La parlamentare curda Ceylan Cupolo: «Il calo di Erdoğan un successo, ma vogliamo di più».

Dopo il primo turno delle elezioni in Turchia, il presidente Erdoğan è costretto al ballottaggio contro il suo rivale socialdemocratico Kemal Kılıçdaroğlu, capo del Partito Popolare Repubblicano. La parlamentare Ceylan Cupolo commenta per noi i risultati, offre una prospettiva a riguardo dal punto di vista curdo e delinea gli obiettivi del suo prossimo mandato parlamentare.

Francesco Brusa

(Istanbul) Si va al secondo turno di elezioni in Turchia: un successo o una sconfitta per l’opposizione a Erdoğan? Lo sfidante Kemal Kılıçdaroğlu del partito repubblicano Chp è risultato vincente soprattutto nelle grandi città dell’ovest del Paese (di misura ad Ankara e Istanbul, col 47% e 48%, ma anche con picchi del 63% a Izmir) così come nelle zone orientali a maggioranza curda o alevita (72% a Diyarbakır e 80% a Tunceli, sua città natale), confermando una tendenza dell’ultimo decennio per cui la parte centrale del Paese rimane fedele al partito di governo, ma il conteggio finale dà in testa il leader dell’Akp per circa 4 punti percentuali. Contando che al ballottaggio il “sultano” dovrebbe accaparrarsi anche i voti del terzo candidato Sinan Oğan (5%), escluso della corsa, è altamente probabile che ci sarà dunque una riconferma del presidente uscente, al potere da ormai più di vent’anni.

 

Allo stesso tempo, però, il consenso di Erdoğan è diminuito rispetto alle ultime elezioni. In più, il Chp e il partito di sinistra Yeşil Sol Parti (che formano assieme ad altri quattro partiti un’unica coalizione) stanno denunciando brogli e irregolarità nel processo elettorale e hanno formalmente un riconteggio delle schede che, se accolto, potrebbe riservare sorprese. A ogni modo, l’attenzione ora è tutta sulle azioni da mettere in campo nei giorni di avvicinamento al ballottaggio (che sarà il 28 maggio) per provare a ribaltare il risultato e così cambiare il futuro della Turchia. Ne abbiamo parlato con Ceylan Cupolo, membro dello Yeşil Sol Parti (in cui per queste elezioni sono confluite le forze filocurdo del partito democratico dei popoli Hdp) e recentemente eletta in Parlamento (dove Erdoğan assieme ai nazionalisti del Mhp ha mantenuto la maggioranza, perdendo però alcuni seggi).

Come valuta i risultati del primo turno?

In primo luogo, occorre ricordare che l’accesso a risorse e mezzi per sostenere la campagna elettorale non è stato equo per tutte le forze politiche che hanno preso parte alle elezioni. In Turchia, esiste un “blocco” che riguarda parte della coalizione in cui è incluso il mio partito: vale a dire che la voce delle forze di sinistra non è adeguatamente rappresentata a livello mediatico, subisce persecuzioni giudiziarie e repressione poliziesca. Questo significa che il processo elettorale (e mi riferisco non solo al giorno del voto ma all’intera campagna elettorale) è caratterizzato strutturalmente da irregolarità e disparità di accesso alle risorse. Non si è trattato dunque di elezioni eque e giuste.

Ora, passando ai risultati: nonostante questo controllo così capillare sulla società e su parte delle istituzioni, l’Akp ha perso il 10% dei suoi consensi rispetto al 2015. Ciò rappresenta un successo per la parte democratica della società turca. Per la prima volta, cioè, Erdoğan non ha ottenuto la piena maggioranza dei voti. Dal nostro punto di vista, il fatto di essere entrati in Parlamento con oltre 60 seggi lo consideriamo un successo. Essere arrivati al ballottaggio, in condizioni strutturali così sfavorevoli, è da considerarsi ugualmente un successo.

Ovviamente, però, non si tratta del risultato in cui speravamo. Ma stiamo mettendo in campo ogni sforzo possibile per fare in modo che, al secondo turno, Erdoğan perda nuovamente. Ed è quasi ironico vedere che la comunità curda ha sostenuto il candidato che vuole il meglio per una nazione in cui i curdi sono discriminati, mentre le parte più nazionalista della società (che in teoria dovrebbe “amare” il proprio Paese) ha invece riposto il proprio voto per un candidato che vuole utilizzare la nazione solo per aumentare il proprio potere clientelare e arricchire sé e il suo stretto giro di collaboratori. In definitiva, dunque, queste elezioni hanno rappresentato una prova molto difficile per la società turca, che si è dimostrata matura e desiderosa di un cambiamento.

Quali sono le questioni attorno a cui si è deciso il voto?

 Direi che ci sono diversi blocchi di popolazione che hanno votato spinti da motivazioni e questioni differenti fra loro. La comunità curda, per esempio, con queste elezioni vuole soprattutto guadagnare tempo e avere un attimo di “respiro”: vuole, cioè, che perlomeno la repressione nei suoi confronti non si intensifichi; spera che alcuni dei loro familiari che si trovano in carcere vengano rilasciati o magari, sognando in grande, che si possa iniziare a pensare a una “soluzione politica” per la questione curda.

C’è poi un secondo blocco ricollegabile all’elettorato classico del partito repubblicano Chp (i cosiddetti “turchi bianchi”) che sente come problema principale la difesa dei valori della repubblica. Vorrebbero che la Turchia si orientasse verso una struttura e una società più occidentalizzate e dunque hanno votato per esprimere un auspicio sul futuro del Paese, su un possibile orizzonte di sviluppo.

Dall’altra parte, il blocco della società più conservatore è stato via via sempre più spinto dalla retorica di Erdoğan e dai media controllati da quest’ultimo a “radicalizzarsi” e a pensare che ogni altra persona e ogni altro gruppo esterni alla loro cerchia costituisca un pericolo esistenziale. Non importa quanto siano arrabbiati per le condizioni economiche del Paese, quanto si siano impoveriti o si sentano affamati, perché credono di vivere sotto una minaccia costante da parte di nemici che in realtà non esistono e votano spinti da questa paura che è stata in ultima analisi fabbricata e strumentalizzata dalla macchina propagandistica dell’Akp.

Infine c’è un quarto blocco, ancora più nazionalista, che ha sostenuto Sinan Oğan e che ha diversi tratti in comune con la parte che sostiene Erdoğan. Ora che è stato escluso dalla corsa elettorale, Oğan ha dichiarato, letteralmente, che è “sul mercato” e che è pronto a sostenere chi gli offrirà di più. Aggiungendo, però, che non si accontenterà di un posto da Ministro ma che vuole diventare Vicepresidente: una dichiarazione implicita di sostegno a Erdoğan, dal momento che il programma elettorale dell’opposizione si basa proprio sul ritorno a un sistema democratico parlamentare e meno presidenziale di come è andato costruendolo il leader dell’Akp negli ultimi anni (e in cui non ci sarà appunto spazio per la figura del Vicepresidente arbitrariamente nominato).

Ora dunque tocca all’ultimo blocco, quello che non si è recato alle urne. Milioni di persone che non hanno espresso una preferenza e che probabilmente si accingono a decidere il futuro del Paese. Ma voglio sottolineare che, soprattutto per la componente curda e per altre minoranze, il peso di queste elezioni ha un valore critico dal punto di vista esistenziale: mia zia si trova attualmente in prigione e rischia di essere condannata ad altri 30 anni di carcere. Ha quasi cinquant’anni, il che significa che ne uscirà quando ne avrà ottanta. Senza parlare del cofondatore dell’Hdp Selahattin Demirtaş, col quale ho lavorato per un periodo prima che venisse detenuto…

 

 

C’è però una buona parte della popolazione curda che vota per Erdoğan…

Sono musulmani e sono conservatori. Direi che non c’entrano sentimenti patriottici e nazionalistici, ma semplicemente il fatto che condividono la stessa religione che Erdoğan ha posto al centro della sua gestione governativa. Votano sulla scorta del trauma che hanno vissuto durante i primi tempi della repubblica, in cui la pratica religiosa non era consentita o era poco tollerata.

Quali difficoltà o errori vi hanno impedito di ottenere un risultato più alto?

Abbiamo annunciato che avremmo corso con lo Yeşil Sol Parti praticamente solo un mese prima delle elezioni. C’è stato dunque davvero poco tempo per comunicare alla propria base le nostre indicazioni di voto, ovvero che si sarebbe dovuto sostenere la nostra coalizione per le elezioni generali mentre per quelle presidenziali avremmo appoggiato il candidato del Chp Kılıçdaroğlu. Si tratta di un meccanismo non immediatamente comprensibile per quella parte di popolazione meno avvezza a certe questioni, che magari vive in contesti rurali e con cui, non dimentichiamo, abbiamo dovuto dialogare senza poter contare su una rete di canali mediatici e quindi andando casa per casa, parlando di persona. Credo che questo ci abbia penalizzato: nella nostra regione ci sono state molte schede nulle, perché magari le persone hanno apposto la propria preferenza al nostro partito e a al Chp sulla stessa scheda, per esempio. Inoltre, penso si sia creata confusione fra lo Yeşil Sol Parti e lo Sol Parti, per via della somiglianza del nome. Quest’ultimo ha infatti ottenuto un boom di preferenze, che altrimenti non si spiegherebbe. Infine, la mancanza del nome con cui la maggioranza delle persone conosce il nostro partito (Hdp) ha probabilmente spinto molti a pensare che non eravamo presenti in queste elezioni.

Si è creata insomma molta confusione, dovuta anche alle condizioni di scarsa equità democratica che menzionavo in precedenza. Si tratta comunque di un problema su cui dovremo certamente lavorare in vista delle elezioni amministrative dell’anno prossimo. A tal riguardo, un’altra grossa difficoltà è data dal fatto che veniamo da un contesto per cui un alto numero dei sindaci del nostro partito che erano stati eletti nella regione sono stati rimossi e incarcerati in seguito alle elezioni e sostituiti da commissari governativi. Questo ha creato una sfiducia da parte della popolazione nel meccanismo democratico: “Voteremmo volentieri per voi, ma perché farlo se poi vi arresteranno?”, ci hanno detto varie persone.

Quali battaglie dovrà affrontare come membro eletto del Parlamento?

Come donna, come femminista, come persona che crede nel diritto a una piena partecipazione nella vita politica da parte della componente femminile della società, direi che la nostra principale sfida sarà contrastare la forte misoginia che sarà presente in parlamento. I membri dello Hür Dava Partisi per esempio sostengono che anche le bambine debbano essere velate e che debbano essere date in spose a partire dai 16 anni; lo Refah Partisi crede che le donne non dovrebbero essere protette se subiscono maltrattamenti e violenza da parte dei propri mariti e che non abbiano diritto di divorziare. Con il ritiro dalla Convenzione di Istanbul, inoltre, Erdoğan e l’Akp hanno mostrato la loro vera faccia. Mi aspetto dunque che il futuro parlamento cercherà di portare avanti un’agenda molto aggressiva nei confronti dei diritti delle donne.

In questo senso, sono molto felice che poco meno della metà dei candidati eletti fra le fila del mio partito sono donne. Sono dunque fiduciosa che si riesca a mettere in campo un’opposizione efficace a tal proposito così come alle misure autoritarie che presumo Erdoğan e il suo partito cercheranno di inasprire ulteriormente nel caso di vittoria al secondo turno: nello specifico, mi aspetto un attacco al sistema giudiziario, col tentativo di nominare membri della Corte Suprema fedeli al governo, e una nuova stretta sul secolarismo nel campo dell’educazione, con dunque una riduzione delle scuole laiche. Similmente, mi aspetto che la politica internazionale si farà ancora più aggressiva e ostile nei confronti dei paesi occidentali, mentre si intensificherà l’alleanza con paesi come la Russia di Putin. Anzi, mi pare proprio che Erdoğan stia imparando molto da Putin o da altri leader autoritari come Orbán e che si vada configurando un’alleanza internazionale di governi conservatori e reazionari.

 

CREDITI FOTO: Kremlin.ru



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