Erdoğan contro le donne

In Turchia, coloro che si battono per i diritti delle donne diventano sempre più spesso bersaglio delle politiche repressive di un governo sempre più fondamentalista.

Constantin Huber

Taluni conservatori ed esponenti di destra fanno fatica ad accettare i cambiamenti della società che stanno abbattendo le strutture patriarcali e garantendo progressivamente sempre più diritti alle donne. Alcuni si spingono addirittura a parlare di una vera e propria “guerra culturale” in relazione all’egemonia interpretativa di alcuni concetti e valori e alla valutazione morale degli sviluppi sociali. Il riferimento è non solo all’uguaglianza di genere, ma anche a questioni come la laicità, l’aborto, i diritti LGBTQIA+, il multiculturalismo, l’immigrazione o il razzismo.

In Turchia, i sostenitori di Erdoğan hanno dichiarato una simile “guerra culturale” e si sono apertamente schierati contro le attiviste per i diritti delle donne. We Will Stop Femicide (WWSF), la più grande associazione turca in difesa dei diritti delle donne, è stata recentemente messo sotto attacco. Alcuni procuratori molto fedeli al governo di Ankara hanno accusato l’organizzazione di essere “contro la morale” perché, a loro avviso, le sue azioni minano la struttura familiare consolidata e sconvolgono “il concetto di famiglia”. Fra le accuse anche quella di usare la difesa dei diritti delle donne come cavallo di Troia per ridefinire i ruoli di genere. E facendo vaghi riferimenti alla sicurezza pubblica, le autorità hanno annunciato che l’associazione sarebbe stata sciolta.

Una decisione aspramente criticata dalle organizzazioni per i diritti delle donne e per i diritti umani. Human Rights Watch, ad esempio, la considera “completamente sproporzionata”.

Questo passo in realtà rientra in uno schema già noto: il presidente turco aveva già intrapreso in passato azioni contro la società civile in generale, e contro i gruppi di donne in particolare, e l’anno scorso la Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne. All’epoca Ankara spiegò la sua decisione sostenendo che la Convenzione “normalizzava l’omosessualità”. Naturalmente il governo turco, che si sta sempre più subordinando alle scuole di pensiero islamiste, non è stato in grado di spiegare cosa ci sia di riprovevole in inclinazioni sessuali del tutto comuni. Già allora, le organizzazioni per i diritti delle donne avevano sottolineato che tale politica rafforzava la visione misogina del mondo e avevano denunciato che la vera ragione del ritiro era l’obbligo di perseguire adeguatamente la violenza domestica, lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili che la Convenzione implicitamente impone.

Il WWSF è una spina nel fianco del governo turco perché l’organizzazione, fondata dodici anni fa, non solo conduce un’ampia campagna in rete contro il femminicidio, pubblicando ogni mese sul suo sito web le relative cifre, ma anche perché organizza manifestazioni di massa contro la violenza domestica e il crescente numero di femminicidi. Con le sue azioni il WWSF è riuscito a mobilitare un gruppo sociale sempre più numeroso che si ritrova per protestare contro l’attuale politica turca su questi temi, percepita come troppo passiva. Nel frattempo, anche altre questioni legate ai diritti delle donne sono diventate parte integrante della piattaforma di rivendicazione del WWSF: il diritto al lavoro, l’accesso all’istruzione, la possibilità di divorziare o di sciogliere una relazione, nonché il diritto all’autodeterminazione sulla propria vita. L’organizzazione ritiene che le strutture patriarcali siano in gran parte responsabili della morte evitabile di molte donne, e non solo.

L’urgente necessità di agire è dimostrata dalle nude cifre: solo negli ultimi due anni in Turchia più di 400 donne sono state uccise da uomini. Ma, invece di affrontare l’immenso problema della violenza contro le donne, esponenti del governo e procuratori fedeli a Erdoğan hanno deciso di agire contro le attiviste per i diritti delle donne. Il WWSF accusa infatti il partito al governo di perseguire una politica che facilita anche azioni mirate e arbitrarie contro le attiviste e anziché contrastare le cause del femminicidio, attaccare coloro che cercano strategie per renderle visibili e per prevenirle. Tutto questo rende naturalmente il lavoro delle organizzazioni per i diritti delle donne, così importante per tante persone, molto più complicato. Ma le attiviste non si arrendono e continuano a lottare senza sosta per i loro diritti. *

(traduzione dal tedesco di Cinzia Sciuto)

* Questo testo è uscito originariamente con il titolo “Türkei: Böse ist, wer für Frauenrechte eintritt?” in Humanistischer Pressedienst,1 giugno 2022.

Credit foto ANSA EPA/PRESIDENT PRESS OFFICE

 



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