Giornalismo sotto attacco: intervista a Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it

In 24 ore il Tribunale di Roma ha emesso e revocato un provvedimento per sequestrare e oscurare i contenuti dell’inchiesta di Fanpage sui fondi della Lega. “Un campanello di allarme per tutti”.

Daniele Nalbone

Quattro interrogazioni parlamentari. Decine i messaggi di solidarietà espressi dai colleghi giornalisti. Migliaia, centinaia di migliaia, quelli di sostegno da parte dei lettori sui social network. Risultato? In ventiquattro ore il Tribunale di Roma ha prima emesso e poi revocato il provvedimento per sequestrare e oscurare i contenuti dell’inchiesta Follow The Money di Fanpage.it su Claudio Durigon e sui fondi della Lega.
“In quell’inchiesta – ha spiegato il direttore Francesco Cancellato –  avevamo mostrato un video in cui l’onorevole Claudio Durigon diceva a un suo interlocutore che non bisognava preoccuparsi dell’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni di Euro che la Lega avrebbe sottratto allo Stato italiano perché il generale della Guardia di finanza ‘l’abbiamo messo noi’”.
Quel generale della Finanza ha quindi presentato una denuncia contro ignoti dalla quale è scaturito il provvedimento di sequestro e oscuramento preventivo delle immagini. Di un contenuto giornalistico. Quindi, come detto, quel provvedimento dallo stesso Tribunale. Di fatto, provvedimento e revoca sono arrivati e se ne sono andati da soli. Ci piace pensare che la retromarcia sia stato merito della mobilitazione dei lettori, della politica (almeno questa volta) e dei nostri colleghi.

Una cosa però è certa, ha spiegato Francesco Cancellato in un secondo editoriale su Fanpage.it, concetto poi ribadito a MicroMega nell’intervista che leggerete qui sotto: “Non c’è nulla da festeggiare, perché abbiamo maturato ancor di più la consapevolezza che esiste un pezzo di Paese per cui si possono sequestrare e oscurare inchieste e interi giornali senza colpo ferire”. Soprattutto “non c’è nulla da festeggiare, perché da nessuna parte, nemmeno nella revoca, si attesta il principio che mai e poi mai un contenuto giornalistico debba essere messo sotto sequestro o oscurato in via preventiva, salvo che nei casi previsti dalla Costituzione, casi tra cui non rientra la diffamazione”.

Direttore, prima di entrare nel merito della questione le chiedo: com’è il clima in redazione in queste ore?
Non brutto come ci si potrebbe aspettare. Tanta inquietudine, tanta paura, ma a prevalere è stata la consapevolezza che quello che stava accadendo era dovuto al fatto di aver lavorato bene. Capita spesso di ricevere querele e nella maggior parte dei casi evitiamo di raccontarlo per non recitare la parte delle vittime. Sono cose che fanno parte delle regole del gioco. Ma questo provvedimento ci ha effettivamente spiazzato. La prima volta che la Polizia postale ci ha contattato per fissare un appuntamento “per sequestrare e oscurare” il materiale, siamo rimasti di sasso. “Non avranno voluto dire sequestrare ma acquisire” il primo pensiero. “Avranno fatto confusione”. Ma trovare un corrispettivo di “oscurare” era difficile.

Come vi siete mossi? Lo chiedo per far provare a far capire ai lettori quanto una simile cosa possa mettere in crisi una redazione e il lavoro di un gruppo di giornalisti.
All’inizio abbiamo gestito tutto a livello direzionale, proteggendo la redazione da quanto stava accadendo. La sera di giovedì, a fine giornata, abbiamo avvisato la redazione del fatto che il mattino successivo sarebbe arrivata la Polizia in sede. Che avremmo collaborato con loro ma che non saremmo di certo rimasti in silenzio. Non stavolta. Perché un conto è una querela, un conto un atto che riteniamo sproporzionato e, soprattutto, intimidatorio.

Come ha reagito la redazione?
In maniera molto forte. Sapevano della posta in palio, hanno capito la battaglia che ci aspettava, e hanno mostrato una maturità incredibile, considerando che io, che ho quasi 42 anni, sono tra i più anziani “del gruppo”. Le gambe tremavano, ovviamente, ma nessuno si è lasciato intimidire.

Come avete però sottolineato su Fanpage.it, la revoca non è qualcosa da festeggiare.
Assolutamente. Non festeggiamo per la gravità dell’atto subito, compiuto evidentemente con una tale leggerezza da essere ritirato dopo appena ventiquattro ore. Questo fatto getta un’ombra inquietante su come sia nato e scaturito: una querela – sempre con il massimo rispetto per chi ci ha querelato – contro ignoti da parte del generale della Guardia di finanza fa sorgere diverse domande e getta ombre su come si muove la magistratura. E se invece che a Fanpage.it fosse capitato a un piccolo giornale? Se l’editore si fosse lasciato impaurire? Noi abbiamo avuto al nostro fianco milioni di lettori che, sui social, si sono subito schierati. Abbiamo avuto la solidarietà di leader politici. Da qui, la domanda a mio avviso centrale: provvedimenti simili possono essere così discrezionali da essere revocati in una giornata a seguito “solamente” di una mobilitazione dell’opinione pubblica? Chi indaga si lascia condizionare così facilmente?

Negli ultimi mesi, in un’Italia al quarantunesimo posto nella classifica sulla libertà di stampa, abbiamo assistito a giornalisti intercettati, minacciati fisicamente– come nel caso del “vostro” Saverio Tommasi – e virtualmente. Per non parlare di Report, ormai da tempo nel mirino. Cosa sta accadendo?
Diciamo che c’è un clima strano. Da un lato, il problema è dato da quella percezione che se un’inchiesta non è seguita da un’indagine della magistratura, allora quell’inchiesta non vale nulla. E, nel caso di Durigon, nonostante lui abbia chiaramente detto che “questo che indaga sulla Lega lo abbiamo messo noi” non c’è stata nessuna inchiesta. Anzi, sotto inchiesta siamo finiti noi.  Dall’altro, un problema più generale relativo alla sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti della stampa e il clima sempre più intimidatorio del “potere” contro la stampa libera. Purtroppo, oggi i lettori credono più ai vocali che girano su Whatsapp che ai giornalisti, e il “potere” se ne sta approfittando per stringere viti e bulloni. Ad esempio, a quando una legge contro le querele temerarie che hanno il solo effetto di intimidire e silenziare i giornalisti?

Tra i colleghi che vi hanno espresso solidarietà c’è Paolo Berizzi, unico giornalista sotto scorta in Europa per le minacce subite dall’estrema destra. Altro campanello di allarme è il clima di violenza che si respira?
Intanto ringrazio Berizzi. Saverio Tommasi, per fare un esempio che conosco da vicino, è stato aggredito in piazza a Firenze dai No Vax al grido di “giornalista terrorista”. Risultato: è stato accusato da molti di essere soltanto in cerca di visibilità. Ci rendiamo conto? Quella del giornalista è oggi una delle professioni più stigmatizzate, una delle più impopolari. E qui non dimentico che il secondo V-Day di Beppe Grillo, dove “V” sta per “Vaffa…”, aveva come titolo Libera informazione in libero Stato e nel mirino c’erano proprio i giornalisti. Ecco, sappiamo anche chi ha, se non acceso la miccia, contribuito a questo clima.
Sul caso che riguarda Paolo Berizzi: mettere sotto scorta un giornalista minacciato da gruppi di estrema destra ben noti è un fallimento, significa che si preferisce curare gli effetti anziché le cause del problema. Quando un giornalista viene minacciato e gli autori si conoscono – e bene, in questo caso – non si mette sotto scorta il giornalista ma si arrestano o denunciano le persone che lo minacciano.

Battuta finale. Una curiosità: cosa ha detto a Sacha Biazzo e agli altri autori dell’inchiesta di Fanpage.it su Durigon e sulla Lega quando ha saputo del provvedimento di sequestro e oscuramento?
Con Sacha, la sera stessa della notifica del provvedimento, abbiamo fatto una riunione su un’altra inchiesta alla quale sta lavorando la squadra. Abbiamo parlato di lavoro.



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