La lezione (che nessuno ha imparato) del G8 di Genova

Fra il 20 e il 23 luglio 2001 fu soffocato sul nascere – con la violenza e la tortura – un movimento sociale che ha avuto il merito storico di avere introdotto sulla scena pubblica la prima importante critica teorica e pratica alla globalizzazione neoliberista. Un movimento al quale non è rimasto che l’ingrato e indesiderato ruolo di Cassandra.

Lorenzo Guadagnucci

Il numero di MicroMega in edicola e libreria ricorda l’anniversario dei 20 anni dal G8 di Genova con un saggio di Lorenzo Guadagnucci che ricostruisce i giorni in cui, con la violenza e la tortura, fu soffocato sul nascere un movimento sociale che ha avuto il merito storico di avere introdotto sulla scena pubblica la prima importante critica teorica e pratica alla globalizzazione neoliberista. E la perdita, a livello politico, che quell’occasione mancata ha rappresentato. Del saggio pubblichiamo di seguito un estratto.

[…]. Nelle parole di Genova si immaginava una società del dopo sviluppo, capace di costruire un’economia di giustizia, con meno consumismo e più sobrietà, articolata attorno a beni comuni sottratti alla logica di mercato; una società e un’economia in grado di fare proprio il senso del limite.

Un sogno? Un’irrealistica utopia? Una fuga dalla realtà? Qualcuno lo disse allora, lo ha ripetuto in seguito e a maggior ragione lo sostiene adesso. Ma non sappiamo fin dove potesse spingersi quel movimento, in che modo avrebbe potuto attuare i suoi progetti, perché – appunto – fu prima criminalizzato e poi soffocato nella tortura e nel sangue. […]. Non che il movimento globale sia subito scomparso. I Social forum europei del 2002 a Firenze e del 2003 a Parigi, quello mondiale del gennaio 2002 ancora a Porto Alegre, le manifestazioni contro la guerra in Iraq del 2003 […] furono momenti di grande partecipazione. Ma gli spazi si stavano chiudendo e il movimento […] si trovò, di lì in poi, a recitare l’ingrato e indesiderato ruolo di Cassandra.

Molti degli scenari descritti a Porto Alegre e nelle giornate di Genova si sono puntualmente realizzati. La crisi dei mutui subprime, fra 2007 e 2008, ha materializzato la profezia genovese di Walden Bello; i grandi eventi estremi e i rapporti sul collasso climatico hanno certificato la natura distruttiva del modello di sviluppo messo sotto accusa; le politiche d’austerità gestite dalle tecnocrazie europee e i “memorandum” imposti alla Grecia si sono rivelati la versione per il Vecchio continente dei piani di aggiustamento strutturale riservati fin dagli anni Ottanta e Novanta ai Paesi sudamericani più indebitati; i sistemi sanitari nazionali, sottoposti a continue privatizzazioni, hanno evidenziato tutti i limiti del “mercato della salute” – denunciato a gran voce anche a Genova – di fronte alla pandemia di Covid-19, e lo stesso principio della proprietà intellettuale, applicato ai vaccini, si è dimostrato un ostacolo nella lotta contro il virus, com’era d’altronde già accaduto con la pandemia di Aids. E ancora: i muri alzati lungo i confini di Stato e il Mediterraneo divenuto cimitero di profughi e fuggiaschi hanno conferito spessore profetico alla manifestazione genovese del 19 luglio 2001, quando un variopinto “corteo dei migranti” indicò l’intima e rivelatrice contraddizione fra la libertà di movimento pretesa con dogmatica determinazione per denaro, merci e cittadini degli Stati ricchi, ma negata all’umanità più bisognosa di muoversi per ragioni di lavoro e buona vita.

[…]. La vicenda genovese insegna due cose: la prima è che non è sufficiente avere ragione, formulare una buona e convincente lettura del mondo, per guadagnare terreno nella società e avviare processi di reale e profondo cambiamento. La seconda è che il potere politico – anche nelle attuali democrazie – quando si sente in pericolo è disposto a mettere da parte perfino lo Stato di diritto pur di tagliare i rifornimenti, cioè il consenso, al suo avversario. […].

 

[L’estratto qui pubblicato corrisponde al 15% del testo integrale pubblicato in MicroMega 4/2021]



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