L’esercito russo, la resistenza ucraina e la differenza fra violenza e potere

Le società umane sono poco propense a farsi organizzare la politica interna, e quella estera, da un paese straniero con le bombe.

Davide Grasso

Non è chiaro se e quanto a lungo la resistenza ucraina, regolare o irregolare, potrebbe ritardare un’eventuale conquista russa del paese. È invece evidente che ciò che è imprevedibile per definizione – la reazione popolare agli eventi della storia – ha messo già la parola fine alle ambizioni russe in Ucraina, se non persino all’egemonia putiniana a Mosca. Da anni va per la maggiore una concezione del potere che lo identifica con la possibilità di ricorso violenza. Nel 1970 Hannah Arendt faceva notare che potere e violenza sono invece uno l’opposto dell’altro: chi non ha potere – ossia non riesce a influenzare i comportamenti degli altri – è costretto a ricorrere all’uso della forza.

Questo non esclude in alcun modo un ruolo della violenza in politica. Non esiste istituzione al mondo che non sia difesa da gruppi di armati, né un’istituzione che non sia frutto di un rovesciamento, molto spesso armato a sua volta, della precedente. Tuttavia questa presenza o minaccia della violenza in politica non rende la violenza sovrapponibile al potere come tale – neanche a quello dello Stato, nemmeno a quello di una superpotenza nucleare. Disporre di mezzi violenti è utile, nel consesso politico umano, a valle di progetti che vengano compresi o condivisi almeno da una parte rilevante delle persone interessate. Quando un progetto non esiste, è incomprensibile o largamente rigettato, il ricorso alle armi è l’ultima ratio proprio nel senso di massima espressione di debolezza.

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È incredibile come, dopo migliaia di anni di progresso scientifico, intellettuale e tecnologico il genere umano si trovi ancora ad essere governato da minuscole e pericolose minoranze, spesso incapaci di comprendere la storia del proprio paese, pur riempiendosene continuamente la bocca. Putin è cresciuto nel Kgb tra gli anni Settanta e Ottanta. Dovrebbe sapere meglio di noi tutti che il crollo dell’Urss – non la sua riforma interna, che fu altra cosa – iniziò quando le autorità ungheresi, nell’estate del 1989, tagliarono il filo spinato che impediva ai cittadini di quel paese di recarsi in Austria. La decisione ungherese era il risultato di trattative segrete che il primo ministro socialista ungherese Miklós Németh aveva portato avanti per mesi con il cancelliere tedesco occidentale Helmuth Kohl (mi permetto di rimandare, per hi volesse approfondire, al mio saggio La città e il fantasma. Dal muro di Berlino ai nuovi muri).

Se il partito al potere in Ungheria era pronto a cospirare con il nemico era perché la società ungherese, pur ridotta al silenzio da decenni, non aveva dimenticato l’invasione sovietica ordinata da Chruščëv nel 1956, che aveva stroncato la volontà dei militanti locali di portare avanti il socialismo nell’autonomia nazionale. Anche allora alla resistenza nazionale contro l’invasione si unì gente di destra, e anche allora la propaganda del Cremlino disse che l’offensiva era restaurazione di un ordine antifascista. La differenza è invece che Chruščëv, a differenza di Putin, non sosteneva a sua volta gruppi neofascisti in Ungheria (come invece fa Putin nel Donbass) e non finanziava a piè sospinto neonazisti in tutto il mondo.

Quando, memore di quegli eventi, l’Ungheria aprì per prima i suoi confini nel 1989, l’enorme flusso di profughi (anche di altri paesi socialisti) verso ovest, pur in assenza di guerra, mostrò quanto sconfinato – si fa per dire – fosse l’amore dei popoli dell’Est verso il partito di Mosca. La spallata al sistema sovietico (sistema che oggi Putin rimpiange, ma naturalmente purgato della fase nobile: il bolscevismo delle origini), fu data da milioni di persone in jeans che “votarono con i piedi”. Viene da chiedersi come potrebbe, ora, un’analoga influenza risorgere sul sangue di civili in armi o sulle ceneri di città devastate. Forse il presidente russo conta sul fatto che, anziché sull’idea di una società perfettamente razionale, l’attuale modello esportato si rifà a pietose forme di tradizionalismo antimodernista.

Non fu soltanto il fantasma della repressione ungherese a contribuire al crollo dell’Urss. Lo stato di paranoia che aveva paralizzato, invecchiato e sclerotizzato gli apparati istituzionali russi negli anni Ottanta si era incancrenito lungo tutti gli anni Settanta a causa della decisione, da parte di Bréžnev, di invadere nel 1968 la Cecoslovacchia per impedire anche ad essa di tentare soluzioni socialiste autonome. La repressione della primavera di Praga impose una ventata di mediocrità e censura alla cultura e alla politica russe proprio quando esse tentavano di emanciparsi dalla demenza terrificante che aveva avuto il sopravvento nella fase staliniana. Condusse i ranghi stessi del comunismo russo sui binari di una depressione psico-politica non meno grave della stagnazione economica.

Oggi, a mezzo secolo da Praga e a settant’anni da Budapest, Putin pensa ancora che la volontà maggioritaria di una nazione, espressa tramite elezioni oltre che con rivolte (anche a monte di ogni giudizio sul loro esito politico interno) possa essere domata con la violenza. Verrebbe da chiedersi su quali basi, se non su quelle di un’alienazione che colpisce quasi regolarmente chi da troppo tempo vive in un mondo separato (gli eleganti palazzi del Cremlino, ad esempio) perdendo contatto con quel magma spesso coriaceo e insopportabile, ma ineludibile per i nostri destini individuali, che è il popolo. Non basta qualche battuta omofoba per tenerlo a bada, e non è scontato che tutti siano pronti a bersi sempre l’aggressione fattuale come atto di difesa molto, troppo preventivo.

Putin ha citato, nel suo discorso di guerra, gli interventi statunitensi in Iraq e Afghanistan. Non sembra in grado di comprendere il significato elementare degli errori dei suoi nemici, oltre che dei suoi predecessori. Si tratta forse di forme di esportazione di un potere politico, condotte esclusivamente con la violenza, che hanno funzionato? Lui stesso ha mostrato di pensare il contrario. (Entrambe le guerre, peraltro, erano state giustificate come atti di autodifesa, pur in contesti molto diversi nel caso iracheno e in quello afghano). L’esportazione di un modello, quale che sia, nulla toglie alla sua eventuale bellezza o funzionalità razionale, magari anche concreta in certi contesti. Il problema è che l’esportazione puramente violenta e coercitiva è fallimentare. Si ricorderà, Putin, di quando con i suoi colleghi del Kgb aveva festeggiato Saigon, la Budapest-Praga statunitense? O era già impegnato a fantasticare, con quegli stessi colleghi, le successive umiliazioni a Kabul?

Il sistema internazionale, organizzato per Stati i cui confini non rispettano diritti e aspirazioni delle nazionalità – vedi anche il Donbass, cui un referendum per l’autonomia avrebbe dovuto essere da tempo garantito – è problematico. Problematico è anche il modello sociale che tale sistema, nelle sue varianti tecnocratiche come autocratiche, difende. Quel che è certo è che ogni sua tentata trasformazione non potrà prescindere dal dato di fatto che le società umane sono poco propense a farsi organizzare la politica interna, e quella estera, con le bombe da un paese straniero. Non a caso le invasioni che hanno funzionato – e ce ne sono, a partire da quelle realmente antifasciste della Seconda Guerra mondiale – agiscono in supporto a movimenti locali dotati di largo seguito popolare. Senza una proposta politica apprezzabile e apprezzata – inesistente in questo caso, come nel caso delle invasioni angloamericane di Afghanistan e Iraq – le superpotenze nucleari non possono che esprimere, con conseguenze devastanti per tutti noi, la violenza di senza potere che siedono al potere.

CREDIT FOTO: EPA/ZURAB KURTSIKIDZE

 



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