Fascismo, sottomissione della donna e blocco sociale

“Angelo del focolare”, “regina della casa”. Il ruolo della donna secondo il fascismo in questa ricostruzione storica, politica e ideologica. Una risposta a quanti continuano a blaterare che il fascismo è cosa passata, con l’obiettivo di coltivarne colpevolmente la dimenticanza.

Maria Mantello

Era stata soprattutto la “grande guerra” a far uscire le donne dal tradizionale ruolo dell’accudimento familiare. Con gli uomini al fronte, queste cominciarono a prenderne il posto nelle attività lavorative pubbliche e private. E in quella nuova quotidianità scoprivano in sé stesse capacità e risorse umane di autonomia che erano state sempre soffocate o rimosse.

Sono questi venti di cambiamento che il fascismo voleva disperdere, nella feroce radicalizzazione della sottomissione della donna: madre per vocazione obbediente e serviente.

La donna “angelo del focolare” e “regina della casa” che vive per l’altro. Accudente per sua “essenza” in casa, ma anche al bordello nella più classica dicotomia Eva – Maria.

Le “case chiuse” ne erano la pubblica pianificazione. Padri di famiglia vi accompagnavano i giovani figli perché fossero allevati all’esercizio di una “virilità”, che nel bordello era “sfogo” e nella sacra famiglia “funzione riproduttiva”. Una sessualità malata e repressiva dove, comunque, la donna era sempre al servizio del maschio.

«Potenziare al massimo la funzione consolatrice della femminilità […] Niente mascolinizzazione, niente confusione dei due sessi, dei rispettivi compiti, delle rispettive finalità. La natura ha irrevocabilmente divisi i campi nei quali l’uomo e la donna debbono agire […] perché nel suo regno la donna torni ad essere assoluta signora e regina. […] Ci ridarà, il fascismo femminile, la donna che ci abbisogna: custode della casa e degli affetti, incitatrice alle nobili opere, coniatrice nel dolore, madre dei nostri figli» (Critica fascista, n. 11, 193).

E il teorico del fascismo, Giovanni Gentile esaltava l’abdicazione ai diritti della donna, ontologicamente madre e proprietà del marito: «La donna non desidera più i diritti per cui lottava […]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo [lo spirito] non potrà mai influire su quello [il corpo], che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui […]. La donna è colei che si dedica interamente agli altri sino a giungere al sacrificio e all’abnegazione di sé; la donna è soprattutto idealmente madre, prima di  essere tale naturalmente […] Madre per i suoi figli,  per  gli  infermi,  per  i  piccoli  affidati  alla  sua  educazione:  in  ogni  caso,  per  tutti  coloro  che  possono beneficiare del suo amore e attingere a quella sua innata, originaria, essenziale maternità» (Giovanni Gentile, La  donna  nella  coscienza  moderna,  in  La  donna  e  il  fanciullo,  Firenze,  1934).

Vale appena ricordare, che il ministro dell’istruzione Giovanni Gentile, vieta alle donne di insegnare alle superiori Italiano, lettere classiche, filosofia.

E sempre Giovanni Gentile, in qualità di rettore della Normale di Pisa, ne preclude alle ragazze l’iscrizione, perché come proclama nel suo discorso inaugurale dell’anno scolastico 1932/33: «Nell’Italia fascista occorrono educatori in cui la forza prevalga sulla dolcezza e risoluti a presentare così la scienza come la vita governata da una legge che non si piega ai mezzi termini cari alla pietà dei cuori teneri».

E a maggior gloria gerarchico-sessista, il “sociologo” Ferdinando Loffredo (Politica della Famiglia, Milano 1938): «Le donne devono tornare ad un’assoluta soggezione all’uomo, padre o marito che sia; sottomissione, e perciò inferiorità, spirituale, culturale ed economica». Pertanto, la donna deve avere solo l’istruzione necessaria perché sia «un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa». E quante a questo si ribellano, dimostrano l’inferiorità del cervello femminile: «La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa […]. La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei […]. Deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici».

E nella fusione di misoginia e apologetica della stirpe fascista Loffredo è stupefacente: «La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe». Insomma, la discriminazione diventava una questione patria di conservazione della italica razza di cui la donna, serva-vestale della casa, era macchina riproduttrice: «Ogni speranza dell’avvenire è nella casa; la casa vivaio delle generazioni future, dove si prepara nell’ombra, nel segreto della minuta opera quotidiana ogni fulgore di grandezza futura. La casa, la donna, la famiglia […]. Grazie all’opera del Governo Nazionale l’ora volge energicamente propizia […] l’opera per la riconsacrazione della famiglia, questo richiamare la donna alla santità e alla bellezza del focolare, profondamente purificatore e risanatore sarà sempre l’opera migliore e la più degna per la grandezza nazionale».

Immediato il plauso di La Civiltà cattolica, che gli dedica un articolo di ben 13 pagine a firma di padre Angelo Brucculeri, che definisce lo scritto del “sociologo” «un ampio e compiuto panorama di una politica, non diremo semplicemente demografica, ma familiare; ossia non rivolta ad accrescere comechessia il numero delle nascite, ma direttamente intenta a dare sanità economica e maschio vigore etico alla famiglia, donde la necessaria conseguenza della prole numerosa. Le molteplici proposte dell’Autore sono ben articolate in un tutto ben solido, mentre ogni singola proposta è vagliata e discussa con ampia, ma non soffocante, copia di riferimenti, con profonda conoscenza della legislazione odierna; soprattutto, con retto e squisito senso morale, e diciamo pure, religioso» (Politica della famiglia, in La Civiltà Cattolica, anno 89, quaderno 2116, Roma 20 agosto 1938, pp. 339-351).

Intanto il fascismo prevedeva che il salario delle donne fosse dimezzato anche a parità di mansione rispetto a quello dell’uomo. Si cominciò a precluderle anche il pubblico impiego, dove la loro presenza era più consistente, fissando la percentuale di posti da assegnare, a una soglia di solito non superiore al 10%.

Bandite dai ruoli dirigenziali e dalle possibilità di carriera, le donne esercitavano per lo più mestieri subalterni (commesse e dattilografe), o di insegnanti soprattutto nella scuola primaria, considerando questo lavoro una estensione della “vocazione” materna.

La vergognosa “autorità maritale” contro cui il femminismo degli inizi del ‘900 lottava con forza è inasprita dal Codice Rocco prevedendo il pieno controllo del marito sui beni di famiglia che andavano in eredità ai figli maschi e lasciavano alla vedova un usufrutto.

La repressione della sessualità della donna era una questione di onorabilità della famiglia e spettava al maschio di famiglia difenderla anche con l’omicidio. E il “delitto d’onore” era tutelato prevedendo pene irrisorie per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per riscattare il buon nome suo e della famiglia.

Vale appena ricordare, che solo nel 1981 con la legge 442, finalmente vengono cassati i trattamenti di favore penale riservati a chi commetteva omicidio o lesioni personali per causa d’onore; e in contemporanea anche il “matrimonio riparatore” con cui si estingueva il reato di violenza sessuale, abrogando gli articoli 587 e 544 del codice fascista.

Secondo il diritto di famiglia fascista, la donna (considerata eterna minore al pari dei figli minorenni), poteva essere picchiata a scopo rieducativo dal marito.

E anche qui vale appena ricordare, che solo nel 1975, lo Stato repubblicano, con la legge 151 introdurrà il nuovo codice di famiglia, la cui parola chiave è parità.

E c’è da rabbrividire se si pensa che fino al 1996, cioè prima dell’entrata in vigore della legge n. 66 del 15 febbraio 1996, la violenza sessuale non fosse considerata un crimine contro la persona, bensì reato contro la pubblica morale, come il codice fascista prevedeva, quasi che le parti più intime del corpo femminile non fossero proprietà della donna!

Quante umiliazioni! Quanta repressione accumulata!

Nel 1959, Gabriella Parca pubblica Le italiane si confessano, dove per la prima volta emerge nelle testimonianze delle donne, la crudeltà e la sopraffazione patita, dandoci un quadro angoscioso tra perbenismo e ribellione su come vivevano sentimenti e sessualità tante donne.

Una realtà stridente con la propaganda del regime fatta di moltiplicazione delle mammelle di allevamento nel mito mariano della castità e verginità.

Mussolini i figli alla patria contribuiva a produrli in esercitazioni di virilità, occasionali ma anche più durature e con prole. C’è una storia particolarmente dolorosa e inquietante per crudeltà e cinismo subiti dalla macchina fascista. È quella di Benito Albino Mussolini e di sua madre Ida Dalser, che il futuro duce del fascismo avrebbe sposato nel 1914 nella parrocchia di Sovramonte. C’è anche un documento firmato dal sindaco di Milano nel 1915: «la famiglia del militare Mussolini è composta dalla moglie Ida Dalser e da figli numero uno», che attesterebbe il matrimonio avvenuto. Ma quel figlio che l’11 gennaio del 1916 Benito Mussolini ha riconosciuto ufficialmente, e quella moglie, che rivendica pubblicamente i suoi diritti, cominciano a diventare presenze molto ingombranti per Mussolini già Capo di governo e in carriera per essere l’uomo solo al comando.

Meglio far passare Ida per pazza. E stessa sorte toccherà a Benitino! La macchina dei soprusi, del cinismo, delle crudeltà è messa in moto. Una folta schiera di compiacenti medici e infermieri entra in campo e con loro funzionari fascisti.

Il 19 giugno 1926 Ida viene legata, imbavagliata, trascinata in questura e poi portata nell’ospedale psichiatrico di Pergine. Il certificato medico che ne attesterebbe la follia è firmato da Tullio Banfichi, un otorino-laringoiatra che aveva fatto parte della “milizia fascista”.

Dopo undici anni di reclusione manicomiale, il 12 dicembre del 1937, Ida Dalser muore nell’ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia. Il suo corpo fu fatto sparire in una fossa comune. Anche Benitino per “ordini superiori” verrà fatto passare per pazzo. Morirà nel manicomio di Mombello il 25 luglio del 1942. Questo florido ragazzo di ormai ventisei anni, a cui si era cercato finanche di cambiare il cognome, fu avvelenato con massicce dosi di insulina che gli procurarono il coma ben nove volte e quindi il decesso.

La vicenda di Ida Dalser e suo figlio è stata portata alla luce negli anni Cinquanta con una serie di articoli-inchiesta del giornalista Alfredo Pieroni, restati senza risonanza. Nel 2006 Pieroni partendo da quel materiale raccolto, ne ha fatto un libro, Il figlio segreto del duce, a cui si è ispirato il regista Bellocchio, nel suo “Vincere” nel 2009. La storia di Ida e suo figlio finalmente è uscita dalla damnatio memoriae.

L’Italia i conti col fascismo non li ha fatti mai fino in fondo. Le trame segrete e collusioni con lo stato deviato hanno cercato di affossare la democrazia in un filo nero nerissimo di morte e terrore al servizio dei nemici della democrazia che sono ancora tra noi.

E magari si portano dietro nel marchio di partito finanche quell’acronimo MSI, coniato dai reduci di Salò che stava per “Mussolini Sempre Immortale”.

Ma c’è chi continua a blaterare che il fascismo è cosa passata per coltivarne colpevolmente la dimenticanza.

 

 



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