Enzo Bianco condannato, non potrà correre alle amministrative catanesi

Il già due volte ministro dell'interno e primo cittadino nel capoluogo etneo è stato raggiunto dalla sentenza della Corte dei Conti siciliana che lo condanna alla incandidabilità, per dieci anni, insieme a otto esponenti della sua giunta.

Maria Concetta Tringali

La notizia della candidatura di Enzo Bianco alle amministrative catanesi che si terranno il 28 e 29 maggio arriva al capolinea prima ancora dell’affissione dei manifesti elettorali.
Il già due volte ministro dell’interno e primo cittadino nel capoluogo etneo per più di un mandato, è stato raggiunto dalla sentenza della sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei Conti siciliana che lo condanna tra l’altro alla incandidabilità, per dieci anni, insieme a otto esponenti della sua giunta e alla sospensione per 5 revisori.

La magistratura contabile addebita a quegli amministratori per il periodo 2013-2018 condotte censurabili per un “ininterrotto ricorso all’anticipazione di tesoreria” e “un’attività di riscossione non adeguata alle crescenti necessità di onorare i debiti scaduti”, che ha condotto a “un progressivo deterioramento degli indici di patologia finanziaria”.  All’organo di revisione il Collegio imputa la redazione di una serie di pareri favorevoli “al cospetto del manifesto acuirsi e cronicizzarsi delle condizioni di precarietà finanziaria”.

La legge, lo sappiamo, prevede una serie di misure per permettere il riequilibrio finanziario di un ente locale in difficoltà. Fonti ufficiali (la Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali 2022 della Corte dei conti) dicono che nel 2021 in Italia sono state attivate 22 procedure di dissesto e 43 procedure di riequilibrio, tra dissesto guidato e predissesto.

Dopo la riforma, la norma sulla responsabilità degli amministratori punisce ormai non più soltanto chi ha prodotto il dissesto ma anche chi vi ha contribuito. E sul punto la sentenza della Corte di conti è chiara: “Nell’ottica di maggiore rigore cui è improntato il testo novellato dell’art. 248 TUEL, in atto vigente, non è più richiesto un nesso di causalità “diretto” (per avere cagionato, con la propria condotta, in tutto o in parte, lo stato di squilibrio finanziario dell’ente), bensì un “contributo” al verificarsi del dissesto finanziario, da ritenersi dimostrato nella fattispecie in esame”.

Bianco – è dovere di verità non tacerlo – ha ereditato una città in ginocchio e oggi paga per aver contributo a un fallimento che di fatto non ha saputo evitare e che ha continuato ad aggravare. Una cosa non può non saltare all’occhio però, ed è che delle giunte precedenti in fondo nessuno sia stato chiamato a rispondere delle scelte, condotte e comportamenti. Ma, così è.

Tornando alla competizione elettorale, va detto che Catania è una città in grandissima difficoltà ormai da troppi anni. Una crisi economica senza precedenti preme con una forza che pare, dopo la stagione del Covid, davvero inarrestabile e spinge su una crisi sociale che è innesco pericolosissimo.

Disoccupazione, inoccupazione, ma anche un tasso di dispersione scolastica al 27%, perciò tra i più alti d’Europa; e poi una cronica disaffezione alla politica che dà la misura dell’affluenza e che ha portato al voto alle scorse amministrative solo il 53% dei cittadini con le urne ignorate dalla metà dei catanesi. Il Comune commissariato; sono del luglio scorso la sospensione e le dimissioni di Salvo Pogliese, sindaco dal 2018 e oggi senatore in quota FdI, costretto dagli effetti della legge Severino a lasciare palazzo degli elefanti: eccolo lo scenario su cui si innesta questa campagna elettorale. Narcotizzata dalle troppe, consecutive, gestioni disastrose, la città oscilla come un pendolo, tra due poli inconciliabili: l’incertezza è tra svoltare e cambiare rotta una volta per tutte o restare inchiodati alla continuità.

I nomi di tutti i candidati non ci sono ancora. C’è da dire tuttavia che, accanto alle facce minori, dei portatori di acqua, si registrano intanto le scelte della Lega e quella del campo progressista.

Il Carroccio correrà per una sindaca, Valeria Sudano, che è deputata con il partito di Salvini, a cui è approdata dopo cicli di permanenza altrove, non proprio del tutto coerenti con l’attuale collocazione politica (è stata senatrice del Pd per poi transitare a Italia Viva). Il fatto che sia una donna, poi, non è garanzia di femminismo.

Esattamente come per la presidente Meloni, grande assente nella città del liotru, dove a parte molti rumors non si è ancora fatta sentire la sua voce. Con la benedizione del segretario regionale dei Dem, il nome definitivo per i progressisti è quello di Maurizio Caserta, in una coalizione che ha dentro Sinistra Italiana, Europa verde e il Movimento 5 Stelle (anche se questi ultimi avevano puntato su Graziano Bonaccorsi, spina nel fianco negli anni di opposizione da capogruppo in consiglio comunale).

Docente di Economia, da anni impegnato esponente di quella fetta di società civile che non si rassegna, Caserta quest’inverno si è fatto promotore di alcuni tavoli tematici che hanno riunito finalmente, attorno a idee e progetti, svariati pezzi di cittadinanza, anche di estrazione diversa (inclusa la comunità di Sant’Egidio con in testa Emiliano Abramo ritiratosi dall’agone all’indomani dell’annuncio). C’è da aspettarsi che il programma di Caserta sia frutto di un ragionamento condiviso da chi la realtà della città, dal centro alle periferie, la conosce a fondo.

Muta non è rimasta neanche la chiesa catanese che anzi, dalle colonne del quotidiano locale, ha annunciato di voler prendere una posizione netta. Certo, adesso non resta che provare a capire quale sia. E forse basterà solo aspettare che il quadro si componga.

Al netto di ogni ragionamento, però, l’auspicio che per una città come Catania non si può non nutrire è che torni a scegliere; che l’elettore e l’elettrice tornino alle urne, perché la storia recente insegna che alla fine dei conti, numeri alla mano, l’unico voto davvero inutile è quello che non si è dato.

 

Foto Wikipedia | dati.camera.it



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