Elogio dell’ira

Autoproclamati difensori della patria e complottisti di ogni risma hanno infangato il buon nome dell’ira. Ma lo spirito autenticamente adirato disprezza la stupidità e l’illusione. Non si basa sulla violenza cieca, sulla rivolta fine a se stessa, sulla militanza eruttiva, ma sulla disputa costante, sul confronto serrato. Ecco perché è così essenziale per la nostra democrazia.

Helmut Ortner

L’ira non gode di buona reputazione. Spesso associata a espressioni un po’ antiquate come “l’ira di Dio” o a parole come “irascibilità”, una mancanza di ritegno che concediamo solo ai bambini indisciplinati, l’uso della parola “ira” risulta spesso confuso. È dunque utile fare un po’ di chiarezza. Innanzitutto, la parola “ira” copre un ampio spettro di emozioni. Come possiamo fare distinzioni all’interno di questo spettro? In che rapporti stanno fra loro, per esempio, la rabbia, l’odio e l’ira? Sono sinonimi o denotano sentimenti chiaramente distinguibili? Il risentimento, l’indignazione, la rabbia e l’ira indicano forse stadi crescenti dello stesso stato d’animo? La rabbia è una sorta di sorella avvilita dell’ira?

L’ira è onnipresente, fa parte della nostra esistenza. Finché riguarda i singoli individui, può essere un tormento per chi è prossimo, ma si esaurisce nel privato. L’ira collettiva invece ha una dinamica che contiene in sé il potere della ribellione, non cerca necessariamente l’equilibrio né una soluzione pacifica. Ogni società – di certo ogni potere politico – cerca di domare l’ira del popolo. Quando infatti l’esperienza condivisa libera l’ira dalla gabbia della solitudine privata, quando la protesta e gli slogan si intensificano, quando le grida diventano più forti e le richieste più radicali, quando l’ira dell’individuo si unisce alla rabbia della folla, gonfiandola, i potenti intravedono il pericolo. Ci sono innumerevoli occasioni che fanno infuriare la gente. Se si guarda il campo emotivo del malcontento in termini di intensità, si inizia con un leggero risentimento per passare a una rabbia ardente fino a giungere a un vero e proprio odio che si consuma nell’individuo. Se ci si interroga sulla sua struttura temporale, la rabbia può rimanere uno sfogo puntuale di sentimenti repressi o diventare un tratto permanente del carattere (“una persona aggressiva”).

Il carattere dell’ira

Ma come nasce l’ira? Monta lentamente o colpisce come un fulmine a ciel sereno? Nel primo caso, come possiamo descrivere questo processo? Per esempio, è preceduta da una forma lieve di rabbia? L’odio è il segno distintivo dell’ira duratura, come sosteneva Tommaso d’Aquino? L’ira denota forse la passione e la rabbia l’eccitazione, cioè l’una il lento gonfiarsi, l’altra lo scoppio improvviso? E poi l’odio che segue il risentimento sarebbe moralmente negativo, mentre l’ira, in quanto imparentata con l’indignazione, un’emozione positiva?

Ciò che scatena l’indignazione, provoca la rabbia e mobilita l’ira sembra in effetti essere collegato alle nostre esperienze morali socialmente fondate. E la morale, lo sappiamo, è una questione precaria. Certo: qualsiasi nozione di norma presuppone una qualche generalizzazione, ma per l’individuo ciascuna di esse può avere un’autorità ben diversa. Il prerequisito è la libertà soggettiva di azione, la capacità di ciascuno di riconoscere, di valutare se qualcosa è giusto secondo le proprie concezioni morali, e di agire di conseguenza. È la capacità di dire no.

Naturalmente, i sentimenti soggettivi e le massime dell’azione difficilmente possono essere standardizzati: una situazione che fa immediatamente infuriare qualcuno, farà magari indignare pubblicamente qualcun altro e in altri ancora provocherà nient’altro che una rabbia fredda. L’essere umano può certamente arrabbiarsi, ma il diritto alla grande ira appartiene tutt’al più agli dei. Perché la rabbia, come sottolinea anche Wolfgang Sofsky nel suo illuminante Das Buch der Laster [Il libro dei vizi], può essere sì impetuosa, rumorosa e smodata, ma si spegne o svanisce altrettanto rapidamente. “La rabbia è un evento, un’eruzione. Distrugge tutto con grandi gesti, si scaglia alla cieca, se necessario ricorre a oggetti sostitutivi”. La rabbia è come un violento attacco interiore.

L’ira è diversa, è di ampio respiro. “Il tempo dell’ira inizia con una rabbia che gradualmente si trasforma in una irritazione di fondo. Il potere del pensiero diventa lo strumento dell’ira. Mantiene il suo obiettivo chiaro in mente, perseguendolo fino alla fine”, analizza acutamente Sofsky. Le sue riflessioni attestano la tenace distruttività dell’ira. “A differenza della rabbia, che si esaurisce, l’ira finisce in un preciso momento, e cioè quando il cattivo viene punito, il nemico sconfitto per sempre. L’ira non cerca una fine pacifica e una soluzione amichevole”. Si può non essere d’accordo qui con l’autore, perché la valutazione dell’ira varia storicamente e culturalmente. Nella nostra sfera culturale, è certamente distinguibile una chiara classificazione: l’odio è “quasi sempre considerato come negativo, la rabbia incontrollata, mentre l’ira può anche essere ‘giusta’”. Per il senso morale comune questa “giusta ira” è piuttosto accettata.

La potenza produttiva dell’ira

I motivi di ira non mancano: catastrofe climatica, guerre, fame. Le élite politiche ed economiche volentieri scambiano – o denunciano? – come energie distruttive dei giovani questo nuovo tipo di ira popolare. Coloro che negano ai movimenti di protesta il loro contenuto politico e sociale riducendoli a una questione puramente psicologica, ignorano il potenziale produttivo, individuale e sociale dell’ira. Ma può dirsi lo stesso anche per i tumulti degli hooligans che entrano nell’arena politica a Washington, Berlino, Vienna e altre città sotto nomi e slogan mutevoli e che si presentano come il nuovo prototipo degli arrabbiati? Che si tratti dell’assalto al Campidoglio, delle proteste dei gilet gialli, delle rivolte antifasciste o delle manifestazioni anti-Covid – il cittadino arrabbiato è il fenotipo politico del momento, nota Manfred Schneider sulla Neue Zürcher Zeitung. La sua cifra politica spazia dalla sinistra alla destra, dall’esoterico al delirante. “Ha solo bisogno di uno slogan (che abbia una connotazione positiva o negativa fa lo stesso) per alimentare la sua rabbia. Non ha bisogno di nessuna posizione, di nessuna idea, solo di una sensazione di ‘disagio’ e malumore”. Non ha nulla in comune con i coraggiosi cittadini che, nonostante il terrore della polizia e la concreta minaccia di essere arrestati, nota ancora Schneider, scendono in piazza, in Bielorussia, Hong Kong o altrove per protestare contro le violazioni dei diritti umani, i brogli elettorali e la corruzione, rischiando la vita contro il potere statale. La “legittimità della protesta” del cittadino arrabbiato è spesso alimentata dalla sua negazione della realtà e dalle camere d’eco collettive in cui scambia idee con persone che la pensano allo stesso modo e in cui ricarica la batteria della sua rabbia. Proprio come l’interesse principale dell’hooligan del calcio non è il calcio, l’interesse principale dell’hooligan politico non è la politica.

In Germania e altrove, autoproclamati Querdenker [letteralmente “pensatori di traverso”] invitano in questi tempi pandemici a non seguire le regole che lo Stato impone per la sicurezza dei cittadini. Si sentono ingannati, irregimentati e perseguitati dallo Stato. Nelle manifestazioni urlano: “Resistenza contro la dittatura del Covid!” e si considerano “combattenti per la libertà”. Non si fanno problemi a marciare accanto a cartelli di estremisti di destra e striscioni antisemiti. Anche questi cittadini arrabbiati possono rivendicare la “potenza produttiva dell’ira”? O si tratta piuttosto di una tragica negazione collettiva della realtà, di eventi alla moda, espressione di follia collettiva?

In effetti i “sistemi di illusione” chiusi sono in piena espansione. Sulle piattaforme digitali, la gente nega, si agita e si polarizza. ­Il filosofo Boris Groys, che insegna alla New York University, ha sottolineato come il sempre più alto numero di narrazioni complottiste deliranti abbia a che fare con l’aumento dei sistemi di informazione globale. Molte persone già non si fidavano dei media consolidati, indipendentemente da quanto fossero realmente affidabili o meno. In tempi di crisi, questa sfiducia è rafforzata da una sensazione di impotenza, per spiegare la quale vengono in aiuto rozze teorie complottiste. Groys ha anche sottolineato che in una società competitiva anche le teorie complottiste competono tra loro per ottenere attenzione e seguaci. Una sorta di competizione dell’orrore. La “verità” dei negazionisti del Covid non ammette deviazioni; deve essere cupa, apocalittica e orribile. I colpevoli sono lo Stato, i politici, l’industria farmaceutica, demoni sinistri o, volendo, Bill Gates. Per Groys si tratta di tentativi di spiegare la complessità della realtà con miti bizzarri e narrazioni deliranti.

Nel suo libro L’età della rabbia. Una storia del presente (Mondadori 2018), l’autore indo-britannico Pankaj Mishra cerca di spiegare perché i perdenti della globalizzazione diventano vulnerabili ai demagoghi. Tutti coloro che sono rimasti indietro e si sentono esclusi hanno sempre reagito allo stesso modo: con l’odio nei confronti di nemici inventati, con l’evocazione di scenari apocalittici e con l’autolegittimazione attraverso la violenza. Lo straniero è vissuto come una minaccia. Questo si traduce in paura, rabbia e talvolta in ira duratura. Dunque in fondo l’ira e la rabbia sono fratelli nello spirito?

Quel che è certo è che l’ira si presenta in molte forme e non sempre è produttiva e orientata al futuro. Può essere sia espressione di un atteggiamento critico e produttivo della mente e delle emozioni che non vogliono venire a patti con il mondo e le sue imposizioni, ma anche di un atteggiamento che spesso fa di una questione secondaria, per esempio una cultura che si crede perduta, il principale campo di battaglia. La rabbia e l’odio non hanno una collocazione sociale, sono politicamente senza casa. Ma sono sempre fanatici, egomaniaci, distruttivi. E stupidi. Anche l’ira corre il pericolo di agire in maniera non intelligente. Si tratta quindi di rendere visibili gli aspetti produttivi dell’ira e di liberarla dallo stigma del distruttivo. In breve, è giunto il momento di ripristinare ­e difendere la buona reputazione dell’ira ­contro gli autoproclamati difensori della patria e i narratori di cospirazioni deliranti.

Ma lo spirito autenticamente adirato disprezza la stupidità e l’illusione. Non si basa sulla violenza cieca, sulla rivolta fine a se stessa, sulla militanza eruttiva, ma sulla disputa costante, sul confronto serrato. La rabbia, scrive Tocqueville, “non può essere contenuta, divisa o esportata”. L’ira va in cerca di un discorso costruttivo, anche se duro. Ecco perché è così essenziale per la nostra democrazia.

 

(traduzione dal tedesco di Cinzia Sciuto)

 

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