo di ridimensionare il problema dei rapporti tra mafia e politica.

Manfredo Gennaro

L’arresto con l’accusa di “voto di scambio politico-mafioso” di Pietro Polizzi, candidato di Forza Italia al consiglio comunale di Palermo, insieme al boss dell’Uditore Agostino Sansone, fratello di Gaetano – il proprietario del complesso residenziale di Via Bernini in cui Salvatore Riina trascorreva la propria latitanza prima dell’arresto nel gennaio 1993 – è solo l’ultimo episodio di una campagna elettorale che evidenzia come, a trent’anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, la “questione giustizia” e la “questione mafia” rimangono uno degli a priori che condizionano la vita politica siciliana e italiana.

Secondo gli inquirenti, Agostino Sansone avrebbe promesso il sostegno del proprio clan a Polizzi, che si sarebbe “messo a disposizione”. Polizzi, intercettato, avrebbe sollecitato anche un interessamento del boss anche a sostegno di Adelaide Mazzarino, la candidata con cui faceva ticket, moglie di Eusebio D’Alì, vice presidente dell’Azienda Siciliana Trasporti: “È la candidata di Miccichè, a lei devi votare” (1).

Si chiude con questo episodio inquietante una campagna elettorale che è stata caratterizzata dal rinnovato attivismo politico dell’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro e di Marcello Dell’Utri in vista delle elezioni comunali previste per il prossimo 12 giugno. Cuffaro, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e quindi impossibilitato a candidarsi direttamente, è oggi il Commissario Regionale della Dc Nuova, partito che fa esplicitamente a lui riferimento, ed ha scelto di appoggiare per l’elezione del sindaco di Palermo l’ex assessore regionale Antonio Lagalla.

Sia Cuffaro che Dell’Utri sono stati condannati con sentenza definitiva per reati gravissimi: l’ex senatore di Raffadali nel 2010 a 7 anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra; Marcello Dell’Utri nel 2014 a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

“Un modello quasi socratico”

Il 28 luglio 2021, aprendo un incontro organizzato congiuntamente presso la “tenuta Cuffaro” a San Michele di Ganzaria dai Radicali di “Nessuno Tocchi Caino” e dalla Democrazia Cristiana di Cuffaro su “Giustizia, carceri e misure di prevenzione”, il portavoce di “Nessuno Tocchi Caino” Sergio D’Elia arrivò a definire Cuffaro un modello quasi socratico”: non tanto nel senso di “detenuto modello” che ha scontato la propria pena, come specificò subito D’Elia, ma di «una persona che accetta senza chiedere sconti, benefici particolari, quello che la giustizia ha riservato a lui, e cioè una condanna per un reato che, se fossimo in regime di “common low”, ma non di “civil law” come siamo in Italia, non esiste in nessuna parte del mondo» (2).

Dopo gli avvenimenti più recenti, si è aperta una polemica, con le ineccepibili dichiarazioni di alcune storiche figure della magistratura palermitana, da Luigi Patronaggio ad Alfredo Morvillo, e la risposta di Cuffaro, che si è dichiarato “pentito” dei suoi errori ma si è richiamato alla funzione rieducativa della pena per difendere il suo diritto di fare politica. Tra coloro che hanno difeso Cuffaro vi è il giurista Giovanni Fiandaca, che ha sostenuto che “una condanna penale, anche per un reato di mafia, non comporta affatto un giudizio di perpetua indegnità morale o di perpetua inaffidabilità sociale o politica della persona condannata” (3).

Non condividiamo queste posizioni, che confondono il diritto di un condannato, scontata la propria pena, a riprendere la propria vita con un inesistente diritto di condannati per fatti di mafia di tornare a svolgere un ruolo politico. Al contrario, una condanna per fatti di mafia – proprio per la minaccia radicale che il fenomeno mafioso porta alla vita democratica – non può essere liquidata come se costituisse un fatto ininfluente sotto il profilo dell’ethos condiviso.

Il problema attualmente non è giuridico-procedurale, poiché Cuffaro fa politica ma non si candida direttamente a cariche elettive, ma etico-politico e chiama in causa la dimensione collettiva.

Si consideri anche che, sebbene Cuffaro abbia scontato la pena cui fu condannato, lo stesso non ha mai inteso svelare gli aspetti fino ad oggi rimasti oscuri nella vicenda che lo portò in carcere. L’inchiesta sulle “talpe alla Dda” svelò, infatti, l’esistenza di un’estesa rete di complicità, con insospettabili “talpe” rintanate all’interno degli apparati investigativi, in grado di far trapelare all’allora capomandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro l’esistenza di un’attività di intercettazione nei suoi confronti.

Borghesia e mafia

Limitarsi ai casi dei condannati con sentenza passata in giudicato, pure gravissimi, rischia tuttavia di rivelarsi riduttivo e di mettere in luce solo un aspetto del problema.

Sono note le parole pronunciate da Paolo Borsellino durante un incontro con gli studenti dell’Istituto “Remondini” di Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989: «L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice “quel politico era vicino ad un mafioso”, “quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto”. E no! Questo ragionamento non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: “beh… ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso”. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica».

Una parte non marginale della società palermitana non ha mai rotto davvero con la borghesia mafiosa ampiamente presente nei “salotti buoni” della Palermo Bene fin dai tempi dei Salvo e oggi potentissima in tutti i circuiti economico-finanziari che contano. La mafia dal colletto bianco che ha fatto il salto di qualità, punta strategicamente sugli affari, sul controllo dell’economia e su un sistema di collusioni diffuse, in particolare nel mondo delle professioni.

Recentemente l’ex pg di Palermo Roberto Scarpinato, intervenendo a un convegno a Montréal, ha affermato: «I film e le serie tv raccontano una storia falsa: da una parte i brutti, sporchi e cattivi, dall’altra gli angeli. La verità è che i due mondi sono intrecciati. Attraverso le indagini, mi sono ritrovato in Parlamento, nel Consiglio dei Ministri, nelle banche e perfino in Vaticano. Ed ho cominciato a capire che i veri mafiosi, quelli più pericolosi, non sono quelli che sparano, ma sono quelli che hanno una laurea e che siedono nei piani più alti della piramide sociale. Ho scoperto che alcuni dei più importanti capi della mafia erano medici, ingegneri e architetti. La mafia è diventata un sistema di potere. Questo perché con i voti della mafia tanti sono diventati importanti uomini politici; e perché con i capitali della mafia molti sono diventati imprenditori di successo».

Il caso di Massimo Niceta, candidato di punta della DC Nuova di Cuffaro

Un caso emblematico di candidatura non gravata da condanne ma che pone un serio problema pubblico è quello di Massimo Niceta, uno dei candidati di punta della DC Nuova di Cuffaro per il consiglio comunale di Palermo.

È qui necessario essere chiari e premettere un dato di fatto: Massimo Niceta non è mai stato condannato per fatti di mafia.

Massimo Niceta proviene da una famiglia palermitana assai nota. Il padre, Mario Niceta, scomparso nel 2014, è stato accusato da diversi, importanti, Collaboratori di Giustizia, tra cui Brusca, Siino e Cannella, di gravi collusioni imprenditoriali con Cosa Nostra. Tullio Cannella, tra l’altro, ha rivelato alla magistratura i rapporti intercorsi negli anni ‘90 tra la società “Carter Bond” di Mario Niceta con importanti esponenti mafiosi: Giuseppe Guttadauro, Pino Greco Scapuzzedda, Nino Mangano e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano (4).

Massimo Niceta, divenuto imprenditore nel campo dell’abbigliamento, nel 2013 fu oggetto di un provvedimento di sequestro dei beni, insieme ai fratelli Piero ed Olimpia. Gli inquirenti ritenevano che le loro attività economiche fossero gravate da pesanti indizi di collusione con interessi mafiosi e, in particolare, con quelli dei Guttadauro.

Il Tribunale e la Corte d’Appello di Palermo non hanno confermato quest’impostazione, e, anzi, hanno dissequestrato i beni, definendo Massimo, Piero e Olimpia Niceta “imprenditori manifestamente contigui ad ambienti mafiosi e inclini a sfruttare le ‘corsie preferenziali’ derivanti dalle loro frequentazioni con esponenti di ‘cosa nostra’”, senza che ciò permetta di attribuire loro tuttavia, secondo i giudici, “la qualifica di appartenenza, sia pure in senso ampio, all’associazione mafiosa” (5).

Ciononostante, dallo stesso decreto decisorio del Tribunale di Palermo che il 4 ottobre 2018 ha ordinato la restituzione dei beni ai fratelli Niceta, emergono alcuni elementi di fatto mai smentiti che, pur non costituendo reato secondo la valutazione della magistratura, sono di assoluta rilevanza sotto il profilo pubblico.

Elementi di fatto che evidenziano anche rapporti di frequentazione intrattenuti in passato da Massimo Niceta con Giuseppe Guttadauro “‘U Dutturi”, lo storico capomandamento di Brancaccio ed ex viceprimario del Civico di Palermo, ma anche con altri membri della famiglia Guttadauro.

Giuseppe Guttadauro, lo ricordiamo ai fini di una migliore contestualizzazione, è colui che è stato definito dal Collaboratore di Giustizia Antonino Giuffré “colui che porterà avanti il pensiero pacifista di Provenzano nel modo migliore e più corretto”, ed è inoltre cognato del latitante Matteo Messina Denaro: il fratello Filippo Guttadauro ha sposato Rosalia Messina Denaro, sorella del latitante.

Lo scorso 13 febbraio “‘U Dutturi”, che le cronache degli ultimi anni avevano indicato come stabilitosi a Roma dopo l’ultima scarcerazione, è stato nuovamente arrestato: secondo gli inquirenti, fingeva di non interessarsi ma in realtà continuava a partecipare attivamente alla vita di Cosa Nostra e ad organizzare traffici internazionali di stupefacenti.

L’intercettazione in carcere dei Guttadauro: «È venuto il tuo figlioccio Niceta a chiederti una cortesia»

Il 1 marzo del 2000 Giuseppe Guttadauro è agli arresti presso il carcere palermitano dell’Ucciardone. Si presentano a colloquio i figli, Francesco e Filippo Marco, e la moglie Gisella Greco. Le microspie piazzate dagli investigatori nell’ambito dell’”operazione Ghiaccio” registrano la conversazione. Ne riprendiamo i passaggi salienti (6).

GU: GUTTADAURO Giuseppe / GR: GRECO Gisella / GF: GUTTADAURO Francesco / GM: GUTTADAURO Filippo Marco

GF: è venuto… tuo figlioccio… NICETA… NICETA… (NICETA viene proferito a bassa voce).

GU: Ah! Massimo. (GRECO Gisella, sorride)

GM: il tuo figlioccio…

GF: che è veduto a chiederti una cortesia.

GU: … (inc.)… con te ne ha parlato? (nel proferire la frase il GUTTADAURO Giuseppe, sorride)

GF: sì.

GM: c’eravamo noi nel salotto…

GF: eh, ma sì è aperto il negozio nuovo.

GR: Il fatto che… (inc.)… si affacciava…

GF: si sono aperti il… il negozio nuovo

GU: dove?

GF: dove c’è… in corso Finocchiaro Aprile, dove c’è il Tribunale

GU: eh!

GF: dove c’è il Tribunale, questa strada dove c’è la… (inc.)… all’inizio però.

GU: andiamo.

GF: ed è enorme.

GM: come si è comportato.

GF: enorme.

GU: male si è comportato?

GF: no!!

GM: va bene… secondo me ha agito male.

GF: non ha agito, comunque… in pratica ce l’hanno con… (pausa)… i ‘CATANESI’…

[…]

GF: ah… comunque… loro stanno per ora… facendo lavori perché dovrebbero aprire ora.

GM: tra un po’…

GF: gli si è presentato uno…

GU: come?

GF: gli si è presentato uno… (pausa)… però non mi ha detto ancora niente…

GR: non è tornato.

GM: però aspetta, dice: si ci è presentato uno…

[…]

GM: dice, lui era là, dice… ma per parlare con il proprietario… dice, questo è uno grande, un ragazzo grande…

GF: no, non… è un uomo… i quaranta anni…

GM: un uomo quarantanni… dice, dice. ma per parlare con i proprietari.

GF: vestito bene…

GM: allora lui dice: siccome io non so com’è che è… com’è che è… io gli ho detto, che io non ero il proprietario… (GUTTADAURO Filippo Mario, conclude la frase ridendo)

[…]

GU: scherza sempre, non la dare mai a nessuno la risposta precisa, gli devi dire, vediamo, hai capito? Così hai il tempo… andiamo…

GM: no la risposta precisa… va be… lui gli ha detto che è quello che dirige i lavori, che lui non c’entra niente.

GF: lui cercava… lui sai a chi cercava?… (pausa)… a suo padre.

GU: ah…

GF: a suo padre, cercava il NICETA grande, e lui fa, dice, io sono qua… uno che sta vedendo… lavoro qua, comunque può dire a me, dice, no, no, io devo parlare direttamente con lui, perché mi mandano AMICI, non è una cortesia di vedere questo personalmente, e gli ha fatto capire che lui viene…

[…]

GF: siccome ci deve riandare… venerdì c’è andato di… di nuovo. io ci… ci dovevo andare martedì, ci dovevo andare…

GM: va be, forse stasera lo vedo io…

GF: stasera lo vedi tu?

GM: forse… (inc.)

GF: se lo vedi tu stasera, se non lo vedi tu, domani mattino ci vado io

GU: … (inc.)… lui non può fare niente, è giusto?… (inc.)… non è che così sarebbe. Perché domani, va be comunque gli dici…

GF: siccome lui mi lui mi deve dare la risposta di… (inc.)

GU: e fatti dare la risposta gli dici io ci ho parlato con mio padre e mi ha detto vediamo quello che hai da dirmi perché può essere che se lo chiude poi… per ora chiuditelo come vuoi poi quando esce lui se parla, lascia stare queste cose a te… domani gli viene un dolore di stomaco a lui o a qualche d’uno e ci sei tu per tramite, perché il tramite tu diventi… hai capito?

GF: e infatti io gli ho fatto capire senti vedi che a me non mi interessa

GU: no… no tu… lo vedi non devi fare, gli dici: tu quando uno ti viene a chiedere una cosa… (inc.)… me, tu dopo di che sono io che devo valutare quello che gli devo dire, hai capito?

GF: io gli ho detto vedi che… siccome lui non lo sapeva che tu non c’eri capito? Però a me mi era sembrato troppo “sce… scimunito”… minchia: sei “scimunito”.

GU: lo sa… perciò lu “babbialillu” (prendetelo in giro, ndr)…

GF: senti se tu, se tu lo vuoi dire a me, che io la devo dire a lui… va bene. però se non hai… aspetti, cioè poi te la vedi tu… no, no per me io te la posso dire…

GU: gli dici per ora dice mio padre “babiullaci” (prenditelo in giro, ndr)… gli dici, e poi se ne pa…, appena esce lui se ne parla, perché se gli dai qualche cosa…

GR: non gli fa male…

[…]

Nell’intercettazione qui ripresa, Francesco Guttadauro riferisce al padre Giuseppe, detenuto, che il suo “figlioccio” Massimo Niceta è andato a trovarlo per “chiedergli una cortesia”. Mentre si apprestava ad aprire un nuovo, vasto, punto vendita in Corso Finocchiaro Aprile a Palermo, si sarebbe presentato a Massimo Niceta “uno… per parlare con il proprietario”. Massimo Niceta avrebbe negato sul momento di essere lui il proprietario, invitandolo comunque a riferire a lui, ma lo sconosciuto avrebbe insistito per parlare direttamente con il proprietario “perché mi mandano amici…”.

Dal colloquio emerge chiaramente, come confermato dagli stessi giudici, che c’è stata una pretesa di tipo estorsivo e che Massimo Niceta si è rivolto alla famiglia Guttadauro. Giuseppe Guttadauro dal carcere da dei suggerimenti precisi che i figli dovranno riferire a Massimo Niceta. Il boss di Brancaccio suggerisce a Massimo Niceta di sottostare intanto alla pretesa estorsiva (“per ora chiuditelo come vuoi”), precisando tuttavia che non appena sarebbe uscito dal carcere se ne sarebbe occupato in prima persona (“…appena esce lui se ne parla…”). «Non risulta a dispetto dell’inequivoco tenore della conversazione – scrivono i Giudici del Tribunale – che i Niceta abbiano mai sporto denuncia per quell’episodio» (7).

Scene da un matrimonio

Il 17 luglio 2007 Massimo Niceta celebra le proprie nozze con Evelina Tarallo. Al matrimonio sono invitate entrambe le famiglie Guttadauro: quella palermitana di Giuseppe Guttadauro e quella trapanese del fratello Filippo Guttadauro. L’11 giugno 2008, circa un mese prima del matrimonio, intercettata dagli inquirenti, Rosalia Messina Denaro, moglie di Filippo Guttadauro e sorella del superlatitante Matteo, informava una delle figlie di aver ricevuto l’invito dei Niceta, esteso a tutta la famiglia. Il giorno dopo, sempre intercettata dagli inquirenti, Maria Guttadauro, figlia di Filippo, parlando con la zia Gisella Greco, moglie di Giuseppe Guttadauro, riceveva da quest’ultima la conferma che anche la famiglia di Giuseppe Guttadauro era stata invitata e che l’invito era stato consegnato a mano da Margherita Giacalone, vedova di Mario Niceta e madre di Massimo (8). Il 17 giugno 2009, all’esito di una perquisizione presso l’abitazione di Massimo Niceta, verrà inoltre rinvenuto anche un bigliettino “PER MASSIMO ED EVELINA” contenente gli auguri della famiglia di Filippo Guttadauro per il matrimonio (9).

Al matrimonio saranno effettivamente presenti, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Maria Guttadauro, figlia di Filippo, e Francesco Guttadauro, figlio di Giuseppe. E non sarà una presenza meramente di circostanza, poiché Francesco Guttadauro si intratterrà tutta la sera a parlare con gli ospiti, “monopolizzando” Piero Niceta, fratello dello sposo Massimo Niceta.

«Alcune delle conversazione riportate nella menzionata nota del ROS del 15.9.16 – scrivono i giudici del Tribunale di Palermo – forniscono una solida conferma al racconto della “familiarità” fra Francesco Guttadauro (figlio di Giuseppe) e Piero Niceta e al fatto che gli stessi si fossero intrattenuti a dialogare durante i festeggiamenti del matrimonio: nella conversazione fra Guttadauro Maria (presente al matrimonio) e la sorella Lorenza, quest’ultima chiedeva di Piero e la prima scherzava con la sorella circa lo stretto rapporto confidenziale esistente fra Piero Niceta ed il cugino Francesco Guttaudauro. In altra conversazione di pochi minuti successiva, contattata telefonicamente dal cognato Bellomo Girolamo (marito della sorella Guttadauro Lorenza), riferiva a quest’ultimo di non essere in grado di passargli il cugino Francesco Guttadauro, non potendolo disturbare in quanto impegnato in un dialogo con Piero e lo zio di questi. In una terza telefonata, sempre Guttadauro Maria riferiva a Di Maio Gianfranco che il cugino Francesco Guttadauro “aveva monopolizzato uno dei fratelli, intrattenendosi a dialogare con questi e i figli dello stesso”» (10).

Conclusione

Il regista Franco Maresco, con riferimento al contesto complessivo della Palermo odierna, ha sostenuto: «La mafia non è mai uscita dalla politica palermitana. Io in questa situazione ci vedo continuità nel tempo. Semmai l’illusione è che in tutti questi anni ci sia stata una discontinuità».

Tutti gli indicatori inducono a ritenere che Cosa Nostra non sia affatto in declino, ma che anzi l’organizzazione abbia compiuto il salto di qualità, dismettendo l’abito stragista, cambiando aspetto e raffinando le proprie strategie.

In questo contesto, è inquietante il tentativo di ridimensionare la “questione mafia” come problema pubblico dirimente, sia dal punto di vista del contrasto giudiziario che sotto il profilo politico e sociale.

Una parte della società palermitana (e non solo) sembra non considerare problematica l’esistenza di una borghesia mafiosa e di un blocco politico e sociale che considera naturale intessere rapporti con la stessa, spesso considerata erroneamente portatrice di benessere economico.

Ma il vulnus inferto dalle amministrative palermitane può rivelarsi anche un’occasione di riscatto, se quei cittadini che non sono disposti ad accettare passivamente quel “puzzo di compromesso morale” di cui parlò Paolo Borsellino, coglieranno l’occasione per rilanciare una nuova stagione di impegno civile e politico caratterizzata dal rifiuto di quella che rischia di dispiegarsi come una vera e propria Restaurazione.

Note

1. Salvo Palazzolo, Mafia e politica, blitz a Palermo: in manette candidato di Forza Italia e un boss fedelissimo di Riina. L’intercettazione: “Se sono potente io, lo siete anche voi”, palermo.repubblica.it, 08/06/2022 (https://bit.ly/3NzjR5E)
2.L’intervento di D’Elia è visibile al seguente link: https://bit.ly/3xfoQCK
3. Fiandaca: Cuffaro e Dell’Utri? Basta con l’antimafia delle parole” (int. di R. Puglisi), livesicilia.it, 15/05/2022 (https://bit.ly/3GOu2kr)
4. Trib. di Palermo, Sezione I Penale Misure di Prevenzione, Proc. 203/13 R.M.P., Decreto del 04/10/2018, p. 24
5. Corte D’Appello di Palermo, Sezione V Penale Misure di Prevenzione, Proc. 49/19 R.R.M.P., Decreto del 19/11/2020, p. 8
6. Trib. di Palermo, Ibid., pp. 53-54. Il testo integrale dell’intercettazione è consultabile al seguente link: https://bit.ly/3mgGeRC
7.
Ibid., p. 55
8. Ibid., p. 59
9. Ibid., p. 45
10. Ibid., pp. 41-42

(credit foto ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)



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