Eros Alesi, il “Poeta Ignoto”

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Eros Alesi, il poeta del “che”. In soli diciannove anni visse molteplici esistenze e percorse il mondo intero con la sua poesia.

Giovanni Savastano

Il Muro Torto di Roma, all’altezza della terrazza del Pincio, dal lato di Piazzale Flaminio, conserva una memoria di cui la città ha perso il ricordo. Quel luogo potrebbe essere eletto ad Altare della Poesia, la cui ara dovrebbe poggiare sul punto dove cinquantadue anni fa un “Poeta Ignoto”, diciannovenne, pose fine alla propria esistenza gettandosi da quella grande muraglia nelle cui grotte si era rintanato da tempo, insieme ad una folla di altri senza-volto, come lui immersi nell’autodistruzione della droga.

Era il 31 gennaio 1971 e quel giorno il traffico romano, su quel tratto di strada, fu più intenso del solito. Il perché lo si capì il mattino seguente, grazie ai titoli dei giornali: “Un diciannovenne drogato si getta dal Pincio: morto”, strillava Stampa Sera. “Un capellone diciannovenne”, le faceva eco il Corriere della Sera, “già noto alla polizia come tossicomane, si è ucciso…gettandosi dal muraglione di Villa Borghese”.

Quel “capellone drogato” era un poeta. Ma nessuno lo sapeva. Ignoto. Si chiamava Eros Alesi e con sé, al momento del tonfo, “aveva un borsellino contenente trenta lire e una fotografia del padre”, scomparso due anni prima.

La società del tempo, con i suoi strumenti ideologici, culturali e politici, relegò quel nome in miseri e squallidi trafiletti di cronaca, riuscendo sul momento a sotterrare nell’oblio un’individualità che invece chiedeva di essere vista, ascoltata e vissuta in modo prorompente.

Se non fosse stato per l’incontro in Piazza di Spagna subito dopo la notte del Capodanno ’70-’71 , con un suo amico, Remo Marcone, al quale Eros consegnò un mucchio di quaderni scritti di suo pugno, la sua voce sarebbe rimasta silenziata sul selciato romano.

In quei manoscritti, fogli e cartoni rigidi attraversati da diverse stesure, alternativamente in corsivo infantile e stampatello, domina la parola “che”: facendogli perdere il valore intrinseco di pronome relativo, Eros, nel suo reiterarlo in continuazione, in un flusso discorsivo quasi senza soluzione di continuità (“testimonianza psicopaticamente ossessiva” nelle parole deprimenti e ingiuste de La Stampa), fa assumere a quel vocabolo le sembianze, per la prima volta nella lingua italiana, di una chiave cosmica sulla porta della conoscenza interiore, una parola-scalino su cui egli scende e sale freneticamente per vedere sopra e sotto il livello del reale. “Che sono felice di essermi accorto del gioco che conduco”, recitano alcuni suoi versi iniziali. Un gioco che non ha tempo di essere bambino, perché lo vede allontanarsi prematuramente dalle due figure genitoriali, difficili, complesse, morbose, violente nel dare e nel togliere affetto. Originaria di Tivoli, poi trasferitasi a Ciampino, e infine a Roma, la famiglia di Felice Alesi e Angela Polidoro, inizialmente comprendente, oltre a Eros, un altro figlio, morto a soli cinque anni per una grave forma di poliomelite, va incontro ad un progressivo sfacelo, fatto di violenza e alcol. Il padre, fantino professionista, inizialmente seguito anche dal piccolo Eros in questa passione sportiva, dà luogo progressivamente ad un quadro di vita deviante in cui si fanno spazio tradimenti, dipendenze, botte alla moglie. Il forte legame con la figura paterna, quindi, per l’ancora inconsapevole poeta si sfalderà, lasciando quell’Icaro che tentava di spiccare il volo dai muri esistenziali privo di un Dedalo di riferimento. “Che per mio padre, che avevo 6-7 anni quando ti vedevo bello, forte, orgoglioso, sicuro, spavaldo – che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente cattivo – che ti giudicavo un bastardo perché picchiavi mia madre”, imprime Eros sui fogli disordinati, per poi aumentare la velocità emotiva, entrando nell’essenza invisibile delle cose e trascinando con sé il lettore che non riesce a fermarsi: “che avevo 13-14 anni quando ti vedevo che tu vedevi di perdere il tuo ruolo – che vedevo che tu vedevi il sorgere del mio nuovo ruolo….che vedevo che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo – che vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente – che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo di casa … che ho visto che tu hai visto che ti vedevi solo…”. Quando scrive queste parole il padre è già morto, mentre lui ha già collezionato detenzioni a Regina Coeli e una serie di ricoveri in manicomio, dopo essersi iniziato all’uso delle droghe più disparate, dalla morfina (“che ora sono uscito da un manicomio per la terza volta e da un terzo forzato distacco da te MAMMA MORFINA”) all’eroina in vena, fino alle anfetamine che imparerà a spacciare, tanto da guadagnarsi il nomignolo di “Pasticca” con cui verrà appellato da certa stampa scandalistica anche prima della drammatica uscita di scena finale. Nelle sue fughe continue, Eros centuplica i pochi anni della sua vita vivendo così molteplici esistenze, nei suoi viaggi erratici in India, Pakistan, Afghanistan, Turchia, luoghi da lui penetrati fino alle viscere più crude (“che il pakistano come tutti i popoli musulmani è per una maggioranza lascivo-tranellista ed in malafede contro coloro che non sono musulmani – ma che si fa amare”).

Ma la prima di queste fughe è a Milano, nel 1967, per raggiungere le cave di Via Vicenza dove si riunivano quelli che la stampa definiva i “beat drogati”, facenti capo a Melchiorre Gerbino, uno dei fondatori della rivista “Mondo Beat” a cui Eros si avvicinò, senza peraltro mai pubblicarvi nulla. Se ne accorge persino il settimanale Oggi che, in un numero di maggio di quell’anno, dedica al fuggiasco addirittura una mezza pagina con tanto di fotografia ritraente Eros accanto alla madre, arrivata nel capoluogo lombardo per rintracciare ed aiutare il figlio. “Il figlio è capellone e la madre lo segue”, titola il periodico, sbeffeggiando nel sottotitolo il protagonista come solo i media reazionari dell’epoca sapevano fare: “nasce il nuovo ribelle all’italiana: il beat-cocco-di-mamma”.

Le poche parole di Eros ( “sono scappato per incompatibilità di vita….non me la sentivo di restare….questa smania di vivere la mia vita…”) sono sommerse dal sottofondo denigratorio dell’articolo, in cui anche la donna, che decide di convivere nelle cave con i “capelloni drogati” per dieci giorni nel suo estremo tentativo di non perdere il figlio, viene raffigurata a mo’ di macchietta. Ma le pagine postume di Eros le renderanno giustizia: “O mamma che cosa ho tralasciato” (sono proprio le liriche di apertura dei suoi quaderni), “o mamma che cosa ho dimenticato – o mamma addio con una lunga sciarpa nera – addio con il partito comunista e una calza rotta…- con le tue dita di mandolino in rovina …”.

La corsa di Eros è contemporaneamente verso, contro e lontano da sé stesso: “che ho paura e corro – che corro alle grotte – …che corro dietro alla mia ombra…che la sosta milanese. E gli amici senza volto da anni”. Amici e amori, anche omosessuali, molti dei quali conosciuti, a Roma, nella “Comune di Piazza Bologna” diretta dallo psichiatra Luigi Cancrini: proprio lì Eros conoscerà il già citato Remo Marcone, depositario, dopo quell’ultimo Capodanno, della sua parola scritta, che avrà il merito, in seguito alla morte dell’amico, di informare Elvira Guida, psicologa, nonché moglie di Cancrini, dell’esistenza di quei quaderni. Tramite il centro di recupero (“che la Comune….mi ha strillato che il nemico che io identificavo…negli altri esseri viventi, non era altro che il mio essere”), le poesie arrivano nelle mani del critico Giuseppe Pontiggia, che le pubblica nell’Almanacco dello Specchio del 1973, dove verranno intercettate da Pier Paolo Pasolini. Il poeta friulano sarà spietato, come solo lui sapeva essere, e in ben due occasioni, entrambe sul settimanale “Tempo”, tra il maggio e il novembre 1973, nel recensire sia il sopracitato Almanacco che, in seguito, una ricerca scientifica dello staff di Cancrini pubblicata da Mondadori, si scaglierà sulla poetica di Alesi, liquidata prima con un laconico “miseri versi”; poi, attraverso una lente morale, inquadrata in una dimensione esclusivamente sociologica: “non ho nessuna particolare pietà per questo disgraziato ragazzo, debole e ignorante, che è morto per la stessa ragione per cui si fanno crescere i capelli”.

La contestualizzazione esclusivamente sociale del focus critico da parte di Pasolini (in tal senso complementare, duole dirlo, agli etichettamenti classisti dei giornali conservatori) nei confronti dell’esperienza poetica di Alesi, contribuirà, volente o nolente, alla perpetuazione dell’oblio nei confronti del giovane.

Eppure, i punti in comune tra la poetica pasoliniana e quella alesiana non sono pochi: l’uso del proprio io corporeo come strumento di poesia (“voci che hanno corpo, sfuggente, che hanno un corpo che non si vede, ma si è certi che esiste”, scrive Alesi); la solitudine, l’emarginazione e la diversità esistenziale; l’amore quasi simbiotico di entrambi per i poeti maledetti francesi, in particolare Baudelaire per Pasolini e Rimbaud per Alesi (“che mio padre è Arthur Rimbaud – che io sono suo figlio Eros Rimbaud”). Perciò, la presa di distanza, da parte dell’autore di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, colpisce soprattutto nella parte in cui enfatizza la presunta “debolezza” del giovane poeta: dal punto di vista sociale, Eros Alesi, secondo l’intellettuale-regista, soccombe al “sistema” nonostante (o forse proprio a causa di) la sua ribellione conformisticamente strutturata secondo i protestatari a lui contemporanei.

Ma dal punto di vista esistenziale, Pasolini sbaglia: la presunta debolezza di Alesi non è mai dissimulata, anzi, è sempre e perennemente sul proscenio della sua breve vita, una compagna di viaggio elevata a strumento di conoscenza. L’Io-Cosmico di Eros vince sull’Io-Socio-Politico di cui gli anni ’70 erano impregnati. La sua poesia, per sua stessa definizione, è “situazionale”: “che il grande gioco dell’IO penso…che è stato meraviglioso scoprire che non solo la specie umana vive…che forme di vita differenti…non pensano perché la loro dimensione di vita non lo ritiene necessario dato il loro inserimento nella situazione”.  Il suo è un poetare discorsivo, filosofico, situazionistico, anticartesiano, con punte da eterno ritorno nietzschiano e multiuniverso bruniano.

Ma il diktat sociale non scritto che, a cavallo tra i ’60 e i ’70, imponeva il dominio della massa sull’individuo, la “forza” dell’impegno sulla “debolezza” dello spirito, riuscì temporaneamente a mettere fra parentesi uno spirito lirico difficile da comprendere. Ciclicamente, l’umanità cerca di seppellire ciò che non riesce a spiegare. Ma l’intensa forza individuale di Eros Alesi – quella che sta anche nell’accettazione della propria debolezza -, respinta solo in apparenza nell’universo dell’ignoto, ritorna oggi prorompente, come un meteorite, perso nello spazio della conoscenza e chiamato, dal giovane poeta, semplicemente “puff”: un suono onomatopeico, un’esplosione improvvisa, un big-bang esistenziale espresso in forme post-futuristiche, come un interruttore metafisico azionato dal grande Essere chiamato Universo. “Che tra non molto una nuova dimensione scandirà il ritmo. Che il tempo grande, immenso, vuoto. Che il tempo nel cui ventre bizzarramente, fatalisticamente, situazionisticamente prendono forma immagini della grande costruzione-giuoco. Nel cui ventre il grande e onnipotente puff. È.”

 

Bibliografia consigliata:

EROS ALESI “Che Puff. Il profumo del mondo”, Ed. Milllelire Stampa Alternativa, 2015

 

Giovanni Savastano

Psicoterapeuta e docente di Filosofia e Psicologia, è autore di diversi articoli e libri, tra cui il saggio biografico “Gian Maria Volonté. Recito dunque sono”, pubblicato da Edizioni Clichy nel 2018, e il saggio storico-musicale “La Storia della Disco Music”, scritto con Andrea Angeli Bufalini, edito da Hoepli nel 2019. Sempre con Angeli Bufalini sta per pubblicare, per Coniglio Editore, la prima monografia italiana su Donna Summer.

 

Foto:

  1. Il Giorno, 4 aprile 1967. Eros Alesi è al centro in primo piano; alla sua destra, con il braccio sinistro alzato, Melchiorre Gerbino.
  2. Settimanale Oggi n. 20 del maggio 1967. Eros Alesi con la madre.

 

 

 

 



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