Elogio della laicità, motore di emancipazione individuale e sociale

La laicità è esigente, non consente scappatoie e richiede un impegno notevole perché chiama ognuno all’autonomia morale e alla responsabilità della scelta.

Maria Mantello

Laicità è orgoglio dell’autonomia decisionale. Valore esistenziale per una società libera dal dogmatismo di quanti vorrebbero ingabbiare pensiero e scelta nell’ideologia di verità svincolate da ogni possibilità di verifica empirico-razionale.

Ecco allora che la laicità è educazione alla strutturazione di una “forma mentis” per sviluppare competenze e capacità di comprendere, analizzare, discutere, comunicare nell’abitudine all’esercizio del pensiero analitico critico. Tribunale della ragionevolezza, in una metodica di emancipazione individuale e sociale contro pregiudizi e luoghi comuni.

Una emancipazione mentale, che chiama ognuno alla consequenzialità dell’autonomia morale, inscindibile dalla responsabilità della scelta. Perché scegliere in un modo o nell’altro è un problema nostro ed è un fatto ineludibile. Ogni azione implica una intenzionalità in vista di uno scopo: il risultato ipotizzato che desideriamo conseguire, e l’impegno a conseguirlo.

L’azione è quindi la messa in opera di un progetto mediante l’esercizio della libertà individuale di scegliere. Una libertà che è indagine razionale sulle possibilità e modalità di scegliere, e che caratterizza ogni scelta.

Una libertà che ci fa pronunciare ogni volta un , o un no. Un monosillabo ineludibile, perché anche nelle condizioni più restrittive, nei casi limite, in cui magari non vorremmo mai trovarci, comunque scegliamo. Non ci si può sottrarre. La scelta è il nostro peso, la nostra leggerezza.

Poiché ogni scelta determina risultati, essa è un atto creativo, con cui ciascuno struttura il suo modo di essere. Non siamo programmati, blindati per adeguarci a un modello prestabilito, ma creatori di quel che vogliamo e possiamo essere. Ed è questo che fa la differenza rispetto al più facile adeguamento a precettistiche e stereotipi.

Ecco allora che la riflessione analitica, la discussione e la verifica sistematiche su condizioni, possibilità e risultati delle azioni diviene valore e metodo etico, proprio nella connessione scelta – responsabilità. Senza sconti. Senza fughe ideologiche.

Poiché la responsabilità non è mai comoda, vale appena ricordare a quanti sperano di potervisi sottrarre, ponendosi sotto la cappa consolatoria di modelli blindati in supposte verità eterne e sacre di un qualche confessionalismo, che comunque scelgono. E ciascuno di loro ha la responsabilità di essere portatore di un pacchetto morale che, blindato in pregiudiziali idee di uomo o di donna, esige conformismo morale per sé e per gli altri.

Un confessionalismo che è tutto il contrario dell’etica laica. Per l’etica laica, infatti, non c’è un’idea di individuo a priori, i cui comportamenti si snoderebbero attraverso disegni dati, ma c’è l’individuo storico-concreto. In mancanza di questo riconoscimento c’è infatti solo la pretesa di assumere per sé e imporre a tutti gli altri l’adeguamento a un modello precostituito, assoluto e totalitario a cui fideisticamente aderire. Un mondo di cloni! Tutto blindato. Tutto stabilito. Tutto indiscutibile.

Tutto il contrario dell’etica laica, che proprio nell’esercizio del dubitare, discutere e scegliere fonda la dimostrazione della bontà della scelta. E che per questo non può accettare padroni dell’assoluto-morale che pretende di elevare il precetto a legge dello stato.

Allora, se l’etica è la particolare tecnh (téche) d’indagine critica e di verifica empirico-razionale su ciò che rende un’azione buona nell’immanenza del progetto esistenziale, nel diritto dovere per ciascuno ad autodeterminarsi, l’etica, in quanto arte dello scegliere, è necessariamente laica.

Lì dove la scelta è risolta nella docilità dell’obbedienza, nell’adeguamento a comportamenti aprioristicamente fissati in eterno, non c’è un enteneller (aut-aut), ma un pensiero unico e un comportamento univoco. Non a caso il religiosissimo Kierkegaard affermava che «la fede comincia dove il pensiero finisce», e affogava la singolarità etica dell’autonomia morale nel paradosso della fede, nell’afasia dell’eteronomia di Abramo.

Sulla differenza tra azione autonoma e azione eteronoma si gioca la dicotomia tra laicità e confessionalismo. Per il laico, come abbiamo già detto, l’azione non ha la sua giustificazione etica, la sua garanzia in un ordine, un’abitudine e neppure in un capriccio. La garanzia della bontà dell’azione, ciò che la rende eticamente fondata, ciò che ne garantisce, potremmo dire l’epistemologia (ciò che si impone), è la scelta dell’azione per il fine che ha in sé stessa.

È questo, come ha insegnato Kant, che fa buona la scelta.

Ad esempio: se scelgo di aiutare una persona in difficoltà, la mia azione non può avere scopo altro, fine altro, al di fuori del fatto che ritengo positivo portare aiuto. Lì e Ora. Del tutto differente è se quell’aiuto io lo elargisco in modo strumentale, ovvero in funzione di un tornaconto premiale.

È infatti il premio che ne riceverò, a determinare la mia volontà di agire. E se per avere quel premio dovessi fare l’esatto contrario, lo farei.

È questo il regno dell’eteronomia morale, che proprio nell’uso strumentale dell’azione, ne vanifica la bontà. Ma non solo! Agendo così, uso strumentalmente anche me stesso, assoggettando la mia scelta ad altro/altri. A un potere esterno, la cui assolutizzazione è proporzionale alla povertà, alla riduzione della mia responsabilità morale.

La fondatezza della scelta, ciò che rende buona la scelta, non può allora risiedere nella obbedienza – adeguamento a una autorità infallibile e indiscutibile, dispensatrice di ricompense e castighi. È proprio in questa eteronomia l’amoralità etica. Dove l’individuo, espropriato dei possibili sperimentabili esistenziali acquieta sé stesso magari sperando in disegni provvidenziali, proiettati finanche in immaginifici cieli.

In nome di assoluti, nell’esaltazione “del dio lo vuole” l’umanità ha commesso e continua a commettere le peggiori atrocità. Ed è la stessa logica dissennata di chi in nome di un dio, o di un altro dio, semina terrorismo, o farnetica di scontri di civiltà, per imporre al mondo l’Assoluto del proprio ordine amorale.

Un mondo dominato dal narcotico di un pensiero unico e di un’univoca morale. Un mondo dove ognuno, in una sorta di automatismo psichico, risponda come il cane di Pavlov al suono della campana che ha stabilito per lui cosa è bene e cosa è male. Una volta per tutte e universalmente. Per fede.

La morale laica non è un sistema di valori contrapposto a un altro, ma è la dimensione della libertà, ovvero il regno della libertà nella reciprocità delle libertà. Quella confessionale è il regno tautologico dell’eterno ritorno all’eguale. Essere che tarpa e ingabbia ogni esistente, e che nell’eteronomia falsifica e strumentalizza anche ogni relazione intersoggettiva. Ogni alterità è preventivamente eliminata, fagocitata, schiacciata in un totalitario replicante assoluto Io.

Al contrario, se si assume come strategia etica il principio laico dell’ermeneutica della verificabilità, è chiaro che ogni segmento della praxis obbliga a continue rivisitazioni nell’io, e alla comunicazione dialogica con ciascun altro io. Da un tale esercizio etico tutti avrebbero da guadagnare, proprio per le possibilità di garantire libertarie prospettive di asimmetriche pluralità. Solo così l’egoità si apre infatti alla visione degli esistenti possibili.

Lo scontro allora non è tra credenti, diversamente credenti o quant’altro. Lo scontro, semmai è tra chi accetta di discutere e verificare, argomentando la bontà dei suoi assunti, e tra chi questo rifiuta. Perché rifiuta quella che Hannah Arendt chiamava: «la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali».

«Non volere sempre per gli altri quello che vorresti per te, potrebbero avere gusti diversi». Questo aforisma di George Bernard Shaw potrebbe essere una buona bussola di orientamento laico per garantire la civile convivenza democratica.

E per rimanere “a casa notra”, soprattutto quando si è in presenza di un confessionalismo che suona costantemente le proprie campane per affermare una omologazione dell’ethos pubblico e privato a tutto vantaggio della sua identitaria cittadella dottrinaria (invariata a tutt’oggi) non sarebbe il caso di chiederci perché lo stato italiano dovrebbe lautamente finanziare una Chiesa che, ad esempio, perpetua modelli sessisti e patriarcali, anche ostinandosi a non firmare la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne? Ma forse il papa “illuminista” in solio, pensa che basti “recitare il rosario”, magari all’insegna del fiat mariano?



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