Federico Dolce (Mera25 Italia): “I Governi pensano all’immigrazione come pensano allo smaltimento rifiuti”

A distanza di un decennio dalla strage di Lampedusa, intervistiamo vari esponenti della sinistra e del campo progressista per capire le loro idee sulle migrazioni. Secondo Federico Dolce, coordinatore in Italia del movimento Mera25 fondato da Yanis Varoufakis, le classi dominanti e i Governi pretendono di affrontare il tema dell’immigrazione come si affronta quello dello smaltimento dei rifiuti. È questa la logica: risoluzione spiccia e contingente di un problema, senza essersi messi innanzitutto in condizione di capire quale genere di fenomeno hanno davanti.

Federica D'Alessio

Le immagini da Lampedusa e il modo in cui i mezzi d’informazione riportano le notizie sugli sbarchi danno l’impressione che da dieci anni a questa parte non sia cambiato nulla, che la cosiddetta “emergenza profughi” e immigrazione sia ancora completamente irrisolta. Fra poche settimane ricorrerà un decennio dal naufragio spaventoso del 3 ottobre 2013, avvenuto proprio di fronte a Lampedusa. Dopo dieci anni, non ha alcun senso continuare a parlare di emergenza. Che quadro abbiamo di fronte?

Un quadro complesso, cui guardare con uno sguardo dall’Europa verso il mondo e viceversa, fuori dalla logica dell’hot-spot, simbolo della visione fallimentare dei governi. Dobbiamo guardare al viaggio, all’esperienza umana della migrazione che non comincia all’arrivo sulle nostre coste e non finisce con quell’arrivo. Comincia molto prima e prosegue altrove.  Dobbiamo farci carico di questa complessità, ma quello che vediamo è la volontà di non farsene carico. Lo si è voluto fare con gli immigrati ucraini, trovandosi in pochi mesi a gestire un esodo di dimensioni molto maggiori rispetto a quello degli arrivi da Africa o Asia, e lo si è fatto bene e in modo armonioso. Il che dimostra che se si vuole, si può. Qui il problema è che non si vuole. Come ha detto di recente la regista polacca Agnieszka Holland: “non è che non possiamo, è che non vogliamo”. Le frontiere aprono e chiudono a intermittenza, a volte per farsi dispetti istituzionali fra i Governi dei diversi Paesi europei. Si fanno dichiarazioni come quelle recenti di Macron secondo cui l’Europa non si può fare carico della sofferenza del mondo, quando la verità è che per una vita intera noi Paesi europei abbiamo fatto – facciamo ancora – profitti sulla sofferenza del mondo. A mio parere, a Lampedusa a distanza di un decennio vediamo rappresentato in modo esemplare il fatto che le classi dominanti e i Governi pretendono di affrontare il tema dell’immigrazione come si affronta quello dello smaltimento dei rifiuti. È questa la logica: risoluzione spiccia e contingente di un problema, senza essersi messi innanzitutto in condizione di capire quale genere di fenomeno hanno davanti. Continuano a cavalcare il paradigma securitario e a criminalizzare, anche lì in modo del tutto irrazionale, chi salva vite umane, dichiarando al tempo stesso di voler salvare vite umane. Una schizofrenia che raramente ricordo di aver visto a questi livelli.

 Anche a livello europeo e non solo italiano si nota la difficoltà a capire che genere di fenomeno rappresentino le migrazioni, e la chiusura securitaria sembra essere l’unica risposta a questa incapacità. Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni a Lampedusa nei giorni scorsi sono apparse tristemente in sintonia su questo.

Meloni e von der Leyen rappresentano due facce della stessa medaglia, quella del paradigma economico-politico neoliberista che pensa alle persone come strumenti e al territorio come uno spazio del dominio. È la logica della “Fortezza Europa” che ben conosciamo. Il loro interesse è fare alle persone quello che hanno sempre fatto: sfruttarle, piegarle nella dignità, e usarle per macinare profitti. Qui i profitti si fanno a vari livelli, non solo sfruttando una forza lavoro senza diritti come quella che approda dai percorsi migratori, criminalizzata e non messa in condizione di difendersi, ma anche creando maglie del malaffare attraverso percorsi burocratici da azzeccagarbugli nei quali tutti mangiano una fetta di torta. In cui c’è spazio per la corruzione, per la violenza, per la tratta degli esseri umani, per la speculazione. Come altro definire l’idea della cauzione da 5.000 euro da versare per evitare di essere rinchiusi in un Centro per il rimpatrio? Chi crediamo che la pagherà? La pagheranno i padroncini interessati a reclutare le braccia arrivate; padroncini che poi vorranno essere ripagati con forme di lavoro semischiavistico.

Che genere di interessi portano avanti le élite europee nell’ostinarsi a negare a decine di migliaia di esseri umani la dignità minima? Sono scelte coscienti o è il risultato di una semplice incapacità di relazionarsi alle vicende umane?

Il sistema capitalista neoliberista ha bisogno in una certa misura di coltivare la pretesa del controllo su coloro che evidentemente concepisce come sudditi e non come cittadini. Persone come cose, rifiuti dicevo più su. Tuttavia, non sono convinto perseguano un vero e proprio disegno cosciente: non dobbiamo sottovalutare la pericolosità delle élite nella loro gestione securitaria ma non dobbiamo neanche sopravvalutarli. Non perseguono un disegno, vogliono tenere le redini di processi umani che non sanno governare e quello che temono è soprattutto questo, il fatto di non saperli governare. La stessa cosa si può dire per i processi del lavoro in generale. Le élite stanno perdendo il polso delle grandi dinamiche umane e questo le porta a reagire in modo scomposto, contraddicendosi continuamente. Sicuramente la negazione dei diritti basilari crea intenzionalmente un sottoproletariato di tipo nuovo che rappresenta l’ultimo livello sociale, e questo comporta conseguenze per i diritti sul lavoro di tutti, a cascata. Sfiancare l’umanità di chi arriva e creare un percorso a ostacoli ottiene l’effetto di annichilire la dignità umana e mettere le persone nelle mani degli sfruttatori e delle mafie, come esercito di riserva. Ma anche di far perdere di vista a tutti i lavoratori il senso della loro dignità.

A guardare le immagini da Lampedusa in questi ultimi giorni, ciò che si vede e ciò che non si vede, si direbbe che tutto sommato la propaganda dell’odio xenofobo così massicciamente portata avanti negli ultimi decenni sia stata fallimentare. Le persone continuano ad accogliere con spirito di comune umanità e non si fanno guidare dall’odio. Salvano le vite, aprono le case, condividono. Dopo un intero decennio vissuto sotto il diretto stress di un sistema di non-accoglienza, è significativo rendersi conto che una certa propaganda non ha proprio attecchito fra le persone.

Purtroppo, mi sento di dire che questa è una proiezione un po’ troppo ottimista. La propaganda xenofoba attecchisce, ma è vero che attecchisce soprattutto fra coloro che non vivono direttamente alcun genere di incontro e relazione con persone migranti. Fra chi non vive sulla sua pelle la dimensione umana delle migrazioni; i lampedusani la conoscono, e dopo un decennio ormai la conoscono bene, perciò reagiscono in modo umano agli arrivi e non si lasciano andare alla ferocia. Tuttavia, chi non la vive percepisce invasione, percepisce confusione, e la teme. Manca una risposta politica. E manca la possibilità di capire cosa comporta il viaggio di un migrante, di quali sogni si nutre, di quali bisogni e aspettative. Questo però si lega anche alle condizioni di vita e sociali più ampie: in una Europa in cui le popolazioni non riescono più a intravedere possibilità di un futuro migliore, per paura della guerra che incombe, delle catastrofi climatiche e di una politica economica che non vede nessun attore impegnato a investire sul miglioramento delle condizioni di vita di chi lavora, le migrazioni, specie per come vengono rappresentate sui media, possono convogliare pensieri foschi. È necessario invece mostrare e far conoscere i viaggi nella loro complessità, l’incontro, la solidarietà, chi salva le vite umane, chi vive tutto questo in modo diverso. Anche questo aiuta a sconfiggere la paura.

L’accoglienza di natura emergenziale che ha prevalso in questi ultimi dieci anni ha dato vita a una rete di strutture e iniziative che è stata sicuramente anche un business. In questi anni abbiamo visto come siano stati tanti gli scandali che hanno riguardato una gestione affaristica e una tendenza al malaffare che ha spesso messo in secondo piano la dignità delle persone? Che problemi strutturali esistono e attraverso quali proposte la sua organizzazione ritiene si possano superare?

Nel “policy paper” di Diem25, il documento che abbiamo formulato con le nostre idee e proposte sulle migrazioni insieme alle tante associazioni con cui collaboriamo a livello europeo e anche in Italia e che tanto ci insegnano su questo tema, ci soffermiamo moltissimo sui vari aspetti che possono consentire un’accoglienza degna nei luoghi di arrivo. Esistono singole esperienze, in Europa come in Italia, che ci aiutano a poter ripensare l’accoglienza in chiave più umana e meno burocratico/securitaria. Pensiamo per esempio all’esperienza di Riace diretta da Mimmo Lucano, senza andare troppo lontano. Da parte nostra crediamo che sia necessaria per esempio una seria riforma dell’amministrazione pubblica che si occupa di persone straniere, che permetta di semplificare le procedure per i permessi di soggiorno. Così come siamo netti sul fatto che i CPR vadano aboliti e che il sistema stesso degli hot-spot vada radicalmente trasformato. Ma tutto questo significa possedere una visione d’assieme che innanzitutto parta dalla consapevolezza che il sistema dell’accoglienza non è tutto. Bisogna farsi carico del viaggio, del senso più profondo e ampio delle migrazioni e delle crisi da cui derivano. Cooperare con le realtà che si trovano in Africa, con le società autoctone, cooperare per far sì che i conflitti e le contraddizioni sistemiche che producono emigrazione vengano superati e che per esempio la ricchezza non sia più tutta in mano all’1% della popolazione mondiale. Che la giustizia sociale si faccia strada e che si mettano finalmente le basi per un’Europa delle persone e non più degli oligarchi o delle élite.

Leggi le interviste precedenti:

Aboubakar Soumahoro: “Su Africa e migrazioni, la politica xenofoba ha fallito”

Sull’immigrazione, “la svolta del Pd va verso i diritti sociali”. Intervista a Pierfrancesco Majorino

CREDITI FOTO: Diem25

 



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