Erdoğan invoca la pace per la Palestina, ma in Kurdistan non ha mai smesso di fare la guerra

Mentre sul fronte internazionale Erdoğan pretende di ergersi a paladino dei palestinesi, nei territori curdi gli attacchi da parte dell’esercito turco sono diventati una campagna militare di intensità regolare, in un evidente cortocircuito etico e politico.

Benedetta Di Placido

Gli ultimi mesi del 2023 sono stati difficili per la popolazione curda, soprattutto quella del Rojava, situata nella Siria del Nord-Est. A inizio ottobre due membri del PKK hanno condotto un attacco suicida ad Ankara, in una stazione di polizia adiacente all’ingresso del Ministero dell’interno, ferendo due poliziotti. Il primo attentatore è morto nell’esplosione, mentre l’altro è stato ucciso con un colpo di pistola. Ad attribuire le responsabilità dell’attacco è stata la Turchia: il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, è considerato un’organizzazione terroristica da Ankara, dalla NATO, dagli Stati Uniti e dall’Europa, a partire dal 2004. Il partito non ha rivendicato l’attentato attraverso canali ufficiali e verificabili, ma in una dichiarazione attribuita al PKK e diffusa dall’agenzia ANF – vicina al Kurdistan – risulta che dietro gli attacchi ci sia un gruppo affiliato alla ‘Brigata degli immortali’ di composizione interamente curda.
Qualche ora dopo l’attacco, il presidente turco Erdoğan ha riferito in Parlamento rispetto alla situazione. Ha detto che i terroristi non riusciranno mai nei loro obiettivi, aggiungendo che “i nemici che minacciano la pace e la sicurezza dei cittadini non raggiungono alcun obiettivo e non ne raggiungeranno mai”. A seguito dell’attentato, il ministro degli Affari esteri turco Hakan Fidan ha detto che tutte le strutture legate al PKK e alla YPG, l’Unità di protezione popolare curda, sono considerate dal governo dei “target legittimi”. Questa legittimità è motivata dagli attacchi di Ankara, cui la Turchia considera giusto rispondere con sproporzionata violenza.
Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha condannato l’attacco, definendolo ‘terroristico’, coerentemente con la considerazione che l’Unione Europea ha del PKK. Anche il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato dell’Unione Oliver Varhelyi ha manifestato la sua vicinanza, dicendo che l’Europa sostiene la Turchia nella sua ‘lotta contro il terrorismo’.
Circa due ore dopo l’attentato la Turchia ha condotto dei raid aerei nel nord dell’Iraq, colpendo 20 siti legati al PKK, dei quali il ministro dell’interno turco Süleyman Soylu ha confermato la disintegrazione. Il presidente iracheno Abdul-Latif Rashid ha risposto dicendo che l’Iraq non accetta i ripetuti attacchi da parte della Turchia e che rifiuta la presenza di basi militari turche nella regione curda del Paese. Qualche giorno dopo, l’offensiva turca si è allargata in Siria, come spesso accade, uccidendo 58 militanti curdi nel nord del Paese, sempre – secondo le autorità turche – appartenenti al PKK. Il coinvolgimento della Siria dipende dall’origine degli attentatori, sebbene l’SDF, le Forze Democratiche Siriane, non confermi la provenienza siriana attribuitagli.
Ad aggravare la situazione si è aggiunto l’intervento degli Stati Uniti, che il 5 ottobre hanno colpito e distrutto un drone turco che stava operando vicino alle truppe statunitensi, in Siria. È la prima volta che gli Stati Uniti distruggono un mezzo aereo turco, paese alleato nella NATO. Il portavoce del Pentagono Pat Ryder ha detto che gli attacchi turchi in Siria sono stati condotti nelle zone di Hasakah, a meno di un chilometro dalle truppe americane.
L’8 ottobre, invece, si è tenuto ad Ankara il Congresso dell’AK, il Partito del presidente Erdogan. In questa occasione Erdogan ha detto, riferendosi all’attentato di qualche giorno prima e all’offensiva in Iraq e Siria, “che presto arrivi la notte”, espressione che utilizza spesso riferendosi alla popolazione curda, largamente intesa, che da sempre è considerata una minaccia e, dunque, da trattatare come tale. Il presidente turco ha aggiunto: “Implementeremo la nostra strategia per eliminare l’orrore alla sua radice, con determinazione. Inchioderemo il PKK e Daesh alle loro responsabilità, ad ogni goccia di sangue che hanno versato”.
Nei giorni successivi le offensive sono continuate, indirizzandosi direttamente contro i civili: sono state distrutte undici centrali elettriche – lasciando senza elettricità circa due milioni di persone – diciotto stazioni di distribuzione dell’acqua, depositi di carburante e grano, due ospedali e quarantotto siti di rilevanza scolastica o educativa. Prendere come obiettivo la popolazione e le infrastrutture per loro indispensabili è un crimine di guerra per il diritto internazionale. Tutto questo accade mentre sul fronte internazionale Erdogan pretende di ergersi a paladino dei diritti dei palestinesi, in un evidente cortocircuito etico e politico.
Sebbene questi attacchi da parte dell’esercito turco sembrino simili a molti altri, è evidente un cambio di approccio nella gestione del conflitto con i curdi-siriani: negli ultimi anni le forze militari turche hanno preso come obiettivo i leader delle Forze Democratiche Siriane, affiliate al PKK, senza mai allontanarsi più di dieci chilometri dal confine. Negli ultimi mesi però, gli attacchi hanno cominciato ad essere più invasive: per la prima volta sono stati coinvolti territori appartenenti e controllati dall’AANES, Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, come Hasakah, distante oltre 70 chilometri del confine turco-siriano. A novembre, lo Human Rights Watch ha detto che la Turchia “ha ripetutamente fallito nel prendere le precauzioni necessarie per evitare vittime civili” durante le operazioni condotte nel nord-est della Siria.
Nel mese di dicembre gli attacchi sono diventati una campagna militare di intensità regolare, prevalentemente in territorio siriano. Il 17 dicembre le autorità turche hanno detto di aver ucciso Sherwan Hassan, un comandante curdo. Hassan aveva contribuito alla fondazione dell’HXP, le forze di auto-difesa curde nel nord della Siria, ed era membro del Consiglio militare di Deir el-Zor. La sua morte si inserisce nelle nuove modalità impiegate dalla Turchia per condurre queste offensive, come sostenuto da Abdulla Hawez, analista geopolitico della Siria e del Medio Oriente: “Le recenti notizie rispetto al coinvolgimento dei servizi di intelligence turchi nella morte di un comandante dell’SDF sono possibilmente un nuovo sviluppo delle attività turche, dove la città di Deir el-Zor non era mai stata coinvolta”.
L’aggravarsi del conflitto nella Siria del nord ha portato ad un allargamento territoriale nel mese di gennaio: nove militari turchi sono morti in uno scontro a fuoco in Iraq, contro alcuni membri del PKK. In proposito, il ministro degli affari esteri turco Fidan ha detto: “combatteremo fino alla fine contro l’organizzazione terroristica del PKK, dentro e fuori i nostri confini”, confermando come l’estensione delle zone di conflitto non sia una novità per la Turchia e neanche un motivo di rallentamento delle sue operazioni.
Hulusi Akar, ministro della difesa turco, ha detto che 45 combattenti del PKK – da lui denominati ‘terroristi’ – sono stati neutralizzati in territorio iracheno, mentre altri nove sono stati raggiunti nel nord della Siria. Erdogan, immediatamente dopo l’attacco delle milizie curde, ha convocato una riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale e ha annunciato che la Turchia si vendicherà e “cancellerà il Terroristan”. La vendetta annunciata è iniziata poche ore dopo, e lo si è scoperto quando Akar ha annunciato di aver condotto attacchi aerei nel nord dell’Iraq, a Metina, Hakurk, Gara e Qandil, distruggendo 29 obiettivi appartenenti al PKK quali caverne, bunker e rifugi. Akar ha detto che i punti colpiti appartenevano al PKK e all’Unità di protezione popolare (YPG), entrambe considerate organizzazioni terroristiche ed entrambe soggette a continui attacchi militari. L’amministrazione irachena ha spesso chiesto il ritiro delle truppe turche dai propri territori, ottenendo da Erdogan solo una conferma della sua permanenza militare, almeno finché la missione contro le forze curde non sarà considerata ultimata. È difficile prendere in considerazione un limite temporale plausibile, Erdogan sta portando avanti una guerra iniziata nel 1984 che ha fatto più di 40,000 vittime, di cui il PKK è solamente un avamposto ed un espediente, non rappresentando il reale problema politico che la Turchia ha con l’indipendenza curda.
CREDITI FOTO: ANSA/DPA: Bernd von Jutrczenka



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