Hans Magnus Enzensberger: I miei anni Sessanta

Ricordiamo uno degli intellettuali tedeschi più autorevoli, scomparso ieri a Monaco all'età di 93 anni. Figlio di una generazione che ha plasmato – e continua a farlo – l’autocomprensione di una nazione e protagonista dei movimenti degli anni Sessanta, non fu mai organico a nessun partito o gruppo, oscillando continuamente tra adesione e distanziamento. In questa intervista uscita su MicroMega 8.2015 ricostruisce il mosaico dei suoi anni Sessanta, dal suo ‘romanzo russo’, al rapporto con i gruppi terroristi e con la Cuba di Castro, e altre tessere della sua vita.

Hans Magnus Enzensberger in conversazione con Lothar Gorris

Hans Magnus Enzensberger compirà 85 anni a novembre 1 ed è probabilmente il fumatore più felice che ci si possa immaginare. È, tra le tante altre cose, anche un fumatore professionista. Nelle tre ore e mezza trascorse insieme, nel suo appartamento-studio nel quartiere di Alt-Schwabing [a Monaco], distante un paio di metri dal Giardino inglese, preleva dal suo astuccio d’argento una sigaretta dopo l’altra e l’accende. Cinque, sei, forse anche sette. Fa lo stesso.

Indossa una camicia di colore rosa, un completo finemente tagliato. Fuori splende il sole, nell’appartamento è ancora più caldo, le finestre sono chiuse. Una caffettiera è pronta in cucina. Durante la chiacchierata, stando seduto, accavalla la gamba sinistra sulla gamba destra, cosa che neanche i trentenni riescono a fare. È in gran forma. Un uomo felice.

A breve uscirà per la casa editrice Suhrkamp un nuovo libro, in cui descrive le sue esperienze negli anni Sessanta 2. Finora si era sempre rifiutato di scrivere le sue memorie. Anche Tumult è  piuttosto un collage: resoconti e appunti di viaggi dagli anni 1963 e 1966. Gli anni dal 1967 al 1970, i mille giorni della rivoluzione berlinese, li ripercorre a tappe in un monologo. Gli anni successivi vengono trattati in miniature. Tempi sregolati.

Il libro racconta anche la storia d’amore con una giovane russa di nome Maria Alexandrowna Makarowa, conosciuta nel 1966 a Baku in occasione di un congresso per la pace dell’Associazione sovietica degli scrittori. Mascha aveva allora 23 anni, studiava letteratura americana. Il suo inglese, così dice lui, suonava come se lo avesse imparato dai dischi. Aveva occhi verdi scintillanti, ed Enzensberger, che allora aveva 36 anni, la trovava incantevole. I genitori di Mascha erano scrittori, suo padre Alexander Fadejew si era suicidato nel 1956. Lei era una persona brillante ma anche difficile, una donna che voleva sbarazzarsi dei vincoli sovietici, senza radici, del tutto bipolare. Lui lasciò la moglie norvegese, Dagrun. Mascha ed Enzensberger si sposarono nel 1967. Si trasferirono insieme da Berlino negli Usa, poi a Cuba e alla fine ritornarono in Europa. Fu un amore folle in tempi folli, un amore come in una pièce di Cˇechov. Enzensberger scrive anche che si meraviglia di non aver strozzato Mascha un giorno all’alba.

I due si separarono all’inizio degli anni Settanta. Nel 1979 si vedono un’ultima volta a Londra. Nel 1991 Mascha si toglie la vita. Una delle ultime frasi in Tumult suona: «L’amour fou è una battaglia in cui non ci sono né vincitori né vinti».

Insieme a Jürgen Habermas, Günter Grass e Martin Walser, Enzensberger appartiene a una generazione di intellettuali nata negli anni Venti che ancora continua a plasmare la Germania, una generazione coinvolta nelle battaglie degli anni Sessanta, nella riscoperta di un paese nei decenni successivi, nell’elaborazione del passato e nella critica dei rapporti sociali allora e oggi. Hanno tutti i loro ruoli: Grass il socialdemocratico probo, Habermas il filosofo saggio di Francoforte, Walser come outsider dal linguaggio acceso. Ed Enzensberger?

È sicuramente il più versatile di questo quartetto, quello con più charme e humour. Un dandy senza coazione alla coerenza. Un giocatore senza senso di responsabilità. Uno di cui non ci si può fidare. Un poeta che nel 1957 con il suo primo volume di poesia diventa immediatamente famoso, rinuncia alla grafia con l’iniziale maiuscola, indossa un pullover nero a collo alto e completi principe di Galles. Negli anni Sessanta, quando era ancora marxista, diventa uno dei più importanti leader della ribellione studentesca. Pubblica la leggendaria rivista Kursbuch, scrive saggi su tutti i grandi media del paese, suo fratello Ulrich fa parte dei fondatori della Comune 1 3. Enzensberger è al contempo dovunque e in nessun luogo. Un rivoluzionario tedesco che era in giro per tutto il mondo e che, con i suoi continui cambiamenti di posizione, sorprendeva tutti, nemici e amici. E continua a farlo.

Perdoni la mia domanda indiscreta, ma cosa le ha detto la sua attuale moglie del fatto che lei parla dei suoi anni Sessanta in termini di amour fou?

Ha detto: sì, fallo pure! Perché no?

In queste faccende le mogli possono essere un osso duro.

No, no, è trascorso tanto di quel tempo. Ha detto che senza Mascha il libro sarebbe caduto a pezzi.

Che tipo di libro è?

Dunque per prima cosa ho una debole memoria autobiografica. Se lei mi chiede: «È mai stato a Berlino presso l’Istituto di studi avanzati?», io le rispondo: «Non ho idea di quando sia avvenuto». I dettagli biografici del mio passato non mi interessano. Inoltre, il genere autobiografia è in ogni caso altamente sospetto, e le «memorie» sono anche peggio.

Perché?

Quando qualcuno dalla prospettiva di oggi racconta come le cose andavano a quei tempi, il racconto è di solito pieno di insidie e tendente all’autoindulgenza. Per quanto mi riguarda anche un po’ autoaccusatorio, come in Rousseau. Il che non rende la cosa migliore.

Allora perché esiste questo libro?

Un ritrovamento casuale. Butto via quasi tutto, ma qualcosa giaceva ancora in cantina, un po’ alla rinfusa. Un giorno vennero due persone dell’Archivio di letteratura di Marbach. Diedi loro le chiavi della cantina: guardate pure questi mucchi di immondizia. Hanno frugato lì per due giorni. Venne fuori che chi aveva scritto quegli appunti non era poi così demente. Un’osservazione alquanto acuta! C’era anche il materiale dei miei viaggi in Russia nel 1963 e 1966, appunti che ho buttato giù di notte in hotel in questi viaggi così particolari. Queste annotazioni hanno un vantaggio: manca loro il senno del poi.

Materiale autentico, quindi. Proprio fonti storiche.

Allora mi venne l’idea di montare tutto questo in un collage.

E gli anni dal 1967?

Regnava il caos, e non solo nelle carte, ma anche nella realtà. La guerra in Vietnam, la cosiddetta Apo [opposizione extraparlamentare], i khmer rossi, Nixon in Cina, la primavera di Praga. Era un unico movimento turbolento. Raccontare tutto ciò come un continuum si è rivelato impossibile. Sono accadute troppe cose contemporaneamente, e io ero… dappertutto.

In questo libro si descrive come una palla da biliardo.

All’inizio pensavo che bisognasse rappresentare questi processi politicamente interessanti, le diverse culture in cui mi imbattevo strada facendo, come pure la «stilistica» delle dittature, in modo del tutto cool e il più possibile obiettivo. Ma non avrebbe funzionato senza raccontare qualcosa della propria vita. Senza la parte privata il caos sarebbe rimasto del tutto incomprensibile.

Lei ha scritto tantissimo nella sua vita, ma raramente del suo privato.

Ma sì, le confessioni non sono il mio forte. Non mi appartiene l’esposizione del paesaggio della mia anima al pubblico dominio. Ma purtroppo in questo caso le cose non funzionavano senza il romanzo russo con una donna.

Ha fatto ricorso a un trucco alla Enzensberger.

Sono entrato in conflitto con me stesso. Un conflitto tra questo vecchio signore di quasi 85 anni e il giovanotto di allora. La domanda principale del vecchio suona: dimmi, che cosa hai veramente pensato in quel momento? Era un modo per trovare una soluzione formale alle contraddizioni della storia.

Un po’ civettuolo, forse.

Era un tentativo di prendere le distanze, di distanziarsi da se stessi. Il giovane Enzensberger dice al vecchio: non sarei mai voluto diventare come te. Ci rompevamo il grugno a vicenda. Il vecchio chiede al giovane: puoi mettere in ordine una volta per tutte questo caos? Il giovane risponde: non c’è da niente da mettere in ordine. Questo è disordine. Era così. Mi dispiace.

La domanda: «Chi ero allora, e come sono diventato quel che sono oggi?», ne implica un’altra molto più grande: «La mia vita è riuscita?».

Questo è per me troppo. Ci sono livelli di autoriflessione che si muovono solo in circolo. Alcuni romanzi si occupano di questo: la carriera lavorativa è andata male, la fidanzata se ne è andata, la madre era anaffettiva. Lascio volentieri tutto questo ad altri.

Il suo desiderio di autoriflessione non svolge alcun ruolo?

Qualche tempo fa ho scritto un libro sul generale Hammerstein 4. È stato un esempio di grande caduta di un eroe drammatico, poiché ci sono drammi, enigmi, storie folli con Mosca, con lo spionaggio, con la resistenza contro Hitler. Una storia che non mi ha dato pace. In confronto a questo il proprio materiale di vita si rivela di scarsa importanza.

La sua storia degli anni Sessanta ha diverse cose da offrire: un bagno nel Mar Nero con Khrušcˇëv, l’amore per una russa bella da impazzire, la rivoluzione a Berlino, la fuga nel terrore, il riassetto di un intero paese dalla spazzatura del passato.

Certo, c’e forse ancora qualcosa da offrire. Ma si guardi pure intorno, nella stanza – qui non è accaduto molto. Siedo alla scrivania, faccio un po’ un giro di telefonate, vado da qualche parte e poi torno. Anche io ho una famiglia stabile. Non c’è grande materiale.

Lei ha descritto il suo ruolo come «osservatore che partecipa», che «mangia con gli autoctoni, danza e va a letto con loro».

Si potrebbe trattare questo ruolo dell’osservatore che partecipa anche come una mancanza.

Una mancanza?

Di uno che si comporta così, si potrebbe dire che da lui non verrà mai fuori un buon compagno. Comprende?

Insomma.

Questo osserva sempre e solo quel che gli altri fanno, nonostante sia lì e partecipi. Perché non si allontana semplicemente, dicendo: Non mi interessa? Ma no – è troppo curioso. Alcuni, che avevano un fiuto molto acuto per questo, lo hanno notato e hanno detto: questo tipo è sempre nello stesso tempo dentro e fuori. Strano!

Da dove proviene questo atteggiamento?

È dovuto probabilmente alle modalità di socializzazione durante il periodo del nazismo, alla dittatura e alla guerra. Ho avuto fortuna con i miei genitori. Loro non erano affatto dei combattenti della resistenza, ma neanche dei nazisti. Per questo ho avuto fin dall’inizio un altro sguardo sulla cosiddetta comunità di popolo. Non voglio davvero stilizzare mio padre come eroe antifascista, sebbene alla fine della guerra sia stato rinchiuso a causa del disfacimento dell’esercito. Ma sapeva, in modo istintivo, che non ne faceva parte.

Nella sua biografia scritta dal giornalista Jörg Lau nel 1999 c’è una scena in cui lei, da giovanotto, sta sdraiato su un prato e guarda il cielo. Normalmente i giovani guardano gli uccelli, le nuvole, le farfalle, ma lei vede gli aerei degli alleati.

Le flotte dei bombardieri, certo.

E lei ha nostalgia per la distruzione portata da questi aerei.

Strano, non è vero?

Di notte si rintanava in cantina, per proteggersi dalle bombe.

Sì certo. Norimberga: questa era la città dei raduni nazionali del Partito nazista. Era tutto molto opprimente, perché in quel periodo si era continuamente comandati a bacchetta. Quando si hanno quindici anni la coscienza politica è molto limitata. Ma la ripugnanza era più forte della fede nell’uniforme. Semplicemente non sono adatto a fare l’eroe. Naturalmente ci sono anche eroi positivi, di cui ci si stupisce. Ma sono l’eccezione. Anche di santi ce ne sono relativamente pochi su questa terra.

Quindi?

Per lo più abbiamo a che fare con i toni del grigio, con gradazioni, con miscugli, con amalgami morali. Bene, non si può dire di più su questo.

Lei ride. Se si cerca oggi di gettare uno sguardo positivo su questo paese, si può dire che nessuno giustamente è più così fiducioso.

Oggi la maggior parte dei tedeschi non vorrebbero più avere a che fare con dogmi e dottrine. A seconda di quando e dove si è nati, ci si porta appresso un determinato bagaglio storico. L’origine ebraica, l’esperienza dell’esilio, l’espulsione, la guerra: nessuno se ne sbarazza, nessuno comincia con un punto zero. Quello non c’è. Non c’è mai stato un anno zero.

È un vero peccato.

Non può esserci, proprio no.

Che lei non appartenga ai fedeli al movimento del Sessantotto ha forse a che fare anche con il fatto che è più anziano degli altri protagonisti.

Certamente, io ero davvero troppo vecchio.

Quindici-venti anni di differenza, il fuoco post-puberale si era estinto?

Chissà. Anche parecchi echi svolgevano un ruolo in questo. Il mio rapporto con la Rdt ad esempio era segnato dal ricordo delle precedenti parate e uniformi. Il passo dell’oca dell’esercito popolare nazionale della Rdt mi parve qualcosa di già noto. C’erano deformazioni sotterranee, che avevano a che fare con le vecchie forme di mentalità. Era evidente!

E tuttavia lei era marxista?

Addirittura un marxista qualificato. I volumi blu 5 appartengono alla mia cassetta degli attrezzi. Qualcosa di essi si può utilizzare, il resto può essere accantonato. Per il resto ho visitato, credo, tutti gli Stati del cosiddetto blocco socialista, a parte l’Albania e la Corea del Nord. Alcuni scrittori devono toccare tutto con mano, devono sapere come un paese si sente. Chi lavora così, deve sentire lui stesso, vedere con i propri occhi, deve toccare tutto, deve sapere come ci si sente. In Bulgaria, in Cina, a Cuba, come sono le cose quando si va dal medico? Cosa accade nei negozi? Con che cosa giocano i bambini? Tutto questo non lo si apprende in un seminario.

D’altra parte lei ha rinunciato spesso a recitare la parte dell’osservatore disincantato. In occasione di una manifestazione per la legislazione sullo stato di emergenza, nel 1966, in piazza Römerberg, la piazza centrale di Francoforte, ha fatto il suo grande ingresso come rivoluzionario.

È stato terribile. Non sono un grande oratore, ma ho notato come si può infinocchiare una folla infiammata, se si adotta il timbro giusto, che può giungere fino all’istigazione. D’un tratto ci si trasforma in un propagandista. E anche se si ha ragione nello specifico, è qualcosa di fatale. Quando osservai questo fenomeno durante la manifestazione, ho avvertito questo sdoppiamento.

Anche perché si avverte la propria capacità di seduzione?

Esatto.

L’essere ebbri di se stessi: wow, come sono bravo?

Subito dopo ero completamente depresso. «Non farò più una cosa del genere!», mi dissi.

Nel dialogo con se stesso nel suo libro parla di imbarazzo.

Quello non ce lo siamo mai fatto mancare.

Per esempio nel 1968 aveva finito anzitempo il suo soggiorno come docente ospite presso la Wesleyan University nel Connecticut. Lei scrisse una lettera al preside dell’università in cui si diceva all’incirca che negli Usa si era sentito come un collaboratore di un nuovo fascismo. I giovani, i giovani…

Credo che la parola allora fosse imperialismo. Come sempre, del resto.

Lei paragonava gli Usa alla Germania degli anni Trenta. Che cosa diavolo lo ha spinto a fare un’affermazione del genere?

Proprio così si esprime l’uomo vecchio nel mio libro. Ma il giovane lo contraddice: «Non avete alcuna idea di quel che accadeva allora, nel bel mezzo della guerra in Vietnam. Centinaia di migliaia davanti al Pentagono! E alloggiavamo nel Connecticut in un paradiso universitario, dove non c’era neanche un gallo a cantare». Allora il giovane si disse: «In questa gabbia d’oro non si può resistere. Eravamo stati viziati, circolavano un sacco di soldi. E per quanto riguarda l’imperialismo: la superpotenza americana su tutti i continenti, guerra per procura in Africa, la Cia dappertutto, Mossadeq in Persia. Quindi per favore!».

Non si tratta di dare una lettura positiva della politica americana.

Il me stesso giovane aveva in ogni caso questa sensazione: devo andarmene via da qui. Era questo il motivo predominante. Peraltro il motivo della fuga affiora nella mia vita abbastanza spesso. All’epoca sembrava che si potesse uscire da questa trappola solo per mezzo di uno scandalo calcolato.

È stato lei a provocarlo?

Sì, ma non avevo previsto che la mia lettera potesse finire in prima pagina sul New York Times. Avevo messo in conto che queste persone distinte dell’università si arrabbiassero, ma non che trasmettessero la lettera. Volevo sparire in silenzio e speravo che dicessero: bene che questo ospite se ne vada. Ma che io dagli Usa mi trasferissi a Cuba, questa era naturalmente una provocazione.

Lei aveva conosciuto Mascha nel 1966 a Baku e l’aveva sposata nel 1967. Vi siete trasferiti insieme da Berlino negli Usa. Può essere che anche Mascha fosse un motivo in più per lasciare gli Usa?

A Mascha non piaceva per niente stare lì. Era insoddisfatta. Ma c’è da dire che raramente era soddisfatta del luogo in cui abitava.

C’è da immaginarselo.

È sempre stata un po’ come una sfollata. Mi ricordo che eravamo una volta in un centro commerciale grande come una rimessa aerea. Per via di questo sovraffollamento c’è mancato poco che stesse male. Le dissi: devi vederlo come un grande museo antropologico.

Non aveva questa leggerezza. Quindi: via verso Cuba.

Il soggiorno a Cuba è durato quasi un anno. È stato divertente. Si trattava anche per me di un ultimo esperimento nell’ambito del socialismo. La rivoluzione aveva trionfato lì senza i carri armati russi. I cubani avevano le loro proprie ragioni. Per questo godeva del sostegno della maggioranza del popolo. Volevo sapere che cosa era accaduto dopo. Quest’avventura terminò con una profonda dis-illusione.

Si dice che più tardi volesse scrivere un libro sulle condizioni sociali dell’isola.

Sì, ho accarezzato a lungo quest’idea. Ho anche pubblicato qua e là delle cose su Cuba. Chiaramente venni subito dichiarato un traditore. Che bello! Essere popolare ovunque non è certo una parola d’ordine.

Ha rinunciato al libro. Una forma di autocensura. Una volta ha detto che non ne aveva il coraggio.

Sì, mi piacevano il paese e la gente. Avevamo molti amici lì, uomini che in diversi modi si erano adattati al potere di Fidel Alejandro Castro Ruz o che erano stati tolti di mezzo da lui.

Mascha è stata bene lì?

Questo periodo le è piaciuto più di tutti. Il socialismo with a difference: tropico, non freddo e coperto di neve come a Mosca, non così cupo, non così grigio. Inoltre lì è stata incredibilmente ammirata. Anche questo le è piaciuto molto.

Siete tornati a Berlino?

Sì, va bene, però ora basta parlare del «romanzo russo». Quel che c’è ancora da dire a riguardo sta nel libro. Quanto ho finora detto mi è già costato un certo sforzo.

Si riferisce a Mascha?

Sì, certo.

Nel suo libro, lei scrive che in primo luogo gli anni dal 1967, il periodo dell’estremismo politico, assumono nel suo ricordo le sembianze di un film sperimentale disordinato, con molti tagli, senza una cronologia, scene qui, scene lì, blackout. Quasi come un  film incentrato sul mondo della droga.

Sì, come in un trip.

Lei ha mai assunto droghe?

Non ho molta simpatia per le droghe. Ho fumato volentieri l’hashish. Ma mi devo rassegnare anche a un’altra mancanza, che la maggioranza degli artisti rifugge come il diavolo l’acqua santa: sono astemio, pensi un po’.

Dio mio!

Non mi ubriaco. In Russia ho sempre avuto problemi giganteschi con la vodka. Il mio stomaco non la tollera. Una volta ho sperimentato l’Lsd. Non mi ha fatto nulla. La cocaina? Reazione paradossale: mi sono addormentato. Probabilmente ognuno deve scegliere ciò che è adatto a lui. Per me il caffè e il tabacco sono cose salutari. Al massimo un po’ di erba. Non sono una persona incline alle dipendenze. In ogni caso sono un po’ workaholic, «drogato di lavoro». Probabilmente.

Dobbiamo ancora parlare di una cosa imbarazzante. Nel 1967 ha partecipato a un’azione dimostrativa della Comune 1, in occasione dei funerali dell’ex presidente del parlamento Paul Löbe, un socialdemocratico, che poi era stato mandato in un campo di concentramento. Dieter Kunzelmann 6 si era nascosto in una bara e aveva tirato volantini sulla folla.

Che assurdità. Nessuno sapeva esattamente chi fosse questo Löbe. L’intenzione era quella di disturbare.

E lei come è finito tra questa gente?

Ovviamente tramite mio fratello minore Ulrich! Anche lui era nella Comune 1. All’inizio era un gruppo ancora relativamente allegro, che mi interessava. Questa banda aveva cercato di piantare le tende a casa mia, ma io li ho buttati fuori. Avevano subito cercato di litigare con la sinistra, perché non erano fedeli alla linea. Esclusione dall’Sds 7, questa è stata la punizione. Ma ai comunardi non importava nulla. In quel giorno sono capitato lì. Stavano preparando vari costumi e stavano inchiodando una bara in cui volevano dare simbolicamente sepoltura alla giustizia berlinese. Lo trovavo molto buffo, quindi mi misi una maschera e andai con loro.

Nel volantino c’erano frasi come: «Oggi volete festeggiare Paul Löbe con il camino». È orrendo.

Terribile.

E ancora: «Vogliamo seppellire un paio di cadaveri intelligenti, che già iniziano lentamente a puzzare verso il cielo».

Tipico di Kunzelmann, il bombarolo. Non avevo mai sentito prima questo volantino. Teufel 8 era un burlone, Langhans 9 recitava la parte del guru, dello sciupafemmine, ma Kunzelmann era il vero pericolo politico.

La sinistra, o meglio una parte di essa, aveva un’inclinazione al totalitarismo e all’antisemitismo. Quando iniziò a non sentirsi più a suo agio?

Episodi come questi non furono pochi. Ad esempio l’attentato al municipio ebraico sulla Fasanenstraße di Berlino 10, episodio in cui i servizi segreti non erano innocenti. Lì si era raggiunto il punto limite: senza di me! Lo si avverte con una sensazione corporea. Qui, nel plesso solare. Anche il sentimento d’imbarazzo è importante, manda segnali indispensabili.

Anche in occasione del funerale di Löbe?

Più tardi. Inizialmente me ne volevo solo andare via velocemente. Non volevo davvero finire in prigione.

Del resto anche Andreas Baader e Gudrun Ensslin 11 erano lì.

Questo francamente non lo so.

Sì, sì.

In seguito ho avuto un confronto con mio fratello, appena saltarono fuori i volantini che loro avevano distribuito in quell’occasione. Allora mio fratello era un po’ di estrema sinistra.

Lei racconta anche che in quei mille giorni disorganizzati del 1967 i capi delle diverse fazioni s’incontrarono da lei, a Friedenau, nel suo studio. Dutschke, Salvatore, Semler 12.

Sì, certo.

Ma anche Kunzelmann e Mahler 13. Non è facile immaginare il suo ruolo.

Quell’appartamento era un terreno particolarmente neutrale. Sin dall’inizio ho detto: «Ascoltate: voi con le vostre fazioni non sentirete da me nessuna presa di posizione alla domanda su quale dei vostri sei partiti comunisti sia quello giusto. Di questo me ne strafotto. Ma se volete confrontarvi l’un l’altro… allora qui potete parlare liberamente».

Si discuteva di come si ricevono i soldi per la campagna, o per qualunque altra alleanza di scopi. Io ero davvero solo una specie di moderatore.

Perché sono venuti da lei? Era un po’ quel che oggi si definirebbe un coach paterno?

Allora ero direttore della rivista Kursbuch. Questa era una piattaforma importante, in cui potevano esporre le loro posizioni anarchici, maoisti, revisionisti, un po’ tutti in questa bizzarra confusione. Potevano partecipare tutti, a patto che non fossero troppo scemi, e che riuscissero ad arrivare ad almeno metà frase in un tedesco comprensibile.

E lei ha dovuto rimaneggiare tutta questa robaccia.

Lo faceva Karl Markus Michel 14, che era un redattore indispensabile, più colto, più diligente e affidabile di quanto non fossi io. Bisogna immaginarselo: una rivista indipendente, che non doveva realizzare alcun profitto, un mattone che raggiungeva tirature di 120 mila copie. Per un anno e mezzo è stata di fatto qualcosa come un medium dominante.

In quegli anni lei ha anche condotto una specie di doppia vita. È stato direttore del Kursbuch, il portavoce della protesta e al contempo sempre in viaggio: Usa, Cuba, Norvegia, Sicilia, Roma, Mosca, Praga, Stoccolma, Karachi, Parigi, Milano, San Francisco, San Diego, Adelaide, Singapore, Bangkok, Phnom Penh. Non importa neppure in quale successione. Una fuga consapevole?

Sì, sicuramente. Altrimenti non avrei sopportato affatto tutto questo. Era come in una vasca da bagno, quando l’acqua defluisce, e si forma un vortice. Si capita lì, si finisce nel deflusso. Si deve prendere distanza da questo buco.

Che tipo di paura era? Paura per la salvezza della propria anima?

Macché! Berlino s’immagina sempre di essere l’ombelico del mondo. Come se ci fosse solo Berlino. Anche allora era così. Si trattava di qualche sindaco di cui ci si doveva liberare, della testata Bild, di tutte queste ridicole fazioni.

L’amore per Mascha era forse uno di quegli amori che si sente in modo particolarmente grande quando l’amata è altrove? Perché quando era lì, era anche abbastanza impegnativa?

Questo deve desumerlo dal testo del libro.

Vigliacco. Neanche lì si parla di questo. Se la ride di nuovo.

Probabilmente non interessa più a nessuno, è passato troppo tempo. Un mondo lontano, estraneo. Sembra proprio come in un vecchio «luogo del delitto», dove gli uomini portano le basette e le pareti sono tappezzate di color rosso arancio. E tutti parlano in modo particolare!

D’altro lato, se la si ascolta, non si ha l’impressione che ci siano veramente due Enzensberger: quello di oggi e quello di allora.

Ci possono essere continuità per le quali non si può fare nulla, e che non si progettano. Me la sono sempre squagliata volentieri. Già a 7 o a 17 anni. Non era prestabilito di andare in quel momento qui o lì, volevo solo andar via! Per esempio nel 1945 o nel 1947. Allora lavoravo come interprete per la U.S. Army o per la Royal Air Force, come venditore di contrabbando o barista. Grazie alle mie relazioni avevo la possibilità di ottenere un travel document in lieu of a passport [un documento di viaggio sostitutivo del passaporto]. Non c’era ancora nessuna città tedesca che mi avrebbe potuto rilasciare un passaporto. Allora sono andato a Londra con un paio di sterline. Niente di meglio che andare via. E questa sensazione non s’indebolì nel corso degli anni Cinquanta. Poi ho abitato per sette anni in Norvegia, a Roma, in America, in Inghilterra, in Francia. Questi tentativi di fuga erano una reazione vitale, addirittura fisica alla situazione tedesca.

Di nuovo il plesso solare.

Primo: scappare. Poi si vedrà. Era importante per entrare in una relazione sostenibile con il proprio paese. Altrimenti si resta nell’ossessione. Essere tedeschi alla fine non è una professione. Anche l’inverso non è una soluzione: il tedesco antitedesco è uno sciocco.

Come guardava la Germania da lontano?

Si nota che il mondo non consiste solo dei crimini e delle idee fisse dei nazisti. Subito dopo la guerra era naturalmente diverso. Allora il giudice o il professore ordinario avevano di solito enormi scheletri nell’armadio, e anche il capo della polizia. Persino nella redazione dello Spiegel c’era gente che proveniva dalle SS.

Purtroppo sì.

Questo era già molto antigienico. Andò sparendo gradualmente su basi biologiche, perché queste persone andavano in pensione o morivano. Così sopraggiunse una lenta depurazione del paese. Mi sono perfezionato, almeno credo, come specialista nei processi di trasformazione, e ho compreso meglio attraverso le mie esperienze all’estero la trasformazione tedesca, ossia come fosse possibile trasformare di nuovo questa Germania in un paese civilizzato.

Che cosa ha appreso?

A titolo di esempio, sono stato in Spagna per la prima volta nel 1953. Tempo di profondo franchismo. Alle donne non era permesso di andare da sole nei caffè. Era quasi come in un paese arabo. Incredibile come sia cambiato tutto velocemente in un decennio! Ero in Francia durante la guerra di Algeri, si sapeva della tortura, si vedevano attacchi della polizia ai dimostranti, e si sapeva che anche altri paesi avevano problemi, come gli Usa con la guerra in Vietnam. D’altro lato avevo alle spalle la Scandinavia, dove regnava una certa stabilità, perché la democrazia lì era incontestabile. Queste differenze mi aiutarono anche a capire meglio il mio paese. Non si trattava di una relativizzazione, ma io sviluppai con il tempo una comparatistica della merda.

Scusi?

Una scienza comparatistica della merda.

Il capitolo sugli anni Settanta comincia con la frase: «Un giorno finì tutto. Mi invase, non so il perché, una grande pace».

L’opposizione extraparlamentare non ispirava più nessuno, e questo aveva anche qualcosa di positivo. Molti si ripresero i propri pensieri, e non solo in politica. Un medico poteva nuovamente occuparsi di medicina e uno scrittore di letteratura. Era piacevole. Il ruolo che era stato assegnato ai protagonisti di questo cosiddetto movimento era certamente esagerato, e non riscattabile affatto sulla durata. Chi voleva espugnare i capitalisti o trasferire le condizioni sociali cinesi alle società europee, non soffriva solo di perdita della realtà, ma anche di mania di grandezza. Un mucchio di gente impazzita che si chiamava, prendendosi sul serio, Rote Armee Fraktion. Solo che non c’è mai stata una tale Armee.

Lei che cosa aveva a che fare con queste persone?

Era una malattia che preferivo non contrarre.

Quando, nel maggio del 1970, Ulrike Meinhof 15 aveva liberato Andreas Baader dal carcere, sono venuti da lei a Friedenau.

Sì, è stato così.

Veramente?

Li conoscevo quasi tutti.

Ha sentito suonare alla porta, e lì c’erano loro?

All’incirca.

Che cosa significa all’incirca?

Sì.

Cercavano asilo?

Non avevano idea della situazione in cui si erano cacciati. Il pensiero strategico non è mai stato il loro forte. Non si erano mossi in modo tattico nemmeno una volta. Neanche per sbaglio.

Ha detto loro, così sta nel libro: «Guardate l’automobile fuori della porta, lì è seduto un uomo dei servizi segreti, sono sorvegliato». Probabilmente ne erano molto contenti.

Naturalmente me ne volevo liberare. Loro erano nel panico, lo capisce? Andavano in giro con i loro stupidi fucili. Questi dementi. Devo dire purtroppo che non sono mai riuscito a prenderli troppo sul serio.

Lei scrive di aver fatto visita al gruppo Baader-Meinhof anche dopo, in un covo di cospiratori ad Amburgo.

Sì, anche lì c’è stato un tentativo di contatto.

Ma che cosa volevano?

Secondo loro avrei dovuto collaborare.

Collaborare come?

Sostenerli. Fare il corriere. Prendermi cura degli alloggi e così via. Questo me lo chiedeva soprattutto Ulrike, che conoscevo bene già da prima. Con gli altri non legai affatto. Questo Baader era proprio uno stronzo.

Perché allora c’è andato? Come «osservatore coinvolto»?

Naturalmente volevo vedere come vivevano, e sapere come si rappresentavano la loro minirivoluzione. Mi volevano mettere di fronte a una prova di coraggio. Se tu non vuoi collaborare, sei un vigliacco, così in questo tono.

Come si è stabilito il contatto? Tramite un mediatore?

C’erano persone che di certo non volevano essere coinvolte, ma simpatizzavano con loro ed erano disposti a coprirli. In questo modo erano approdati a quell’appartamento borghese vuoto che stava da qualche parte ad Amburgo. Un po’ di criminalità l’avevano già acquisita, perché avevano già imparato come si duplicano le chiavi o come ci si procura un’arma. Sulla base dei film erano riusciti a capire come si rapina una banca. In realtà erano, forse si può dire, dilettanti «puro sangue», nel doppio senso del termine 16.

E in questo appartamento lei ha di nuovo pensato: via di qui.

Niente di meglio che andare via!

Negli anni Settanta lei si è confrontato in modo sempre più forte con la sinistra stessa.

Ho scritto un paio di saggi, per i quali gli amici di sinistra si erano un po’ arrabbiati. Uno di questi definiva il socialismo reale come il livello più alto del sottosviluppo. Ma era davvero così. Lo sapevo perché c’ero già stato, accidenti! Non ero in Sardegna per leggere Marx. Si deve forse anche tenere presente che l’orrore e il tragico a volte gettano le maschere. Questo scompiglio, il tumulto, produce a volte una comicità involontaria: quando d’un tratto una cara fanciullina, di appena 17 anni, capelli biondi, lunghe trecce, va in estasi per Stalin. Fantastico! Anche il tragicomico è una categoria letteraria.

Aveva anche qualcosa di esorcistico. Alla fine se questa Germania di oggi è un paese molto piacevole, è perché i sessantottini lo hanno cambiato.

Si può dire che era accaduto qualcosa di peculiare. Non si può dimenticare però che in questi movimenti c’è sempre gente che finisce male. Ohnesorg 17, ad esempio, un uomo del tutto innocuo. Non si può dire ad alta voce, ma abbiamo  avuto di recente ospiti stranieri, e parlavamo del fatto che non si dovrebbero sottovalutare questi mangia-crauti, questi tedeschi. Hanno qualcosa che consente loro di tirarsi ogni volta fuori dalla più grande catastrofe di cui sono responsabili nella loro storia. Questa loro capacità per un verso sorprende gli altri popoli, ma per altro verso li preoccupa anche.

Non è per loro un po’ spaesante?

Talvolta bisogna anche provare un’ammirazione riluttante.

A metà degli anni Sessanta lei ha anche avuto un’accesa discussione con la filosofa Hannah Arendt, che nel 1933 era emigrata dalla Germania, aveva poi sviluppato una teoria del totalitarismo e come inviata al processo Eichmann aveva scritto sulla banalità del male.

Giusto, sì.

Lei aveva scritto che Auschwitz non sarebbe affatto una specialità tedesca, e che l’uomo come tale sarebbe capace di tutto. E ha anche paragonato la megamorte per mezzo della bomba atomica con la soluzione finale.

Un tedesco non può dire una cosa del genere, questa era l’opinione di Hannah Arendt. Io le ho risposto: «Cara stimata signora Arendt, questo non è un buon argomento. Lo si definisce ad personam. E lei è abbastanza filosofa per sapere che non è molto praticabile sostenere quanto segue: questa persona non può dirlo perché ha un passaporto tedesco». Lei ha risposto con due righe stringate, e poi il silenzio.

Sostenere che Auschwitz non sarebbe solo una cosa tedesca, ma avrebbe a che fare con la natura degli uomini, suona come una scusa.

Ho solo detto che purtroppo non si può partire dall’idea che lo sterminio di un popolo sia una specialità dei tedeschi. Il genocidio può ripresentarsi ancora, e  non necessariamente a Berlino. E ho detto che anche le bombe atomiche, per chiunque ne disponga, potrebbero essere impiegate per l’eccidio di un popolo.

Lo sostiene ancora oggi?

Forse lo formulerei meglio. Infatti è vero anche che la bomba atomica per decenni ci ha preservati dalla terza guerra mondiale. Il mio argomento era forse un po’ grossolano, e Hannah Arendt lo avrebbe criticato, se fossimo giunti a un dialogo.

Lei è ancora arrabbiato.

Ho ammirato quella donna in modo pazzesco. Le devo veramente molto, una parte della mia educazione politica. Era naturalmente anche una domina intellettuale.

Abbiamo parlato del contributo del 1968 a questo paese. Lei ha definito la critica al sistema e l’accusa di fascismo a questa società da parte dei sessantottini una self-refuting prophecy,  una profezia che si contraddice da sola.

Questo la dice lunga sull’enorme capacità di imparare dei sistemi moderni, che riescono ad assorbire la ribellione, la rivolta. La capacità di digestione di tali sistemi è abbastanza grande da assicurare la propria sopravvivenza. È un gioco complesso di forza e controforza, di emarginazione e avvicinamento.

Si definirebbe ancora oggi di sinistra?

Prego? Una cosa del genere la definisco domanda binaria. Lei è ottimista o pessimista? Che cosa si risponde a una domanda del genere?

Mi piacerebbe comunque saperlo.

Conosce queste famose parole di Jandl: «Sestra e dinistra non le si può scambiare»? 18.

A partire dagli anni Novanta lei ha preso posizioni che non erano assolutamente di sinistra. Si è schierato a favore di entrambe le guerra americane in Iraq.

Non ci sono solo cose imbarazzanti, ma anche errori giusti. Non si può avere sempre ragione. Per me sarebbe del resto spiacevole, se avessi sempre ragione. Se vuole, le posso enumerare una gran quantità di errori.

Sì, per favore.

La mia valutazione errata dell’armata di liberazione albanese in Kosovo, che era una truppa di gran lunga più torbida di quanto avessi immaginato. Non conoscevo l’Albania. Non si deve parlare di qualcosa che non si conosce. Si fanno errori così. Ma li si può anche ammettere. Non è così difficile.

La feriscono se la gente dice che Enzensberger è un rinnegato?

Sono stato definito anche ideologo capo o criptocomunista, e non so neanche che cosa altro. Non è male. Un uomo di montagna può avere una pneumoconiosi. Un tipografo può intossicarsi. Un medico può fare errori. Tutto questo fa parte dei rischi del mestiere, che sono molto peggio di queste maldicenze.

Da dove viene il suo talento per la mancanza di serietà?

Prima si parlava del carattere di una persona, del suo temperamento. Oggi pare che dipenda solo dai geni. In ogni caso è qualcosa che appartiene un po’ all’equipaggiamento di un uomo. Bene, ora credo che abbiamo abbastanza materiale per un’intervista.

Qualche domanda ancora? Fa parte del suo temperamento anche il plesso solare sempre in funzione, questo sentimento in pancia, oppure ho capito male?

Si dice di alcuni uomini che s’innamorano sempre di donne che non fanno loro del bene, o viceversa. Questo sarebbe mancanza d’istinto. Un determinato sistema di allarme si è formato male. Vede, abbiamo anche strumenti del tutto diversi dalla nostra ragione. Perché una mucca all’improvviso non divora più una certa erba?

Perché?

La mucca sa perfettamente che non le giova. Una cosa del genere non è affidabile al cento per cento. Gli errori accadono.

Il suo lavoro è come uno tsunami. Più di mille poesie, centinaia di articoli, dozzine di libri.

Spero di no. Quando ero più giovane avevo sempre l’idea di poter fare anche qualcosa di totalmente diverso. Anche chimica sarebbe molto interessante o forse topologia. Ma prima o poi mi fu chiaro: «Tu non procedi oltre questi limiti. Non sei abbastanza dotato». Quindi sono rimasto nel mio campo di lavoro e provo a rimanere nei paraggi. Non voglio annoiarmi. Bisogna starci attenti, perché non appena si riesce a fare tutto bene, gira la routine, che sempre finisce nel brontolio, nel brontolio, nel brontolio.

Il processo di scrittura le riesce facilmente?

Sembra che sia molto diffuso il blocco della scrittura. Io non soffro di questo disturbo. Alcune cose sono faticose e richiedono tempo, altre vanno lisce.

Nessun blocco, nessuna depressione?

Ah, la depressione ce l’hanno più o meno tutti. Un po’ di depressione va bene, fino a quando non diventa clinica. La depressione leggera è persino utile. Dice: «Datti pace». Allora si deve negoziare con la depressione e dire: «Senti, capisco che anche tu hai, per così dire, diritto di vivere. Ma oggi è il 12 del mese, e il 22 devo essere a Berlino. Dieci giorni di depressione sono okay, ma poi purtroppo devi smettere».

Lei contratta con se stesso?

La stessa cosa la faccio con l’influenza: cara influenza, se tu vuoi mi metto subito a letto, ma solo per un periodo limitato.

A novembre compirà 85 anni.

E questa volta questo stupido compleanno non è nemmeno un numero tondo. I media hanno un calendario, che può servire anche come surrogato di un’idea. L’editore può fare anche po’ di tam-tam, ma non gliene frega nulla a nessuno se uno compie 84 o 89 anni.

Il pubblico ha forse paura di perdere qualcuno, e per questo lo vuole festeggiare in vita.

Non ci credo.

Ah!

Io ho un’altra ipotesi. Conosciamo già tutti questi veterani. Non voglio fare nomi, ma lei lo sa già.

I veterani detentori del premio Nobel?

Sono sempre un po’ fastidiosi. Continuano, ma in quale modo non vogliamo discuterne ora. Poi si dice: Ah, di nuovo lui! Per quel che mi riguarda, questo nel frattempo lo dicono alcuni critici, va bene, allora non riusciamo a rimuoverlo più, fa lo stesso se ci piacciono i suoi libri o no, o se abbiamo da ridire politicamente. Quindi pazienza, alla lunga non farà più nulla. Non si impreca più. Prima venivo messo spesso sotto torchio. Ma questa non era la cosa peggiore. Se il mio fine fosse stato quello di essere lasciato in pace, avrei avuto solo bisogno di tenere la bocca chiusa.

Qualcuno che compie 85 anni, il cui periodo sulla terra presto raggiungerà il suo limite…

Questo lo so io per primo. Ci sono scrittori che prendono certe precauzioni che riguardano i posteri. Questo lo trovo toccante. La prima legge che riguarda i posteri è: fanno quello che vogliono. Questa è la buona legge del mondo dei posteri. Le disposizioni testamentarie hanno i loro limiti. Forse posso dire che mia figlia deve avere questo quadro. Ma quel che intende fare con esso, che lo metta all’asta, oppure che l’attacchi in una capanna di montagna, dove tutto va in malora, è affar suo.

Non importa neanche.

Esattamente.

Nel suo libro sugli anni Sessanta lei parla anche di quelli che sono morti, di quelli che sono spariti, che sono finiti nei manicomi, in stato di dipendenza da droghe, in prigione.

Una volta su iniziativa di Antje Vollmer 19 abbiamo provato a richiamare persone che erano in galera. Terroristi. Mi sono preso cura di due candidati, uno di questi potevo convincerlo. Siamo stati vicini per molto tempo, gli ho raccontato che cosa faccio e come è la vita ora fuori dalla prigione, che fuori è tutto cambiato. Lentamente ho conquistato la sua fiducia, abbiamo iniziato a ridere insieme. Oggi vive come giardiniere da qualche parte nella provincia. Tutto bene, o no?

Chi è costui?

Irrilevante. Ho chiamato una volta tutto questo faux frais. Sono spese, spese di gestione. Ci sono anche nella sfera politica. Possono essere molto alte.

Mascha scompare dal suo libro, così come è scomparsa da questa conversazione. Lei l’ha incontrata di nuovo nel 1972 per un ultimo incontro d’amore. Mascha viveva già da molto tempo in Inghilterra e lì era una «beniamina» della nuova sinistra. Nel 1991 si è uccisa. Lei, Enzensberger, ha scritto: «Devo rimproverarmi di non aver mai capito che la mia amata era in pericolo». Si è mai rimproverato di non aver potuto salvare questa donna, che invece voleva essere salvata dai suoi demoni?

Mi sono legato a sua madre, una donna fantastica. Abbiamo tentato entrambi inutilmente di capire. E tuttavia io sono ancora molto lontano dal pentirmi in qualche modo di questa storia. Sarebbe banale e sciocco.

Ha nostalgia di lei?

Non vorrei rovinare il ricordo di nessuna donna alla quale sono stato vicino, non importa come sia andata la storia. Per ognuna di loro deve esserci stato un qualcosa, altrimenti l’energia ci sarebbe mancata. Da questa vicinanza alle donne si genera qualcosa di incredibile. Da ogni storia d’amore s’impara qualcosa che altrimenti da soli non si riuscirebbe mai a capire. Si deve essere grati alle proprie donne.

(traduzione di Micaela Latini)

NOTE

1 L’intervista è stata originariamente pubblicata il 7 ottobre 2014 sul numero 41 di Der Spiegel, © 2014 Der Spiegel. Tutte le note che seguono sono del traduttore.

2 Il riferimento è al libro Tumult, uscito lo scorso ottobre in Germania (Suhrkamp Verlag, Berlin).

3 La Comune 1 (Kommune I, o anche K1) era una Comune di Berlino Ovest, fondata nel 1967 e attiva fino al 1969, politicamente orientata verso l’opposizione extra-parlamentare del movimento studentesco.

4 Si tratta del volume, al confine tra storia e romanzo, in cui Enzensberger riabilita una delle figure più eminenti del militarismo aristocratico: Hammerstein o dell’ostinazione. Una storia tedesca (2008), trad. it. di V. Tortelli, Einaudi, Torino 2008.

5 Allusione all’edizione completa delle opere di Marx ed Engels (MEW), nei tipi dell’edizione Dietz di Berlino Est.

6 Dieter Kunzelmann (1939) è un politico tedesco, attivista della sinistra radicale. È stato capo del gruppo terroristico Tupamaros di Berlino Ovest.

7 Lega tedesca degli studenti socialisti (in tedesco: Sozialistischer Deutscher Studentenbund, abbreviato in Sds).

8 Fritz Teufel (1943-2010) faceva parte della Comune 1 ed era un autore e partecipante attivo del movimento studentesco, nonché membro del movimento terroristico 2 giugno.

9 Rainer Langhans (1940) è un autore, regista e attore tedesco, famoso soprattutto per la sua associazione alla Comune 1.

10 Il 9 novembre 1969, anniversario della Notte dei Cristalli, il gruppo terroristico Tupamaros collocò una bomba  al centro culturale ebraico di Fasanenstrasse a Berlino. La bomba avrebbe dovuto esplodere proprio durante la cerimonia commemorativa della Notte dei Cristalli, ma l’attentato fallì.

11 Gudrun Ensslin (1940-1977) e Andreas Baader (1943-1977) sono stati due terroristi tedeschi e cofondatori del gruppo armato di estrema sinistra noto con il nome Rote Armee Fraktion (RAF).

12 Rudi Dutschke (1940-1979, nome di battesimo Alfred Willi), Gastón Salvatore (1941), Christian Semler (1938-2013) erano tra gli esponenti più in vista del movimento studentesco del 1968 in Germania.

13 Horst Mahler (1936), avvocato tedesco e attivista politico, fu uno dei militanti di estrema sinistra e membro fondatore della Rote Armee Fraktion.

14 Karl Markus Michel (1929-2000) era uno scrittore tedesco, cofondatore con Enzensberger della rivista Kursbuch.

15 Ulrike Marie Meinhof (1934-1976) fu una giornalista e terrorista tedesca, cofondatrice del gruppo rivoluzionario tedesco-occidentale di estrema sinistra Rote Armee Fraktion (RAF), conosciuto dalla stampa anche come Banda Baader-Meinhof.

16 L’espressione tedesca Blutige Amateure contiene un’ambiguità, perché da un lato si riferisce al fatto che si tratta di puri dilettanti, dall’altro si allude alla passione per il sangue.

17 Benno Ohnesorg (1940-1967), studente universitario e attivista, è stato ucciso da un poliziotto durante una manifestazione a Berlino Ovest.

18 «Lechts und rinks kann man nicht velwechsern». Gioco di parole tra destra, rechts in tedesco, e sinistra, links in tedesco.

19 Antje Vollmer (1943) è una pastora protestante e politica tedesca del gruppo dei Verdi.

(Credit Image: © Ulf Andersen/Aurimages via ZUMA Press)



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