Il fascino sottile di madame Astensione

Secondo i sondaggi a vincere le elezioni non sarà Giorgia Meloni ma l’astensionismo, dato al 35%, il maggiore partito italiano.

Mauro Barberis

C’è una sola certezza, nei sondaggi elettorali che impazzeranno ancora per una decina di giorni, prima della sospensione preelettorale. E non riguarda dettagli tipo “il Pd supererà FdI?” (difficile), “il M5S sorpasserà la Lega?” (possibile); “Calenda prenderà più voti di Berlusconi?” (probabile). Macché, riguarderà proprio il punto centrale di ogni competizione elettorale democratica: chi vince.

La certezza è che a vincere non sarà tanto l’attesissima Giorgia Meloni, oggi accreditata solo di meno del venticinque per cento, e che anche quando comincerà la corsa a salire sul carro del vincitore/vincitrice, tipica dell’elettorato dell’ultima ora, difficilmente giungerà a quel trentadue per cento, orgogliosamente né-di-destra-né-di-sinistra, che riscossero i Cinquestelle l’altra volta, un secolo fa. Persino se la Meloni sfondasse quell’iperbolica soglia, infatti, la vincitrice sarebbe un’altra, data oggi al trentacinque per cento: madame Astensione.

Ci pensate? Oggi l’astensionismo non rappresenta solo il maggiore partito italiano: 16 milioni di (non) votanti. Rappresenta anche la maggiore astensione alle elezioni politiche di sempre. Cinque volte di più che negli anni Settanta, quando è iniziato questo trend, relativamente nuovo per l’Italia, che oggi interessa tutte le grandi democrazie occidentali: con la differenza che da tutti i punti di vista siamo noi ad aver bisogno di loro, e non loro di noi

Madame Astensione esercita oggi il suo fascino anche su di noi, selettivamente e producendo apparenti paradossi. Il principale paradosso è il seguente: sono proprio quanti avrebbero più interesse a votare per cambiare le cose – i poveri, i discriminati, gli sfavoriti, i non acculturati – a subirlo di più. Tra questi colpiscono soprattutto i giovani, anche dotati di titoli di studio, benché il fenomeno non sia maggiore fra di loro che fra le altre fasce di età.

È su di loro – paradosso nel paradosso – che le conseguenze dei risultati elettorali peseranno di più e per più tempo. Le consultazioni del 25 settembre, che saranno uno spartiacque per tutti, avranno conseguenze soprattutto sulle loro vite: sul lavoro che faranno, in Italia o altrove, sulle relazioni che avranno dentro la famiglia o fuori, con chi potranno sposarsi, se e come avranno figli. A chi altri dovrebbe interessare, se non a loro, se la vita degli italiani, nel caso dei giovani più lunga della nostra, si svolgerà in una tipica democrazia europea oppure – faccio per dire – in una repubblica delle banane dal clima subtropicale?

Proprio qui, su questa consapevolezza, si apre la differenza fra i giovani astenuti rispettivamente di sinistra e di destra. Per quelli di destra, dai sondaggi, le motivazioni sembrano classiche: disinteresse, qualunquismo, menefreghismo. Per quelli di sinistra, ben il doppio di quelli di destra, madame Astensione ha dovuto invece inventarsi motivazioni più sofisticate: la sinistra non si occupa di noi, se ne frega dei nostri diritti, si disinteressa dell’ambiente in cui vivremo…

Insomma, se la strana coppia madame Astensione-lady Meloni vincerà, non sarà solo per il sistema elettorale, o per il populismo social, o per la disaffezione per la politica alimentati da entrambi. Sarà perché, mentre la Giorgia nazionale trascinava con facilità la destra, riducendone di grosso il non-voto, madame Astensione affascinava molto più il centrosinistra. Questo, già diviso in Pd, M5S, Calenda, s’è visto portar via la propria parte migliore: i suoi giovani più consapevoli ed esigenti.

(credit foto ANSA/ JESSICA PASQUALON)



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