Eutanasia legale, depositato il referendum. Cappato: “È tempo di far decidere i cittadini”

Marco Cappato: “Dopo anni di immobilismo il referendum è l’unico strumento per poter arrivare a una decisione sul tema senza aspettare le tempistiche dei partiti”.

Filippo Poltronieri

La proposta di legge popolare sul fine vita, depositata in parlamento ormai 8 anni fa, sta vivendo, ironia della sorte, una sua personale e lenta eutanasia. Non sono bastate le 140mila firme portate nel 2013 in un’iniziativa congiunta di Radicali Italiani e Associazione Luca Coscioni. A niente sono serviti i richiami a legiferare della Corte Costituzionale. Le due Camere del parlamento non hanno dedicato un solo momento alla discussione della proposta. L’incombere del semestre bianco e alleanze politiche poco solide, e certamente non particolarmente convergenti sul tema, rischiano di rinviare di un ulteriore decennio una disciplina integrata e coerente sul fine vita in questo paese. Ecco perché stamattina l’Associazione Luca Coscioni, il Comitato Promotore e alcuni famigliari delle vittime delle proibizioni hanno presentato in Corte di Cassazione un quesito referendario di abolizione dell’articolo 579 del codice penale, in materia del cosiddetto omicidio consenziente.

“Dopo anni di immobilismo, con un parlamento che non ha mai discusso la proposta di legge popolare, è arrivato il momento di passare all’azione con un referendum, unico strumento per poter arrivare a un decisione sul tema senza aspettare le tempistiche dei partiti”, spiega Marco Cappato, dell’Associazione Coscioni che, insieme a Mina Welby, moglie dell’attivista Piergiorgio, negli ultimi anni ha accolto e aiutato decine di persone a trovare una serena morte volontaria con aiuto medico in Svizzera. Processati e assolti nei procedimenti che li hanno visti coinvolti, anche la Consulta si era espressa in merito ritenendo “non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito del suicidio”. Nonostante i pareri giuridici e una popolazione particolarmente favorevole alla tutela del diritto alla morte volontaria (il 75% secondo una recente ricerca dell’Associazione Coscioni), il dibattito parlamentare non si è animato e la proposta di legge è rimasta carta straccia.

“Siamo qui per tutti” dice Mina Welby, appena uscita dalle sale del tribunale di piazza Cavour, “per chi non chiederà mai il suicidio assistito e per chi ne avrà bisogno: la cosa più democratica è quando un cittadino si prende cura dell’altro, noi oggi ci stiamo prendendo cura dell’Italia”. A 15 anni dalla morte di Piergiorgio Welby, il referendum parzialmente abrogativo mira a distinguere l’aiuto al suicidio e l’omicidio consenziente, depenalizzando di fatto l’eutanasia. “I primi di luglio partiremo con la raccolta firme che andrà avanti per tre mesi”, spiega Giulia Crivellini, tesoriera di Radicali Italiani. “Avremo bisogno del sostegno di consiglieri comunali e regionali, notai, avvocati per raggiungere le 500mila firme necessarie”. Visto l’immobilismo degli organi legislativi, la palla dunque passerebbe al popolo sovrano, chiamato a esprimersi su questioni già ampiamente disciplinate in altri ordinamenti europei. “Italiane e italiani dovranno dire sì o no a una norma che risale agli anni ’30 e che non trova alcuna conformità nella carta costituzionale”, conclude Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Coscioni.



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