Il dramma della precarietà abitativa e l’inutilità del solo contributo all’affitto

Per affrontare la situazione occorrono politiche abitative strutturali. E cinquecentomila alloggi pubblici.

Silvia Paoluzzi*

Finalmente il Comune di Roma ha intuito che alla precarietà abitativa si risponde con le case: il sindaco Roberto Gualtieri ha recentemente annunciato uno stanziamento di 230 milioni per l’acquisto di immobili per rispondere alle 14mila famiglie in graduatoria, alle 15mila sulle quali pende una sentenza di sfratto, alle mille nei Caat (Centri di assistenza alloggiativa temporanea) e alle 1.500 nelle occupazioni organizzate dai movimenti di lotta per la casa.

Parte dei fondi verranno destinati all’acquisto degli immobili in affitto passivi nel X Municipio: si tratta sicuramente di un primo passo per un cambiamento di rotta perché sono decenni che in Italia mancano delle politiche abitative strutturali e il mandato al libero mercato ha portato a disuguaglianze tra le famiglie che solo con interventi significativi possiamo colmare. Ora ci auguriamo che l’ex ministro all’Economia si faccia portavoce presso il Governo di quanto accade nella cruda realtà del quotidiano.

L’Istat nel suo rapporto sulla povertà 2021 ci parla di 866 mila famiglie in povertà assoluta. Di queste il 40 per cento vive in affitto.
Nella capitale d’Italia anche prima della pandemia chiunque si trovasse ad affrontare uno sfratto non poteva contare su alcun supporto da parte dell’amministrazione, se non lo smembramento delle famiglie. Mamme con bambini nelle case-famiglia e i papà a dormire in macchina.

Altra offerta per le famiglie sotto sfratto a Roma è l’utilizzo dei fondi derivati dalla delibera 163/98, praticamente una vincita alla lotteria quasi impossibile da riscuotere. Il contributo erogato dai servizi sociali dei municipi prevede una copertura sull’affitto fino al 90 per cento. Quindi una famiglia sotto sfratto deve provvedere a trovare un proprietario disposto ad affittare un alloggio e portare presso gli uffici municipali il nuovo contratto, ma solo dopo essere stata sfrattata. Un gioco al massacro se si considera che sul libero mercato l’unica chance per poter sottoscrivere un contratto è presentare garanzie solide. Non hai lavoro stabile? Difficile affittare casa. Eppure, i fondi ci sono. Come potrebbe utilizzarli il Comune?

A Roma ci sono centinaia di alloggi di enti pubblici, privatizzati che potremmo utilizzare da subito. Il Comune invece di disperdere i fondi potrebbe acquistare da questi con la formula rent to buy e destinarli subito alle famiglie in difficoltà. Perché queste misure non vengono adottate? Manca la cultura, manca la visione politica e per questo troppo spesso il vuoto è stato colmato dalla speculazione edilizia che ha deturpato il volto dei nostri territori senza restituire servizi e mangiando suolo a danno della collettività.

A seguito della pandemia e della conseguente crisi economica i ristori arrivati dall’Europa del Pnrr, che ricordiamo andranno restituiti per tre/quarti, non hanno portato quegli interventi attesi da tempo: i progetti infatti sono caduti a pioggia sui territori senza una visione politica che potesse coordinare e incidere sulle criticità. Un altro treno mancato, ormai passato con pochi risvolti se pensiamo che l’80 per cento dei progetti è destinato alla realizzazione del social housing. Eppure, la risposta alla precarietà abitativa è impegnativa ma semplice e sta tutta nell’incremento degli alloggi pubblici attraverso il recupero di stabili pubblici e privati senza consumo di suolo. In Italia occorrerebbero almeno cinquecentomila case per rispondere almeno in parte alle 650mila famiglie che vivono nelle graduatorie per una casa popolare.

In questo quadro sconfortante il Governo annuncia lo stanziamento di cento milioni per il contributo affitto 2022 che si vanno ad aggiungere ai 230 milioni della passata legge di bilancio. Un totale di 330 milioni per uno strumento che senza una politica strutturale per la casa va a ristorare certo i proprietari senza sconfiggere però alla radice la precarietà abitativa. Uno strumento che seppur limitato non è stato rifinanziato nella legge di bilancio e che quindi cesserà nel 2023.

D’altronde al di fuori di alcuni Comuni più virtuosi i contributi all’affitto non sono ancora arrivati nelle tasche degli inquilini sotto sfratto. Per esempio, a Roma non è ancora uscita la graduatoria del 2019. Probabile che la famiglia richiedente al momento dell’erogazione sia stata già sfrattata. A Perugia quasi il 50 per cento dei richiedenti non avranno il contributo; infatti, su 553 aventi diritto le risorse sono state liquidate a soli 313.

In un Paese che eroga i buoni per l’acquisto dei monopattini in una notte, possibile non si riesca a destinare i fondi istantaneamente a chi si trova sotto sfratto? Possibile non si riesca a connettere le Regioni con l’Agenzia delle Entrate? Pare proprio di no e nel Lazio, per esempio, dopo i grandi annunci dell’assessore Massimilliano Valeriani non sono stati predisposti i bandi per i fondi del 2020.

Nel Paese reale, dove la disoccupazione e la precarietà dilagano, il problema della casa è strettamente interconnesso. Il Governo invece è tutto spostato su altri temi. La domanda non è se si può fare, ma si vuole fare? A chi risponde la classe dirigente? Dovremmo intanto risalire agli stanziamenti dispersi nei tanti rivoli delle casse ministeriali, e potremmo partire per esempio dal tesoretto dei 908 milioni degli ex fondi Gescal (acronimo di GEStione CAse per i Lavoratori, era un fondo destinato alla costruzione e all’assegnazione di case ai lavoratori, nato dalla trasformazione del piano INA-Casa) stipati nelle casseforti di Cassa Depositi e Prestiti per recuperare immobili pubblici da destinare alla precarietà abitativa.

* Unione Inquilini

Credit foto:  ANSA/ CESARE ABBATE



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