Esportare la democrazia non si può. Promuoverla e difenderla si deve

Dopo la vittoria dei talebani, in Occidente torna la discussione sulla cosiddetta “esportazione della democrazia”. Ma davvero non c’è alternativa fra l’occupazione militare e il disinteresse per il destino altrui?

Cinzia Sciuto

Dopo il discorso del perdente – da qualunque angolo la si guardi quella americana in Afghanistan non può che essere considerata una sconfitta – parlano i vincitori. In una conferenza stampa attesa da tutto il mondo i talebani hanno cercato di tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale. “Non saremo la base di futuri attacchi terroristici all’estero, garantiremo un’amnistia a chi ha collaborato con il nemico e non faremo troppi danni sul fronte dei diritti umani e delle donne in particolare”: questo, in sintesi, il loro messaggio al mondo.
Ma gli afghani, e soprattutto le afghane, non hanno bisogno di nessuna conferenza stampa per capire che tipo di regime sarà quello talebano. Nell’arco di 48 ore, letteralmente, la gente ha iniziato “spontaneamente” a comportarsi in maniera diversa, a partire dall’abbigliamento. Alberto Zanin, responsabile medico di Emergency a Kabul, ha raccontato che da un paio di giorni i dipendenti, e in particolare le dipendenti, dell’ospedale “in via precauzionale” hanno iniziato a indossare gli abiti tradizionali e ha fatto il giro del mondo l’immagine della corrispondente della Cnn Clarissa Ward, una delle poche giornaliste ancora presenti a Kabul, che ha iniziato a indossare un pesante abaya nero nelle sue corrispondenze dalla città (il “meme” che gira è però scorretto, come ha spiegato la stessa Ward, perché accosta una immagine di lei senza velo mentre parla da una postazione “protetta” e una di lei in abaya per le strade di Kabul. Ward ha precisato che anche prima quando lavorava per strada indossava un velo, ma non certo il pesante abaya che la avvolge oggi. Una differenza solo apparentemente piccola, come mostra in maniera molto efficace l’immagine della fotografa Boushra Almutawakel: la sparizione della donna avviene per piccoli, graduali passi). Non c’è stato bisogno di nessun provvedimento formale da parte dei nuovi governanti: la paura fa più della coercizione. Una cosa di cui dovremmo ricordarci ogni volta che con grande disinvoltura tiriamo in ballo l’argomento del “nessuno la costringe” a proposito delle donne che anche qui in Occidente indossano veli, hijab, niqab: quando si vive in un contesto – può essere uno Stato o anche solo una comunità o una famiglia – in cui non indossare il velo può costare pesanti conseguenze, allora io il velo non solo lo indosso, ma lo rivendico come “scelta”: l’unica che mi consente di essere lasciata in pace.

Negli ultimi giorni è tornato in auge un dibattito che era sopito da qualche anno, quello tra i fautori dell’esportazione della democrazia con ogni mezzo (anche non democratico, il che dovrebbe già indurre qualche dubbio sulla sensatezza della cosa) e coloro che, partendo dal presupposto che esportare la democrazia non ha senso, allora si girano dall’altra parte e ammantano la loro indifferenza per le sorti altrui con un apparentemente nobile “ognuno deve liberarsi da sé”.
Ma il progetto democratico è un progetto per sua natura a vocazione universalista: la democrazia in un paese solo non funziona. Chi si batte per la democrazia e i diritti umani non può accontentarsi di vederli realizzati nel proprio orticello. Sia per ragioni di giustizia (i diritti se non sono universali si chiamano privilegi) sia per ragioni di sopravvivenza: le democrazie sono regimi talmente precari che non possono sperare di sopravvivere a lungo se circondati da regimi non democratici. Il relativismo culturale per il quale i “nostri” diritti sarebbero diritti “occidentali”, gli “altri” hanno concezioni di libertà diverse, non possiamo applicare i “nostri” criteri agli “altri” e via relativizzando è non solo profondamente (questo sì) etnocentrico, ma anche estremamente miope. Che vuol dire che i diritti umani sarebbero “occidentali”? È questa una considerazione storica – i diritti umani sono nati, si sono sviluppati, in Occidente – o è una considerazione etico-politica: i diritti umani sono “cose nostre” che agli altri non interessano? Io ho l’impressione che in molti scivolino dal primo al secondo piano e mi piacerebbe che costoro avessero il coraggio di dire le medesime cose in faccia agli afghani che si sono appesi ai carrelli degli aerei per non finire in mano ai talebani, alle donne chiuse in casa terrorizzate, e a tutti coloro che in questo istante nel mondo lottano per i loro diritti (che noi ci permettiamo di definire “occidentali”). Certo, c’è chi considera i diritti umani un prodotto del colonialismo imperialista occidentale: sono i talebani e tutti i fondamentalisti che vogliono instaurare regimi autoritari, ai quali la retorica relativista dei diritti umani occidentali fa straordinariamente comodo. (Per inciso: di norma coloro che relativizzano i diritti umani non accetterebbero mai di usare lo stesso metro per i diritti cosiddetti sociali: i diritti dei lavoratori, per esempio, sono uguali ovunque o magari gli “altri” non hanno la nostra stessa concezione?).

Già odo le grida: ecco i “dirittiumanisti” che vogliono esportare la democrazia! Ciascun popolo deve conquistare la democrazia da solo! Ma davvero l’alternativa è fra l’occupazione coloniale e il disinteresse? O occupiamo manu militare o ignoriamo? O portiamo la democrazia con le armi o ognun per sé e Dio per tutti? Questo riduzionismo delle opzioni politiche è di per sé una vittoria per i regimi fondamentalisti e autoritari che altro non chiedono se non di essere lasciati in pace. In politica invece le alternative ci sono sempre: si potrebbe iniziare, per esempio, respingendo sistematicamente e senza tentennamenti tutti i tentativi di infiltrazione islamista in Europa (per un piccolo esempio si veda qui), per continuare con il dare sostengo (economico, strategico, diplomatico, politico) a tutte le iniziative e i movimenti della società civile che nei diversi paesi lottano per la democrazia, i diritti umani e la laicità. E questo non dall’alto di chi democrazia, diritti umani e laicità li ha già conquistati una volta e per sempre ma come parte di una lotta comune, in cui ci si sostiene a vicenda.
C’è infine un’ultima considerazione che serpeggia in queste ore: ci piaccia o no, taluni dicono, se i talebani hanno potuto riprendere il controllo del paese in maniera così semplice e veloce, vuol dire che hanno un consenso radicato nella popolazione. Anche ammettendo che sia così (cosa di cui le immagini della gente appesa ai carrelli degli aerei indurrebbe a dubitare), cosa significa? Le lotte politiche si fanno per ciò che si considera giusto non per ciò che ha consenso. Gli antifascisti che negli anni in cui il regime fascista godeva di un consenso sostanzialmente unanime hanno comunque lavorato nella clandestinità per la libertà e la democrazia erano dei fessi che non si rendevano conto che combattevano contro un regime che aveva un consenso radicato nella popolazione? No, combattevano per un ideale. Ed è grazie al loro idealismo, e non alla spicciola Realpolitik degli ignavi, se noi oggi siamo qui a godere della nostra, sempre precaria, libertà.

(credit foto Boushra Almutawakel)



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