“Medioevo migratorio” e gli incroci della nostra storia. Intervista a Ermanno Orlando

Orlando traccia la storia dei flussi migratori, i contatti e le interazioni in Italia nei secoli V-XV.

Roberto Rosano

La storia medievale è anche e soprattutto una storia di migrazioni, incontri e rimestamenti, dovuti ad espulsioni religiose, guerre, pestilenze, congiunture economiche, interessi commerciali, motivi di studio, eccetera.
Questi temi (remoti eppure attualissimi) confluiscono in Medioevo migratorio. Mobilità, contatti e interazioni in Italia nei secoli V-XV (il Mulino, 2022), l’ultimo lavoro del prof. Ermanno Orlando (docente di storia medievale presso l’Università per stranieri di Siena). Ne discutiamo con l’autore.

Professor Orlando, è molto difficile per me farle un’intervista senza essere un po’ condizionato dalla tragedia di Cutro. Non andrebbe fatto, vero?
È del tutto legittimo. Leggiamo la storia con gli occhi e la sensibilità del presente. Il rischio è quello di dare risposte non solo parziali, miopi e del tutto inefficaci a un fenomeno complesso come le migrazioni, ma soprattutto emotive e irrazionali. Proprio per questo nel libro ho cercato di offrire una visione complessiva del fenomeno, direi umanistica (nell’accezione più ampia del termine), che mettesse sempre al centro l’uomo. Non a caso, Marc Bloch amava ripetere che la storia è la scienza degli uomini nel tempo.

Recentemente, si è proposto di sostituire il più consolidato concetto di migrazione dei popoli, Völkerwanderung, di tradizione tedesca, con quello di “migrazione di masse”, massenmigration. Che cosa dice questo cambiamento a chi non è addetto ai lavori?
Rispetto al concetto classico del Völkerwanderung, quello di Massenmigration tende a sottolineare ulteriormente la natura instabile dei movimenti migratori. Si vuole ancor di più sottolineare come i popoli o i gruppi in movimento, nel medioevo come oggi, non fossero entità chiuse, ma realtà in continua evoluzione, esposte a ripetuti fenomeni di adattamento e mutazione.

La storia delle migrazioni, insomma, non è governata da fattori di respingimento e attrazione, di tipo push and pull, per intenderci… 

La storiografia sulle migrazioni ha da tempo abbandonato l’approccio push and pull. Ci si è, infatti, accorti che tale punto di vista implicava una eccessiva razionalità dei movimenti, mentre si è visto che gli spostamenti rispondevano spesso a cause congiunturali, o emotive, o comunque legate alla vischiosità dei flussi. Per questo ora si preferisce un approccio maggiormente culturale ai fenomeni migratori, che privilegi l’analisi, come ho cercato anch’io di fare nel libro, dei processi insediativi dei migranti, le dinamiche di socializzazione, i problemi identitari, gli istituti di mediazione o le interazioni culturali e religiose tra i singoli e i gruppi.

È stato un vero vantaggio per l’Italia essere al centro del Mediterraneo e, quindi, crocevia di infinite diaspore?

Forse, più che in termini di vantaggi/svantaggi ragionerei in termini di opportunità/risorse. Fu anche una risorsa? Direi, indiscutibilmente, di sì. Si pensi, solo per rimanere al medioevo, agli indiscutibili apporti di cultura, riti e tradizioni arrecati in tempi diversi dai popoli germanici, dagli arabi, dai normanni e poi ancora dai greci, dagli slavi, dagli spagnoli e da molti altri ancora. Si pensi a quella formidabile creatura che fu e ancora è la Sicilia arabo-normanna e all’eclettismo – sano, creativo – della sua civiltà. Ma si pensi, anche, a una città inclusiva del tardo medioevo come Venezia, in cui tutto – dall’architettura al rito, dagli abiti alle lingue, dai suoni agli odori – sapeva e tuttora sa allo stesso tempo di lontano e vicino, di autoctono e di esotico, di Oriente e di Occidente.

Leggendo il suo libro, si scopre che, in tempi diversi, Francesco Petrarca e Giovanni Pontano condivisero l’idea che molti problemi di una città composita come Napoli venissero proprio dalle dissonanze, dalle aritmie e dall’entropia causate dalle migrazioni. Uno storico contemporaneo come commenta una tesi simile?

Non tutti i percorsi di incorporazione dei nuovi venuti avevano esiti felici: i fallimenti non mancavano affatto, provocando processi, del tutto fisiologici, di isolamento o esclusione sociale. Questo determinava in diversi casi forme di assimilazione debole e parziale, responsabili da un lato di fenomeni di cultura oppositiva, fondati sul rigetto delle norme e dei valori fondanti della società ospite; dall’altro un malessere sociale latente, evidenziato dai tassi di criminalità registrati tra gli immigrati e gli stranieri, in genere più elevati rispetto alle altre categorie sociali. Insomma, vanno sempre tenute in debito conto anche le aritmie congenite a ogni esperienza di mobilità e tutti i problemi connessi alla ricezione/gestione di una massa crescente di nuovi immigrati.

A proposito di buona o cattiva gestione delle spinte migratorie, Lei parla degli sforzi di Teodorico per non alimentare l’ostilità tra popolazione autoctona e nuovi arrivati (i Goti). Quanto è importante evitare un fronte di resistenza e opposizione interno ad una società?

Le rispondo con un dato storico. Di tutte le esperienze di convivenza tra maggioranza autoctona latina e popoli germanici immigrati all’interno dei regni romano-barbarici dell’alto medioevo, le sole che riuscirono a durare nel tempo furono quelle dove i processi di coesistenza e interazione/integrazione furono più marcati e più consapevolmente perseguiti. Durarono a lungo, per esempio, i franchi e i visigoti, mentre ebbero vita breve gli ostrogoti e i vandali. Una cartina di tornasole è rappresentata in tal senso dai matrimoni misti. Laddove furono permessi e favoriti i regni furono più longevi; dove, invece, furono vietati o tollerati con diffidenza, i regni furono fugaci e transitori.

Non a caso nel suo libro si sofferma molto sulle strutture di socializzazione…

Certo, il lavoro, il matrimonio, la famiglia e gli istituti di assistenza e aggregazione, erano in grado non solo di favorire l’immissione dei nuovi venuti, ma anche di allargare gli spazi di accettazione e inserimento degli stessi nelle società ospiti

Alla fine del capitolo XIV, Lei parla dell’arrivo delle prime comunità rom in Italia, nel XV secolo, dai Balcani e dalla Grecia, grazie ad un salvacondotto rilasciato da Sigismondo di Lussemburgo. All’inizio molta curiosità, poi si comincia a parlare di “mala gentes” e partono le misure repressive. I rom, nella storia delle migrazioni, che posto occupano?

Sono in qualche modo l’altra faccia del tardo medioevo inclusivo, quella appunto del pregiudizio e dell’esclusione. Farei una comparazione con un’altra minoranza oggetto, nel Quattrocento, di un crescente clima di intolleranza e discriminazione, gli ebrei. L’esito di tale escalation violenta fu la segregazione, nel XVI secolo, all’interno dei ghetti. In tal modo, la presenza ebraica nelle città italiane – ritenuta per molti versi funzionale ed economicamente necessaria, per il servizio reso dai giudei nell’erogazione del prestito al minuto – fu permessa e tollerata, seppure dietro una stretta regolamentazione. Così non fu affatto per gli “zingari”, che andarono incontro solo a ripetute condanne ed espulsioni (anche se non mancarono casi di integrazione, ma del tutto personali).

Lei ha scritto che è voluto partire per questo viaggio tra i migranti del medioevo come “un vero migrante”, con un bagaglio leggero. Che cosa intendeva dire? Chi si occupa di migrazioni ha un carico più pesante di pressioni?
Chi si occupa di migrazioni, anche se per un’età remota come il medioevo, lo fa inevitabilmente sulla spinta emotiva delle preoccupazioni attuali verso un fenomeno così complesso. Tuttavia, il mio ragionamento era più di natura metodologica e concettuale. Per tentare una sintesi di un argomento tanto complesso ed evocativo, mi è sembrato opportuno liberarmi di tutto quanto potesse condizionare eccessivamente il racconto, costringendolo all’interno di coordinate troppo severe e restrittive, come la cronologia, le distanze, i numeri o la tipologia delle migrazioni.



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