Energia e territorio. Le occasioni perdute e quelle che si possono ancora perdere

L’insediamento di nuovi impianti per le energie rinnovabili rischia di dare un colpo durissimo alla già ridotta superficie agricola del nostro Paese. Come evitarlo?

Francesco Martinico e Fausto Carmelo Nigrelli

Il dibattito sullo sviluppo delle energie rinnovabili e sulla necessità di utilizzare porzioni consistenti del territorio non urbanizzato per collocare i grandi impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili sta recentemente assumendo toni sempre più accesi che rischiano di rinfocolare il mai sopito scontro tra la tutela del paesaggio e dell’ambiente e le esigenze dello sviluppo. Questo contrasto assume forme ancora più complesse alla luce della nuova livrea ambientalista e della improvvisa sensibilità alle esigenze del cambiamento climatico, delle quali si fregiano soggetti pubblici e privati.

La discussione a livello istituzionale, e non solo, rischia, anche in questo caso, di intraprendere una direzione fuorviante quando si pone l’accento sull’eccesso di vincoli che rallentano gli investimenti per la realizzazione dei nuovi impianti, soprattutto quelli fotovoltaici.

L’appello del Premier e le diffuse preoccupazioni sull’effettivo raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, fissati al 55% entro il 2030 (secondo Fondazione Enel e The European House Ambrosetti l’obiettivo sarà centrato solo 2059, 29 anni dopo la dead line) e della quota di energie rinnovabili, (40% entro il 2030, raggiungibile nel 2054), rischiano ancora di più di dare spazio allo sport nazionale: la logica emergenziale, grimaldello sempre buono per fare strame di regole, dei “lacci e lacciuoli”, come si usa dire.

Le scelte di localizzazione di qualsiasi attività insediata nel territorio dovrebbero essere basate su accurate valutazioni, mirate a ridurre gli impatti e a ottimizzare i vantaggi. Questa banale considerazione sembra essere sempre più marginale nel nostro Paese dove, ormai da decenni, si evita di assumere un punto di osservazione ampio e integrato che contemperi le varie scelte insediative, continuando a perseguire la strada delle pianificazioni settoriali autoreferenziali. All’esplosione dei piani di settore (dei trasporti, energetici, paesaggistici e via elencando) corrisponde un silenzio assordante sulla pianificazione generale, in Italia mai praticata a livello nazionale, oppure perduta nei meandri della incomprensibile complessità dei piani regionali.

In questa occasione si rischia di dare un colpo durissimo alla già ridotta superficie agricola del Paese perché, è inutile nasconderlo, è lì che si stanno concentrando gli appetiti delle grandi multinazionali dell’energia che già immaginano campi fotovoltaici estesi centinaia di ettari, veri latifondi energetici.

Non è un caso che sia già partita la grancassa (che purtroppo comprende anche ambientalisti e loro associazioni) che, di fatto, considerano sacrificabile il territorio agricolo. Gli argomenti principali sono due: non sono interessate le aree sottoposte a vincolo paesaggistico o naturalistico e il fabbisogno di terreni agricoli per la produzione di energia è pari a meno dell’1% della superficie agricola abbandonata dove si realizzerebbero i nuovi impianti.
Entrambe le argomentazioni non convincono.

La prima perché la visione del paesaggio contenuta nel Codice, in recepimento della Convenzione europea del 2000, implica la lettura dei paesaggi nella loro complessità e nelle loro relazioni e, pertanto, non si limita a tutelare le aree di pregio.

La seconda è che, nella maggior parte dei casi, le aree che sono state oggetto di compravendita per l’installazione dei campi fotovoltaici non fanno parte dei 120 mila ettari di suolo agricolo abbandonato ogni anno, ma sono invece coltivati, ben esposti e soffrono, semmai, di una inadeguata politica di sostegno all’agricoltura come presidio del territorio oltre che come risorsa strategica per il Paese.

In questo scenario, si rischia di dimenticare quanto è accaduto nel territorio italiano perdendo la grande occasione di avviare una gestione più consapevole e lungimirante che possa mettere a valore le scelte non sempre oculate fatte nel passato.

Una delle vicende che ha subito questo destino è quella relativa a un importante capitolo delle politiche per il Mezzogiorno: la costruzione del grande sistema delle aree industriali realizzate a partire dalla Legge “Pastore” del 1954 nelle Aree e nei Nuclei di Sviluppo Industriale. I “Consorzi Asi” sono stati il soggetto promotore di imponenti interventi di infrastrutturazione dei territori delle regioni del Mezzogiorno e queste azioni hanno prodotto un grande numero di “agglomerati industriali”, aree dotate delle infrastrutture indispensabili per insediare le fabbriche che avrebbero contribuito allo sviluppo economico dei territori. Il destino di queste aree attrezzate è stato molto articolato: quelle localizzate all’interno dei sistemi urbani maggiori hanno avuto quasi sempre successo, seppure con luci e ombre. Ben diverso è stato il risultato delle aree collocate nelle zone interne e meno sviluppate delle regioni meridionali, dove molte di queste aree attrezzate sono state in tutto o in parte avviate, ma non hanno avuto il successo sperato e sono rimaste ampiamente sottoutilizzate.

Un bilancio dettagliato di questa vicenda non è stato ancora prodotto, ma questi importanti investimenti hanno profondamente modificato ampie porzioni di territorio e non è possibile dimenticarne l’esistenza, soprattutto alla luce delle attuali esigenze legate all’indifferibile necessità di avviare la nuova stagione dello sviluppo della produzione da fonti energetiche rinnovabili.

Aree attrezzate ASI %
     
Campania 53 34,4%
Puglia 23 14,9%
Basilicata 13 8,4%
Calabria 14   9,1%
       
Sicilia 51 33,1%
     
Totale 154 100,0%

 

Da oltre un anno, le Università di Reggio Calabria, Bari, Catania e Napoli hanno avviato un progetto di Ricerca sugli esiti delle politiche in 5 regioni del Mezzogiorno. Lo studio comprende anche l’analisi del destino degli “agglomerati industriali”. I primi dati confermano che un notevole numero di queste aree attrezzate è fortemente sottoutilizzato, nonostante la discreta dotazione di infrastrutture già realizzate. Delle 154 aree esaminate nelle 5 regioni quasi il 5% è dotato di infrastrutture, ma non utilizzato, e il 12% non è ancora dotato di infrastrutture seppure sia ancora destinato all’uso industriale.

Il livello di utilizzazione delle aree attualmente in uso è molto differenziato, ma solo in pochi casi le aree pianificate sono pienamente utilizzate. Per esempio, in Sicilia le superfici effettivamente utilizzate di queste aree sono il 46% circa, in media, e solo 9 aree sono utilizzate oltre il 60%. In molti casi queste aree sono già in parte compromesse dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Si registra inoltre una consiste presenza di stabilimenti dismessi che costituiscono un ulteriore spreco di suoli già dotati di servizi e infrastrutture che potrebbero essere utilmente riconvertiti a nuovi usi produttivi.

Le potenzialità di produzione energetica di queste aree sono notevoli. Un calcolo, seppure speditivo, effettuato per il grande agglomerato a nord di Siracusa ha consentito di stimare che la realizzazione di pannelli fotovoltaici sulle aree mai utilizzate, dismesse o sottoutilizzate e non interessate da vincoli sovraordinati come quelli paesaggistici o archeologici, basterebbe a soddisfare i fabbisogni energetici dell’intera popolazione delle province di Catania e Siracusa.

Ma le aree industriali dei consorzi Asi sono solo una parte di quelle che potrebbero essere destinate ad accogliere i nuovi impianti. In moltissimi comuni del Mezzogiorno nell’ultimo cinquantennio sono state previste delle zone per l’insediamento di piccole e medie imprese e di attività artigianali: i PIP, Piani per gli Insediamenti Produttivi introdotti da una legge del 1971. Molte di queste aree, spesso sovradimensionate e generosamente finanziate negli anni passati, sono oggi sottoutilizzate o in stato di abbandono.

Anche queste zone dovrebbero essere incluse tra quelle per insediare i nuovi impianti, nella prospettiva di ottimizzare l’uso del suolo evitando ulteriori sprechi. Anzi, dovrebbero essere “prioritariamente” incluse. Ma, anche in questo caso ciò comporta il necessario ritorno alla pianificazione accurata del territorio, una prospettiva che sembra del tutto ignorata dalla politica, orientata al perseguimento di risultati immediatamente spendibili nella ricerca del facile consenso.

Considerare queste aree come i luoghi prioritari dove insediare impianti fotovoltaici (e altre attività connesse alla filiera dell’energia sostenibile) è quindi una scelta di grande lungimiranza che consentirebbe l’avvio di una effettiva politica di riduzione del consumo di suolo, un’azione del tutto coerente con gli obbiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. In questo modo si potrebbe contribuire alla messa in valore dei consistenti investimenti già effettuati nel passato per l’infrastrutturazione di queste aree.

La grande quantità di suoli industriali in questa condizione può quindi giocare un ruolo non trascurabile per rispondere in modo efficace ed efficiente agli ambiziosi obiettivi del PNRR senza intaccare i suoli agricoli, enorme potenziale del Paese per il XXI secolo.

Area PIP a Priolo Gargallo (Siracusa)

Area Asi a Matera

Area Asi Galatina Soleto (Lecce)

 



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