Perché le elezioni regionali di Madrid sono importanti

Il voto del 4 maggio nella regione roccaforte della destra spagnola rischia di sconvolgere i delicati equilibri politici del paese iberico.

Steven Forti

Teoricamente in Spagna non si sarebbero dovute tenere elezioni fino al 2023 quando finirà la legislatura e si voterà in tutti i Comuni e nella stragrande maggioranza delle regioni. Dopo un intenso ciclo elettorale e lo tsunami della pandemia, si ragionava pensando in un paio d’anni in cui l’esecutivo di coalizione di Pedro Sánchez si sarebbe potuto concentrare sulla campagna di vaccinazione, il Recovery Plan e l’attuazione del programma di governo. Logicamente queste priorità restano, ma tutto si è complicato: dopo le elezioni anticipate catalane dello scorso 14 febbraio – ancora non si è formato un governo a Barcellona per le frizioni tra i partiti indipendentisti –, il 4 maggio si voterà anche a Madrid, regione che concentra quasi 7 milioni di abitanti e che rappresenta poco meno del 20% del Pil del paese.

Convocate con due anni di anticipo rispetto alla scadenza della legislatura dalla presidente regionale del Partido Popular (PP), Isabel Díaz Ayuso, per evitare una mozione di sfiducia e cercare di capitalizzare il consenso ottenuto negli ultimi mesi con una campagna dal sapore trumpista contro le restrizioni sanitarie decretate dal governo, le elezioni madrilene richiano di sconvolgere i delicati equilibri politici del paese iberico. In parte lo hanno già fatto. Dopo soli quattordici mesi Pablo Iglesias si è dimesso dalla vicepresidenza del governo, con una mossa coraggiosa e forse – solo il tempo lo dirà – azzardata. L’obiettivo del leader di Unidas Podemos (UP), che si presenta come candidato alla presidenza regionale per il suo partito, è evitare che Madrid sia governata dall’ultradestra, ossia da un’alleanza del PP e Vox, uno scenario che considerano plausibile la maggioranza dei sondaggi.

In realtà, Iglesias tenta anche di evitare una débacle di UP a Madrid dove, oltre al Partido Socialista Obrero Español (PSOE), ha un competitor a sinistra in Más Madrid, formazione fondata nel 2019 dall’ex numero due di Podemos, Íñigo Errejón. E, inoltre, apre a una successione nel partito – indicando come futura candidata di UP l’attuale ministra del Lavoro, Yolanda Díaz, molto apprezzata dalle parti sociali – e cerca di recuperare una dimensione di “lotta” per bilanciare un certo logoramento da quando è al governo con i socialisti.

Ma le elezioni a Madrid non sono importanti solo per le conseguenze dirette che hanno avuto sull’esecutivo di coalizione. Nonostante vi siano frequenti frizioni – dalla legge sugli affitti a quella sui diritti delle persone trans – PSOE e UP stanno lavorando bene, tenendo poi conto del difficilissimo contesto e del fatto che governano in minoranza, dovendo cercare l’appoggio delle formazioni regionaliste e nazionaliste, inclusi gli indipendentisti catalani, in un Parlamento quanto mai frammentato. Il voto del 4 maggio in realtà è cruciale per capire la trasformazione della destra spagnola.

Da una parte, Díaz Ayuso sta tentando di riunificare sotto la bandiera del PP tutto quello che c’è a destra dei socialisti: nel 2015 l’ingresso in scena di Ciudadanos e tre anni dopo quello di Vox avevano messo fine alla lunga egemonia a destra dei popolari. Il possibile sorpasso del partito di Albert Rivera non era così impensabile e nel 2019 si era formato il primo governo regionale di coalizione (PP-Ciudadanos con l’appoggio esterno di Vox) dopo oltre vent’anni di esecutivi monocolore del PP. Ora gli scenari sono altri: Ciudadanos è sul punto di scomparire – non supererà probabilmente la soglia di sbarramento del 5%; nel 2019 sfiorò il 20% – e il rischio per i popolari è semmai di essere sorpassati dalla formazione di Santiago Abascal, alleata in Europa di Giorgia Meloni. Per questo Díaz Ayuso ha radicalizzato il suo discorso, facendosi portatrice di istanze e un linguaggio molto simili a quelli di Vox: da un becero nazionalismo alla difesa a spada tratta delle aperture di ristoranti e bar, passando per una retorica visceralmente anticomunista e neoliberista. Il suo slogan di campagna è infatti “socialismo o libertà”, trasformato in “comunismo o libertà” dopo l’ingresso in campagna elettorale di Iglesias. Una retorica che ricorda in tutto e per tutto la destra latinoamericana.

Dall’altra, Madrid è la roccaforte della destra spagnola da un quarto di secolo. Non è solo un simbolo, ma un vero e proprio laboratorio. Ayuso è la continuatrice del progetto iniziato ai tempi di José María Aznar di convertire la capitale spagnola in una specie di Miami iberica, una città-regione che, giocando sul dumping fiscale, aspira tutte le risorse e prosciuga il resto del paese. La sua vittoria segnerebbe un’accelerazione in questa direzione con tutte le conseguenze del caso sugli instabili equilibri spagnoli nelle dinamiche tra centro-periferia (non si perda di vista la crisi catalana, lungi dall’essere risolta).

I risultati del 4 maggio vanno dunque molto al di là di quello che potrebbero essere delle normali elezioni regionali. In primis, mostreranno qual è la correlazione di forze dentro la destra spagnola: secondo i sondaggi, il PP potrebbe superare il 40% dei voti (nel 2019 ottenne solo il 22%). È esportabile il risultato anche nel resto della Spagna? Se il PP riconquisterà l’egemonia nella destra del paese, nelle future elezioni legislative ha tutte le carte in regola per recuperare il governo, facilitato dalla legge elettorale.

In secondo luogo, una vittoria di Ayuso rafforzerebbe la posizione di chi dentro il PP difende un’alleanza con l’ultradestra: il segretario generale del partito, Pablo Casado, si troverebbe in difficoltà nel prendere posizione contro Vox come aveva fatto dopo tanti tentennamenti l’autunno scorso. Sull’onda lunga del successo di Ayuso, molto probabilmente il PP si decanterebbe per la tattica di Johnson, non per quella di Merkel: per evitare il sorpasso dell’ultradestra bisognerebbe dunque comprare il suo discorso, convertendosi, alla fin fine, in un’estrema destra “light”.

In terzo luogo, in altre regioni dove il PP governa con Ciudadanos, come l’Andalusia, potrebbero convocarsi elezioni anticipate, il che manterrebbe in una campagna elettorale permanente il paese. Last but not least, il PP utilizzerebbe la regione di Madrid come bastione con l’obiettivo di far cadere il governo: lo stava già facendo, sia chiaro, ma dopo il 4 maggio si tratterebbe di una vera e propria guerra senza nessuna possibilità di firmare una tregua. Tutto questo, ça va sans dire, avrebbe conseguenze dirette sull’esecutivo di Sánchez: non solo perché una sconfitta a Madrid sarebbe letta anche come un castigo dopo quasi un anno e mezzo di governo, ma anche perché con un PP “ayusizzato” è impensabile poter arrivare ad accordi per riforme quanto mai urgenti – dal Consiglio Superiore della Magistratura al sistema finanziario regionale – che devono contare con maggioranze rafforzate. Insomma, aumenterebbe l’instabilità politica in una fase cruciale per il futuro del paese.

Ovviamente, i risultati del 4 maggio potrebbero anche essere altri: una maggioranza di sinistra e la formazione di un esecutivo formato dal PSOE, Más Madrid e Unidas Podemos. Resta poco più di una settimana per mobilitare i votanti di sinistra. Non è impossibile, ma è molto difficile. La sera del 4 maggio avremo la risposta a tutti questi interrogativi.

 

(Diaz Ayuso, foto (c) EPA/Emilio Naranjo – Pablo Iglesias, foto (c) EPA/JUANJO MARTIN)



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