A pochi giorni dal voto: tra l’unità del centrodestra e le divisioni del centrosinistra

Ormai è palla agli elettori. L’ultima speranza: che siano loro a riuscire laddove, per l’ennesima volta, hanno fallito i leader della sinistra.

Pancho Pardi

Il problema principale per l’elettorato di centrosinistra era stato messo a fuoco fin dall’inizio da due interventi analoghi, di Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega, e di Gaetano Azzariti, presidente di Salviamo la Costituzione. In entrambi l’attenzione era volta al confronto asimmetrico tra l’unità del centrodestra e le divisioni nel centrosinistra, contrasto reso più evidente dalla competizione nel 37% dei collegi dove vige il criterio uninominale. Mentre nei collegi plurinominali l’attribuzione dei seggi avviene con metodo proporzionale, negli uninominali solo chi prende un voto in più di tutti gli altri contendenti guadagna il seggio di unico rappresentante del collegio. È evidente che in quei collegi risulta decisiva l’unità della coalizione, mentre quella che si presenta divisa in più gruppi ha come destino certo la sconfitta. E poiché secondo la legge elettorale Rosatellum, con cui siamo costretti a votare, il voto nell’uninominale ha una funzione indiscussa di traino anche sul voto plurinominale, se il centrodestra vincesse largamente nel primo potrebbe raggiungere la soglia critica dei due terzi dei voti. Questa soglia è esiziale: una riforma costituzionale approvata con i due terzi dei voti, secondo l’art. 138, non viene sottoposta a referendum popolare. Così una maggioranza di quella mole può far passare anche stravolgimenti costituzionali enormi senza passare dalla verifica referendaria. E può aprire una stagione di erosione di quei diritti civili e sociali che il centrodestra ha sempre sdegnato. Per fronteggiare il rischio che il centrodestra possa fare man bassa dei collegi uninominali, Flores suggeriva che una tempestiva regia approfittasse del poco tempo a disposizione per concordare la più ferrea desistenza tra le forze del centrosinistra. Superando diffidenze reciproche ormai sedimentate, queste dovevano stabilire in anticipo quali erano i candidati più adatti a competere nell’uninominale e impegnarsi a votarli e farli votare indipendentemente dall’appartenenza a un gruppo o all’altro. Gli elettori delle diverse forze dovevano essere persuasi a votare i candidati scelti anche se non appartenevano al proprio partito. Solo una collaborazione convinta della società civile poteva assicurare la contendibilità del collegio. Azzariti perfezionava questo quadro suggerendo che i vari partiti dell’alleanza si impegnassero a candidare nell’uninominale solo personalità di grande rilievo civile e pubblico in modo da mostrare la massima attenzione alla gravità del momento tanto da fare un passo indietro a vantaggio del fine comune.

Tutta questa immaginazione positiva sulla desistenza è ormai messa da parte. Il disegno richiedeva tempo e concordia. Il tempo è finito e la concordia non c’è mai stata. Nel centrosinistra la pluralità dei gruppi crea facilmente alternative insolubili: l’alleanza con un gruppo esclude quella con l’altro e risulta impossibile convincere tutti, condizione migliore per competere. Motivi di disaccordo non sono mai mancati. Il più recente è stato l’atteggiamento verso il governo Draghi. Solo FdI era all’opposizione ma tra le forze della maggioranza anomala che lo sosteneva i contrasti erano frequenti e molteplici. La stessa fine del governo è stata intricata ma alla fine resta il fatto che con diversi gradi di protagonismo Conte, Salvini e Berlusconi hanno fatto fuori Draghi. Ciò ha lasciato ruggini persistenti nel rapporto tra PD e 5 Stelle. Secondo alcuni Letta doveva recuperare Conte dopo la divergenza, secondo altri ciò era impossibile a causa della grave responsabilità nella crisi di governo, altri ancora sottolineano che Conte non si è mai mostrato disposto a farsi recuperare. Ma perfino tra chi aveva sostenuto il governo con la maggiore convinzione si sono aperte fratture e Calenda ha sciolto il patto appena stabilito con Letta e ha formato un gruppo centrista che non è affatto detto che sottragga voti solo al centrodestra. Una parte della sinistra sta in coalizione con PD e Verdi, un’altra parte si aggrega in Unione popolare guidata da De Magistris. Ma ciò non è sufficiente a evitare che un pulviscolo di sinistra resti distribuito in microliste prive di qualsiasi speranza. Ora qualcuno spera che la desistenza impossibile tra le diverse liste si realizzi con il comportamento spontaneo degli elettori, i quali dovrebbero essere così illuminati da scegliere, per ispirazione comune, l’unico candidato competitivo. Si moltiplicano le previsioni più varie sulla possibilità di alcune liste di affermarsi in qualche collegio uninominale. Ma in realtà, si contano sulla punta delle dita. Calenda spera in Roma, Conte nel sud. Ma quanti mai collegi potrebbero conquistare contro la duplice concorrenza del centrodestra unito e della coalizione guidata dal PD? Ci vorrebbe una congiunzione astrale. La lista di Unione popolare a Napoli? Nel migliore dei casi un collegio. Se la situazione è questa, la gran parte dei collegi uninominali va considerata persa, e così non è improbabile la vittoria del centrodestra con i due terzi dei voti. Per scongiurare questo rischio mortale resta solo una soluzione che non piacerà a molti: persuadersi e persuadere altri a votare contro la propria legittima convinzione e far confluire i voti sull’unica lista che sul piano nazionale può cimentarsi nel contendere i collegi uninominali all’avversario: la lista PD-Sinistra-Verdi e +Europa di Bonino. Si potrà obbiettare che forse nel sud, in qualche collegio, la stessa logica potrebbe indirizzare il voto verso i 5 Stelle. Ma quale collegio? E come si sceglie? E quale forza collettiva sarebbe in grado di pilotare in modo unitario il voto popolare in quella direzione? In ogni caso il termine voto utile non esprime bene il senso della scelta, anzi lo falsifica. Si tratta invece di un voto di assoluta emergenza costituzionale. Una scelta adottata non per far vincere una lista che non ci rappresenta ma per ottenere un risultato finale che renda impossibile al centrodestra imporre al paese il presidenzialismo, il regionalismo differenziato, il dominio del governo sulla magistratura.

Qui si aprono infiniti orizzonti di polemica. In tema strettamente costituzionale i contrari potranno obbiettare che nel 2015 fu il PD di Renzi a tentare uno stravolgimento della Costituzione, per fortuna impedito, come già quello di Berlusconi dieci anni prima, da una risposta referendaria che cancellò la riforma e fermò la resistibile ascesa del suo promotore. In tema di legge elettorale molti ricorderanno che il Rosatellum con cui si è costretti a votare (su cui gravano forti sospetti di costituzionalità, già accertati nelle precedenti Porcellum e Italicum), fu imposto addirittura con voto di fiducia dallo stesso PD renziano. E vale fino a un certo punto l’obiezione che in tempi più recenti il PD, ravveduto, aveva ammesso la necessità di una nuova legge elettorale proporzionale e anzi si era deciso, obtorto collo, a votare la riduzione del numero dei parlamentari fortemente voluta dai 5 Stelle in cambio appunto della nuova legge elettorale. Ma i 5 Stelle, ottenuto il voto sulla riforma costituzionale in tema di riduzione dei parlamentari (che peraltro contribuirà ad assottigliare le loro file) non hanno mantenuto la promessa fatta non solo sulla legge elettorale ma anche sulle altre modifiche connesse alla riforma: non tutti sanno ad esempio che non è stato ridotto il numero dei consiglieri regionali che hanno titolo per votare il Presidente della Repubblica; se non interverrà la modifica necessaria la prossima volta i consiglieri regionali conteranno un po’ di più e i parlamentari un po’ meno. Ma si deve anche ammettere che il PD si è preso lo schiaffo senza troppo impegnarsi a esigere la modifica della legge elettorale e qualcuno può facilmente insinuare che non l’ha fatto, chissà? proprio per lucrare sul voto utile. Questo punto potrebbe chiudere la discussione e giustificare la libertà di ognuno alla ricerca della propria rappresentanza politica. Perché mai dovremmo sacrificarla in nome di un obbiettivo irraggiungibile, votando un partito che ha provato a modificare in peggio la Costituzione e non ha fatto nulla o troppo poco per garantire una legge elettorale giusta? La domanda è seria e può suonare perfino angosciosa. Ma siamo sicuri che dal Porcellum in poi abbiamo davvero votato per la nostra rappresentanza politica? In realtà liste bloccate e pluricandidature, insieme all’orientamento maggioritario (esplicito o implicito), hanno invalidato all’origine il concetto stesso di rappresentanza. Il voto non è più eguale, come prescrive l’ormai dimenticato articolo 48. Al contrario il voto ricevuto dal vincitore vale il doppio di quello dato agli sconfitti. Il risultato del voto non è la rappresentanza ma una falsa maggioranza (in realtà la maggiore delle minoranze) che dovrebbe essere in grado di esprimere un governo e invece, come si è visto, il più delle volte ci riesce a fatica o addirittura non ce la fa. Questo è il punto. Fino a che non avremo una legge proporzionale scordiamoci la rappresentanza. E poiché la tendenza prevalente nella politica reale è quella di esautorare il Parlamento e sancire l’infinita superiorità del governo espressa dal mito del presidenzialismo, il compito principale del voto prossimo è impedire che questo disegno vada a compimento. Si vota solo per questo e quindi è necessario assicurare la più estesa contendibilità dei collegi uninominali. E ciò si può fare solo votando per la coalizione che per massa critica è più vicina alla possibilità di successo. Sarebbe terribile dopo il voto fare i conti e scoprire che chissà quanti collegi uninominali sono stati perduti solo per la concorrenza interna al centrosinistra. Il cui obbiettivo, è bene ribadirlo, non è la vittoria ma solo impedire il successo del centrodestra con i due terzi dei voti. A questo siamo giunti. Con questo dobbiamo confrontarci.

Se ci riuscirà dovremo stare molto attenti. Prima di tutto convincere la coalizione per cui abbiamo votato per necessità che non è padrona del nostro voto e non può disporre a suo piacere del nostro consenso, soprattutto se accedesse ad accordi e compromessi su Costituzione e legge elettorale. Il nostro voto è purtroppo obbligato ma consapevole e critico, pronto a ritirarsi di fronte al suo uso opportunistico. È un voto condizionato al rispetto delle intenzioni con cui è stato generosamente concesso. Non permette alcuna prepotenza nei confronti delle liste condannate a un provvisorio ruolo minoritario a causa della necessità. Nessuno nella coalizione maggiore potrà dire che non contano perché hanno avuto pochi voti. Quei voti sono solo in prestito per garantire un risultato efficace nella difesa dell’integrità costituzionale. Alla prima occasione sono pronti a tornare dove volevano.

 



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