Il fango contro Barbero sporca chi lo lancia

La stupefacente polemica sulle frasi pronunciate dallo storico, una gazzarra in cui si sono fusi aggressività e dileggio.

Angelo d'Orsi

Alessandro Barbero, forse caduto non per sua colpa in una sovraesposizione mediatica negli ultimi mesi, anzi lungo l’intero anno in corso, sta subendo la truce legge del contrappasso: come ogni individuo che diventa un “personaggio”, che scrive, parla in pubblico, compare regolarmente in televisione, e nello specifico, un autore-conferenziere, i cui interventi sul web godono di un numero di visualizzazioni degne dei maggiori influencers provenienti dal mondo della moda o della musica, Barbero è seguito da migliaia di fan. Ogni sua conferenza ha decine di migliaia, talora centinaia di migliaia, di visualizzazioni. Esistono gruppi organizzati di suoi fan, uno dei quali lo invita a guidarli verso il socialismo…

Ora, la differenza tra seguire e inseguire è piccola, in fondo. E può accadere, di colpo, un non-so-che, che trasforma il fanatismo dell’amore in fanatismo dell’odio: in fondo l’ammirazione nasconde invidie e gelosie. E alla prima occasione utile essa si rovescia in volontà di colpire.

Barbero, forse il maggiore divulgatore storico che abbiamo in Italia (senza dimenticare che ha al suo attivo libri di ricerca ed è un apprezzato accademico, con tanto di curriculum, docente di Storia medievale), ha due “colpe”: la prima di avere “troppo” successo; la seconda di essersi esposto “troppo” (naturalmente non sapremmo dire quale sia il limite auspicabile per il successo e per l’esposizione della propria faccia e della propria parola). E prima o poi queste colpe si pagano. Ma a carico di Barbero si sono maturati altri capi d’accusa, negli ultimi mesi: prima le sue affermazioni su un tema “vietato” come le foibe, affermazioni improntate semplicemente alla verità storica, pur con qualche semplificazione, spiegabile con una imperfetta conoscenza delle vicende e dei contesti, ma nell’insieme condivisibili, ma che avendo fatto seguito ad altre, analoghe affermazioni, di Tomaso Montanari, altrettanto condivisibili sul piano storico, avevano alimentato aspre quanto ingiustificate polemiche da parte di una destra particolarmente accanita quanto disinformata sulla questione.

Poi seguì il suo distinguo sul green pass, un distinguo oggetto anche di uno stimolante dibattito con Paolo Flores d’Arcais organizzato da MicroMega: nelle sue parole, e nella sua adesione a un manifesto di docenti che dichiarava perplessità o addirittura contrarietà al certificato, in realtà Barbero esprimeva la preoccupazione per una sua imposizione nei luoghi di lavoro. In quel caso le opposte platee si scatenarono, cercando o di annettersi Barbero (i no green pass e persino i no vax, benché lo storico torinese avesse precisato di essere a favore del vaccino, chiedendo anzi la sua obbligatorietà) o di condannarlo buttandolo nel campo dei no vax. In ogni caso la sua firma in calce a un discutibile Manifesto (come gli fece osservare Flores), e le sue dichiarazioni successive, diedero di nuovo adito a polemiche. Sugli altari o sulla forca: il passo diventava sempre più breve.
Dopo di che, Barbero commise l’ingenuità di dichiararsi, ripetutamente, di sinistra, e tra l’altro espresse apprezzamento per la candidatura del sottoscritto a Torino, nelle elezioni comunali, e addirittura partecipò a un dibattito pubblico, moderato da Ettore Boffano, sul tema “Storia e politica”, ribadendo la propria intenzione di voto.

Tutto questo, sommariamente, costituisce il pregresso, la trama sulla quale si è costruita, negli ultimi giorni, una stupefacente polemica, a partire da alcune frasi pronunciate da Barbero nel corso di una intervista alla giornalista Silvia Francia, sulla Stampa. Siamo davvero circondati da iene e avvoltoi, pronti a saltare addosso, ferire, lacerare le carni della vittima designata. Sono coloro che, anonimi, che in fondo disprezzano chi è salito troppo in alto, oppure uomini e donne già sul mercato della cultura che guardano a Barbero come un concorrente pericoloso, se possibile da mettere all’angolo. Il loro sogno segreto è la caduta degli idoli. In sintesi, a tanti (e tante!) non pareva vero di saltare al collo di Barbero, per azzannarlo. Dico “tante” perché l’affermazione di Barbero, in una modestissima intervista per illustrare un ciclo di incontri sulle donne nella storia, era la seguente, in forma interrogativa, ossia come esternazione di un dubbio, che voleva suscitare a sua volta degli interrogativi nei lettori e soprattutto nelle lettrici: “Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendano a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda”.

Ed ecco che già nel titolo la domanda diventa affermazione, e roboante affermazione: Le donne secondo Barbero “Insicure e poco spavalde così hanno meno successo”. Un’asserzione, del resto, che nella sua banalità, in realtà era condivisibile e ad ogni modo non suscettibile di accuse, specie quelle giunte sul capo dell’incolpevole Barbero, da parte di femministe d’ogni specie, veterofemminista e neofemminista, le quali hanno creduto o voluto leggere in quella domanda – trasformata in affermazione – cultura patriarcale, paternalismo, adesione a intollerabili stereotipi maschili e maschilisti, e quant’altro.

Commentatrici e commentatori non hanno rinunciato a dire la loro, in una sconcertante fiera di banalità nata sovente da una lettura inintelligente dell’intervista, o peggio da una volontà di travisarla. Gli uni e gli altri (le une e le altre) – dimenticando appunto che si trattava poco più di una battuta pronunciata nel corso di una conversazione senza pretese – hanno dato vita a una gazzarra in cui aggressività e dileggio si sono fusi: la trasformazione dell’eroe in canaglia si compiva. Abbiamo letto commenti grotteschi, di filosofi e filosofe, di giornalisti e giornaliste, e, addirittura, di politici di professione che hanno ritenuto opportuno scendere in campo per dire la loro. Le parole scritte in proposito, potrebbero costituire una bella antologia. Dacia Maraini, intervenuta tra le prime, sullo stesso quotidiano dove era apparsa l’infelice intervista, ha accusato Barbero di voler cancellare secoli di progressi della donna, e di avventurarsi sul terreno, addirittura, del “razzismo di genere”, dimenticando “secoli di oppressione”. Il titolista aggrava l’accusa: “Se il filosofo rinnega la storia” (?). La Maraini è scrittrice e commentatrice semiprofessionale. E vabbè.

Ma poi scende in campo la filosofa; ecco Michela Marzano, che non si nega mai al commento su ogni tema dell’universo mondo, sulla carta e in tv, la quale richiama alla riscossa il suo genere, quello femminile, invitandolo a partire lancia in resta contro il reprobo: “Noi donne contro Barbero che elogia la spavalderia (di nuovo la filologia difetta alla filosofa come alla letterata: hanno letto le parole di Barbero? Hanno capito il loro significato letterale? Hanno compreso che era una chiacchierata informale? Per la filosofa trattasi niente meno che di “sproloquio”). Hanno colto dietro le parole lo spirito? Che altro non è che una constatazione della difficoltà delle donne a trovare una collocazione nella società che sia adeguata alle loro capacità e potenzialità: le differenze “strutturali” a cui accenna Barbero – in modo dubitativo, non dimentichiamolo! – non sono altro che i problemi che una donna ha a gestire lavoro e maternità, per esempio, una condizione che in tanti posti di lavoro diventa un ostacolo. Quante donne sono costrette a sottoscrivere impegni con i datori di lavoro, a non fare figli, e quelle che comunque ne fanno, si trovano troppo spesse sole, a gestire lavoro e famiglia, senza un sufficiente sostegno delle strutture pubbliche, capaci come dovrebbero di assicurare alla donna madre, specie se lavoratrice, nidi d’infanzia, asili e sostegno economico e l’obbligo imposto a tutti i datori di lavoro di un congruo congedo parentale, con garanzia di rientro, alla lavoratrice mamma, e se esiste, al papà (o al “genitore due”). La Marzano dall’alto del suo abisso filosofico riesce ad accusare Barbero di aver a sua volta accusato le donne di non essere spavalde, tessendo uno stucchevolissimo implicito elogio di chi sta nell’ombra. Il che detto da una che è sempre in tv e sui giornali appare bizzarro.

Interviene anche un’altra scrittrice, Paola Mastrocola, che ribalta la frittata chiedendosi se poi il successo sia una buona cosa.… La discussione diventa sempre più surreale, e Mirella Serri, giornalista con il vizio della storia, scomoda addirittura Gramsci, per bollare Barbero come un “nipotino di Loria” che sposa l’irrazionale e “parla alla pancia del paese” e come se non bastasse cita Mussolini, impudentemente e imprudentemente chiamato a confronto con Barbero: “con analoghi presupposti il Duce ha schiacciato le donne sotto il tacco dei suoi stivali e ha loro impedito di accedere a molte professioni”. Barbero impassibile incassa queste ed altre sciocchezze sesquipedali, e nel caso della Serri, vere infamie: il piatto diventa ricco… Allora pure un Massimo Gramellini o un Gianni Riotta si sentono autorizzati a dire (o twittare) la loro, non scostandosi dal coro. Nel quale risuonano anche voci decisamente stonate di un Calenda o di un deputato di Italia Viva, tale Anzaldi, che va per le spicce, chiedendo alla Rai di interrompere ogni forma di collaborazione con il prof. Barbero.

Un soffio di follia criminale si è insomma abbattuto sul dibattito pubblico. E guardando alla posizione politico-culturale di chi è intervenuto, dalla critica all’ingiuria a Barbero, non è peregrino avanzare il sospetto che se Barbero se ne fosse rimasto buono buono nei territori della storia, e non avesse espresso opzioni politiche – decisamente di sinistra – forse non si sarebbe visto gettare addosso tanto fango: fango che, me lo si lasci dire, sporca le mani di chi lo lancia.

 

(credit foto ANSA/TINO ROMANO)



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