Tutti gli uomini del Ministero. Gli intrecci tra Eni e Farnesina

Un protocollo tra l’Eni e il Ministero degli Affari Esteri permette al gigante petrolifero di stanziare i propri uomini presso il dicastero per un periodo di tempo illimitato. Ingerenza indebita o cooperazione legittima?

Ingrid Colanicchia

Dal giugno del 2009 l’Eni ha un proprio uomo stanziato presso il Ministero degli Affari Esteri, incarnazione del “raccordo” tra l’azione diplomatica di Stato e gli interessi dell’azienda.

Ad aprire le porte della Farnesina al colosso petrolifero è un Protocollo d’Intesa stipulato nel 2008, mai pubblicizzato dai diretti interessati e ora reso noto dal rapporto “Tutti gli uomini del Ministero” diffuso ai primi del mese dall’associazione Re:Common.

Come ricostruisce il documento, il primo manager di Eni a essere inviato alla Farnesina, nel 2009, è Giuseppe Ceccarini, nei 10 anni precedenti responsabile delle relazioni istituzionali di Eni con la Russia. Il suo incarico viene prolungato per ben sei volte, fino al 2017 quando, per rimpiazzarlo, l’Eni invia alla Farnesina Alfredo Tombolini, alle spalle un’esperienza trentennale in progetti petroliferi in Paesi come Libia, Algeria e Sudan e assunto in Eni da pochi mesi. Dopo quasi tre anni al suo posto subentra Sandro Furlan, all’Eni dal 2001. In teoria il suo incarico avrebbe dovuto concludersi nel dicembre scorso, ma è probabile che sia stato prolungato, come avvenuto per i suoi predecessori.

Si tratta di legittima cooperazione tra pubblico e privato, tanto più considerato che Eni è controllata (direttamente e indirettamente) dal Ministero dell’Economia per il 30%? O la presenza del colosso del petrolio all’interno della Farnesina rischia di far pendere la nostra politica estera a vantaggio di interessi economico-produttivi (del Paese ma non solo), a detrimento di altri interessi come quelli ambientali, umanitari, politici che pure dovrebbero informare l’azione del Ministero?

“Di Eni si sottolinea sempre che è controllata al 30% dallo Stato ma non si evidenzia mai che il 70% delle azioni è detenuto da investitori, perlopiù stranieri come il Fondo sovrano del principe saudita”, ci risponde Alessandro Runci, ricercatore di Re:Common e autore del rapporto. “Come qualsiasi società per azioni, Eni in ultimo risponde agli investitori, e allora la domanda da porsi è: quale legittimità hanno gli interessi degli investitori a essere rappresentati presso il Ministero degli Affari Esteri?”.

Ma gli interessi di Eni non si traducono in profitti per il Paese? “Anche volendo prendere per vera questa equazione, essa non considera due cose. Innanzitutto la mancanza di democraticità nella scelta delle aziende cui concedere questo canale privilegiato: il Ministero, senza alcuna consultazione pubblica, ha deciso con chi sottoscrivere questo Protocollo, ma avrebbero potuto esserci altre aziende più meritevoli. In secondo luogo gli interessi dei cittadini italiani non sono solamente di natura economica: ci sono interessi ambientali, umanitari… che spesso e volentieri confliggono con gli interessi di Eni. Pensiamo alle relazioni diplomatiche dell’Italia con l’Egitto nel caso Regeni… Chi ha deciso che gli interessi economici della multinazionale (il giacimento Zhor era di recente scoperta) pesavano di più degli interessi etico-morali?”.

Per Runci anche la “transizione energetica socialmente equa” sbandierata da Eni non è che uno slogan. “Nel piano approvato dalla multinazionale nel 2020 è previsto per i prossimi cinque anni un aumento della produzione di petrolio e l’obiettivo di raggiungere la dipendenza dal gas per l’85% nel 2050. Ora, al di là del fatto che anche il gas è un combustibile fossile climalterante e che dunque quella di Eni sarebbe una riconversione tutt’altro che sostenibile, l’interrogativo che andrebbe posto ai dirigenti dell’azienda è: se davvero credete che la crisi climatica sia urgente come mai acquistate sempre più giacimenti? Se Eni volesse davvero iniziare un processo di decarbonizzazione la prima cosa da fare sarebbe non investire in nuovi giacimenti perché si tratta di investimenti che per essere recuperati hanno bisogno di decenni”.

Con queste premesse non sembra ci sia nulla da sperare circa il ruolo che l’Italia potrà giocare alla conferenza mondiale sul clima Cop26 (di cui sarà co-presidente con il Regno Unito) e al G20, di cui, per la prima volta nella sua storia, sarà presidente.

“Per farsi un’idea a riguardo – spiega Runci – si pensi che gli uomini di Eni alla Farnesina sono incardinati presso la Direzione Generale per la Mondializzazione e le Questioni Globali (DGMO), che è quella che presiede la Cabina di regia ‘Ambiente e Clima’ istituita dal Ministero per il coordinamento della posizione italiana nell’ambito dei summit internazionali sul clima, quindi anche della Cop26. La presenza delle imprese fossili in questa, come nella Cabina ‘Energia’, è notevole, mentre di rappresentanti della società civile neanche l’ombra. E aggiungo: alla cabina sull’energia di dicembre 2019 hanno partecipato tre rappresentanti di Eni (oltre a Tombolini), tra cui Lapo Pistelli – ex vice della Farnesina poi passato a Eni – e Francesco Ciaccia. Quest’ultimo, come rivelato dal quotidiano Domani, è stato scelto da Palazzo Chigi come referente del tavolo ‘Ambiente e energia’ per il prossimo G20. C’è bisogno di dire altro?”.

 

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