Salgari come nessuno ce lo aveva mai raccontato

Finto avventuriero, un genio che attingeva a un cilindro magico inesauribile: Felice Pozzo ricostruisce la biografia di Emilio Salgari.

Marilù Oliva

«Quando riposo sono in biblioteca per ricerche e per documentarmi. Mi fanno ridere certi autori di romanzi che hanno tutto il tempo possibile per scrivere, trascrivere, rivedere e correggere i loro lavori e poi, ben copiati e lindi, portarli all’editore… che magari non li accetta. Io devo, invece, scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle e subito spedire alla Casa Editrice senza aver purtroppo né il tempo né la soddisfazione di poter rileggere e correggere»

La biografia di Emilio Salgari merita senza dubbio di essere narrata e Felice Pozzo, grande conoscitore dello scrittore e delle sue opere lo ha fatto con acribia e attenzione per la bolognese casa editrice Odoya.

Salgari nacque a Verona ma visse a Torino, fu finto avventuriero, dal momento che i viaggi millantati non li aveva mai fatti. Un uomo dalla fantasia vividissima, dal repertorio immaginario sconfinato, un genio che attingeva a un cilindro magico inesauribile. Lavorava senza sosta, sempre in compagnia della sua bottiglia di Marsala e delle sue sigarette (ne fumava un centinaio al giorno!), nonostante fosse un uomo mite non si sottraeva alle polemiche né ai duelli, quando necessario, che viveva quasi come un prolungamento della sua favolosa “altra” vita avventurosa. In corrispondenza epistolare con la regina Margherita in persona, che apprezzava la sua produzione, era uno scrittore metodico chino sui foglio per ore e ore, del resto occorreva adempiere alle esose richieste degli editori, che con lui non ebbero pietà. Nonostante le migliaia di copie vendute anche all’estero, gli avevano riservato una formula contrattuale per cui lui guadagnava una misera e questa situazione di precarietà concorse a trascinarlo nell’abisso, arricchendo nel frattempo le case editrici (oltre al suo tabaccaio).

Pozzo ci svela le predilezioni del creatore di Sandokan, il background, la vicenda familiare con l’amatissima moglie Ida e i quattro figli dai nomi esotici: Fatima, Omar, Nadir, Romero. I suoi libri andavano a gonfie vele, in molti lo ammiravano eppure non mancarono le critiche. Tra quelle illustri, si menziona una giovanissima (e severa) Deledda non ancora insignita del Nobel:

«Il Salgari, che ha scelto un argomento poco usato in Italia e che condotto bene può procurare una certa fortuna, scrive spigliatamente, e coglie garbatamente ogni occasione per inserire nelle sue pagine nozioni geografiche e di storia naturale. I suoi volumi si possono quindi leggere con un certo profitto dai giovani, ma per avere anche l’approvazione dei grandi bisognerebbe che il Salgari desse ai suoi personaggi un po’ più di verosimiglianza, un linguaggio meno violento e infino un po’ di garbo artistico»

Eppure fu il grande pubblico a decretarne un successo inscalfibile. Ma per andare avanti occorrevano soldi, soprattutto per mantenere la famiglia e salvare poi la moglie dal manicomio, dove non avrebbe dovuto finire. Il tragico epilogo è conosciuto, sappiamo che Salgari, dopo un primo tentato suicidio con una spada che gli aveva però infilzato solo le parti molli, si buttò da un dirupo dopo essersi inferto ferite profonde. E dopo aver lasciato diverse lettere indirizzate anche agli editori, in parte responsabili del suo spleen. Chissà come si saranno sentiti i diretti destinatari: erano dispiaciuti per la perdita dell’uomo dall’immaginifico talento o perché la gallina dalle uova d’oro si era sottratta per sempre ai loro contratti logoranti?



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