EllaOne senza ricetta alle minorenni. La sentenza che non piace alle associazioni no-choice

Realtà no-choice criticano la sentenza del Consiglio di Stato. Eppure, considerato che i contraccettivi di emergenza riducono il ricorso all’aborto, la reazione dovrebbe essere diversa. Ma si sa, il vero obiettivo di queste realtà non è ridurre gli aborti bensì cancellare dall’orizzonte la possibilità di accedervi.

Ingrid Colanicchia

Il Consiglio di Stato: la “pillola dei cinque giorni dopo” potrà essere venduta in farmacia, senza ricetta, anche alle minorenni. Perché non è un farmaco abortivo.
È questo il cuore della sentenza pubblicata il 19 aprile scorso che ha respinto il ricorso presentato da un gruppo di associazioni di stampo cattolico contro la pronuncia del Tar del Lazio del 2021 che aveva riconosciuto la validità della determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) che nel 2020 ha modificato il regime di fornitura del medicinale “EllaOne”, comunemente noto come “pillola dei cinque giorni dopo”, eliminando la necessità di prescrizione medica per la sua assunzione anche nei riguardi delle minorenni.

Non ha trovato accoglimento nessuna delle motivazioni del ricorso: non solo il farmaco non è abortivo e quindi la determina dell’Aifa non viola la normativa di riferimento ma è da ritenersi infondato che la decisione sarebbe illogica e non proporzionata perché «non avrebbe preso in considerazione tutta una serie di elementi: assenza di studi e sperimentazioni, possibili effetti abortivi del medicinale che sfuggono alle garanzie imposte dalla disciplina sull’interruzione volontaria di gravidanza, “effetti collaterali” quali danni al fegato e possibili gravidanze extrauterine». «Emerge dagli atti – scrivono infatti i giudici del Consiglio di Stato – che l’amministrazione competente ha posto alla base della propria decisione studi scientifici di cui ben dà contezza il Giudice di prime cure la cui motivazione trova a parere del Collegio piena condivisione». (Non manca anche una stoccata ai tempi di recepimento dell’indirizzo di Ema da parte dell’Italia: «La scelta discrezionale dell’Amministrazione, intervenuta sei anni dopo la raccomandazione dell’Ema rispetto alla quale l’Italia era rimasta l’unico Stato membro indifferente insieme all’Ungheria – circostanza questa peraltro già di per sé significativa – non può dirsi affetta da irragionevolezza e sproporzione»).

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«Una decisione che mette a repentaglio la salute di donne e adolescenti, vendendo la pillola come fosse una normalissima aspirina» è il commento di una delle associazioni appellanti, Pro Vita e Famiglia, che in un post sul proprio sito (intitolato “Interessi ideologici e commerciali prevalgono sulla salute delle donne“) riporta il commento alla sentenza dell’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc).

«Trattare il principio attivo della pillola dei 5 giorni dopo alla stregua di un “farmaco da banco” senza la necessità di ottenere un “consenso informato” espone clinicamente a un rischio, non solo la salute fisica delle giovanissime che ne fanno già abbondante uso e in forma tutt’altro che occasionale, ma anche la salute psichica per le importanti implicazioni bioetiche», si legge nel commento: «Anche a distanza di anni dall’assunzione, la consapevolezza di aver assunto un farmaco potenzialmente abortivo è causa di depressione e disturbi dell’umore anche gravi», sentenzia l’Aigoc.

Niente di nuovo sotto il sole: al di là delle generiche accuse di un uso «abbondante e tutt’altro che occasionale», all’opera è ancora una volta quel meccanismo di stigmatizzazione per cui l’aborto deve essere sempre e comunque vissuto come un dramma, nonostante la diversa narrazione di tante donne (che ovviamente non ha la pretesa di essere assoluta ed esaustiva di tutti i vissuti esperiti).

«La gravidanza – prosegue l’Aigoc – viene così considerata alla stregua di una malattia a prognosi infausta da giustificare l’utilizzo di un qualsiasi farmaco a “occhi chiusi”; cosa che non viene fatta neanche per una patologia tumorale. Si rinuncia a educare i giovani a una scelta affettiva e sessuale responsabile e pienamente appagante. Il fallimento di un tale approccio è ampiamente dimostrato dal fatto che i Paesi che più hanno facilitato il ricorso alla contraccezione/intercezione registrano un incremento dei tassi di aborti volontari e di una mentalità disimpegnata, se non ostile, nei confronti del partner e di un’eventuale vita nascente. Proprio l’opposto di quanto necessitano le donne!».

Non lo sapevate? Le donne hanno tutte le stesse necessità, codificate in un libro sacro di cui Aigoc ed epigoni detengono il diritto assoluto all’esegesi.

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Critiche anche dal quotidiano della Conferenza episcopale. Un commento a firma di Marcello Palmieri non solo torna a definire abortiva la pillola dei cinque giorni dopo – contestando quindi le conclusioni del Consiglio di Stato, che ha accolto le risultanze degli studi condotti da Aifa – ma afferma che «l’assunzione incontrollata del medicinale potrebbe violare il principio del consenso informato, previsto dalla legge 219/17 (le «Norme in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento») per ogni atto medico». Come se i giudici del Consiglio di Stato non avessero sciolto anche tale questione dichiarando che, «come correttamente rilevato anche dalla difesa di Aifa, applicare la disciplina di cui alla legge 219/17 al caso di specie, implicherebbe una inversione del rapporto tra trattamento e consenso. Nel caso che ci occupa – scrive il Consiglio di Stato – non viene in rilievo un atto medico somministrato a un paziente (che deve scegliere previa prestazione di consenso personale, libero, esplicito, consapevole, specifico, attuale e revocabile in ogni momento) bensì di volontaria assunzione di un farmaco per il quale, con decisione che questo Giudice ritiene legittima e comunque estranea al proprio sindacato nel merito, le Autorità sanitarie non hanno previsto la prescrizione medica, qualificando lo stesso come farmaco da banco. Diversamente opinando – è la conclusione – ogni farmaco da banco richiederebbe l’attivazione del meccanismo di tutela del minore con la contestuale prestazione di consenso da parte dei genitori o di chi ne fa le veci».

Palmieri o non ha letto la sentenza per intero oppure, come nel caso della sua definizione (abortivo vs. contraccettivo), se ne infischia. E conclude: «Immaginiamo un uso smodato (proprio perché inconsapevole) della pillola: non sarebbe più tutelante per tutti prevenirlo, con il filtro della prescrizione di un medico?».

Ma non sarebbe più tutelante invece un bel corso di educazione sessuale? Così da andare incontro anche alle premure dell’Aigoc, che si preoccupa del fatto che si rinunci a «educare i giovani a una scelta affettiva e sessuale responsabile e pienamente appagante»…

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Secondo l’ultima relazione ministeriale sull’applicazione della legge 194, nel 2019 sono state notificate 73.207 interruzioni volontarie di gravidanza (ivg), un dato in costante calo negli anni (-4,1% rispetto al dato del 2018 e -68,8% rispetto al 1982, anno in cui si è osservato il più alto numero di ivg in Italia, pari a 234.801 casi). Un andamento che, con riferimento ai quattro anni precedenti l’ultima rilevazione, secondo il Ministero della Salute potrebbe essere stato in parte influenzato dalle determine Aifa del 21 aprile 2015 e del 1° febbraio 2016, che hanno eliminato, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica rispettivamente per la “pillola dei 5 giorni dopo” e per la “pillola del giorno dopo”.

Alla luce di queste considerazioni ci si potrebbe aspettare altre valutazioni da parte della galassia no-choice, ma si sa, il vero obiettivo di queste realtà non è ridurre il ricorso all’aborto bensì cancellare dall’orizzonte la possibilità di accedervi. Con buona pace dello sbandierato benessere di donne e ragazze.

Credit foto: manifestazione organizzata da Non una di meno, 27 novembre 2021, Roma. ANSA © Matteo Nardone/Pacific Press via ZUMA Press Wire

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