“Essere donna, qui in Messico, è un inferno”

Dall’ultimo rapporto di Amnesty International sui femminicidi alle parole di Giuseppe Carrisi, giornalista e scrittore, autore del libro “Il Paese che uccide le donne”, il ritratto di un paese malato di machismo e violenza.

Daniele Nalbone

Prove andate smarrite. Filoni di indagine abbandonati o non considerati. In una parola: impunità. È quanto emerge da un recente rapporto sui femminicidi – preceduti da sparizione forzata – in Messico redatto da Amnesty International.
“Ogni femminicidio ha un impatto tremendo sulle famiglie delle vittime: cercano verità, giustizia e riparazione e finiscono per diventare vittime a loro volta. Continuiamo a chiedere alle autorità federali e statali messicane di dare massima priorità al contrasto alla violenza contro le donne”, denuncia Edith Olivares Ferreto, direttrice generale di Amnesty International Messico.

Nel 2020 in tutti e 32 gli Stati messicani c’è stato almeno un femminicidio. In totale, sono state assassinate 3723 donne. Nel suo rapporto, Amnesty International punta i riflettori su quattro casi simbolo, spiegando in che modo le indagini “sono state inadeguate”: Nadia Muciño Márquez, uccisa nel 2004; Daniela Sánchez Curiel, scomparsa nel 2015; Diana Velázquez Florencio, scomparsa e poi uccisa nel 2017; e Julia Sosa Conde, scomparsa e uccisa nel 2018.

In ciascuno di questi quattro casi la scena del delitto non è stata esaminata in modo corretto, le prove non sono state conservate o messe in sicurezza, non sono state svolte analisi forensi, sono andati persi dati, oggetti, sostanze e testimonianze. A questo quadro generale, vanno aggiunti la mancanza di luoghi dove conservare in sicurezza le prove e il fatto che talvolta gli stessi funzionari devono pagare di tasca propria i materiali necessari per svolgere le indagini.

Il Paese che uccide le donne” (Infinito Edizioni, 2021) è il titolo di un romanzo scritto da Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, scrittore e documentarista, che racconta una storia che potrebbe apparire frutto dell’immaginazione di uno sceneggiatore di serie tv. C’è – come ricostruisce Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia nella prefazione, la Bestia, “il treno merci che trasporta migranti e richiedenti asilo verso la frontiera statunitense”; ci sono “le decine di migliaia di desaparecidos ricordati dalle scarpe e dalle croci” appese su quel muro lungo oltre tremila chilometri a dividere i due Paesi; c’è “la mattanza delle donne migranti, bersagli fragili e facili nelle maquilladoras (stabilimenti stranieri di proprietà di multinazionali estere, ndr) di Ciudad Juárez. All’interno, sempre citando Noury, “corruzione, esibizione di forza bruta e violenza gratuita, fatalismo e invocazione dei santi, vite a perdere che tanto non se ne accorge nessuno se da un giorno all’altro non ci sono più”. E, in Messico, “chi si affida allo Stato per chiedere giustizia scopre presto che è quello stesso Stato a essere complice dei crimini denunciati”.

Intervista a Giuseppe Carrisi, autore di “Il Paese che uccide le donne”

“Erano i miei colleghi. José, Elías e Miroslava. Lei l’hanno uccisa mentre era in auto con uno dei suoi figli. Otto colpi di pistola, davanti a casa. In pieno giorno. Sul parabrezza hanno lasciato un biglietto: ‘Per la tua lingua lunga’. Il mestiere di giornalista, in questo Paese, è molto pericoloso. La morte è sempre dietro l’angolo (…)”.
“E questo cos’è?”, chiedo, indicando un foglio di giornale appeso alla parete.
“È la prima pagina dell’ultimo numero del mio giornale, El Norte … ha chiuso un anno fa. Dopo che hanno ammazzato Miroslava”.

In queste poche righe Álvaro racconta, attraverso un dialogo con Paul, il protagonista del romanzo, cos’è una “zona del silenzio”. Vorrei iniziare facendo un po’ la stessa domanda: cos’è una zona del silenzio?
Nelle zone di frontiera a pagare il prezzo più alto, con la propria vita, sono sempre le stesse categorie: migranti, donne, attivisti per i diritti umani. E giornalisti. Quei giornalisti che denunciano quello che succede, che fanno parte di quella società civile che si sostituisce allo Stato, assente e connivente con la criminalità, con i poteri forti e occulti di quello che chiamiamo “narcotraffico”. I giornalisti, in Messico, sanno di andare contro la morte ma sono altresì consapevoli di essere, di fatto, l’unica arma rimasta alle famiglie delle vittime che chiedono giustizia e verità. In questo scenario, ci sono molte zone del Paese rimaste, di fatto, senza giornali e quasi senza giornalisti. “Zone del silenzio”, appunto.

“Prendi questi … sono di mio figlio. Non li metterà più”.
“Perché?”.
“È emigrato negli Stati Uniti. Anche lui con la Bestia.  L’ho visto con questi occhi saltare su… allontanarsi dalla mia vita. Da quel giorno sono passati quasi tre anni. (…) Se potessi tornare indietro, non lo lascerei partire”.

Perché la scelta di un romanzo per parlare del Messico di oggi, di femminicidi, scomparse forzate, violenze, immigrazione, lavoratori sfruttati, narcotraffico, corruzione?
Parlare di questo tipo di Messico, della drammatica realtà dei femminicidi e dei temi da te citati in un saggio avrebbe avuto come risultato una sequela infinita di numeri. Freddi, insignificanti. Questa invece è una storia che agli occhi di un lettore italiano può sembrare assurda, ma vi assicuro che in questo Paese è assoluta normalità. Quando pensiamo al Messico la nostra mente va alle spiagge di Cancún, alla musica, alle tortillas e ai tacos. In questo romanzo c’è il retro della cartolina, il lato oscuro. E per raccontarlo è necessario in qualche modo calarsi in questa realtà. Da qui la scelta di una storia romanzata, per vedere il Messico dagli occhi di Paul e del dramma che lo ha travolto.

“Fabbrica di delinquenti”. È il nome di Tepito, barrio bravo famoso per la violenza che si consuma nelle sue strade. (…) Regno incontrastato di assassini, sicari prezzolati, rapinatori, prostitute, narcotrafficanti, contrabbandieri di ogni risma. Dove la polizia non ci pensa nemmeno a entrare.

Qui cito Tepito, ma per tutto il romanzo hai dedicato molte righe alla descrizione dei luoghi attraversati da Paul. Perché in Messico sono così importanti i luoghi dove avvengono determinati crimini?
È qui che nasce la quotidianità, la realtà del Messico. Ciudad Juárez anni fa era una cittadina di frontiera che viveva soprattutto di turismo, dove nel 1961 Marilyn Monroe divorziò dal drammaturgo Arthur Miller. Una città cantata da Bruce Springsteen prima in Across The Border (1995, ndr) e poi in Matamoros Banks (2005, ndr). Tepito è il quartiere di Città del Messico famoso nel mondo per il culto della Santa Muerte, retaggio ancestrale della cultura messicana oggi al servizio del potere occulto del narcotraffico. E ancora, le distese infinite subito oltre il muro, su territorio messicano, di maquilladoras, le fabbriche americane, giapponesi e via dicendo in cui i lavoratori, soprattutto donne, sono sfruttati all’inverosimile. È ai bordi delle città e del Paese che si vede l’altra faccia del Messico. Dove le donne vengono rapite, violentate, uccise, sepolte. Ma è sempre in questi luoghi che trovi persone che non vogliono arrendersi a questo destino. È in luoghi come Ciudad Juárez che trovi le Marisela Ortiz Rivera, psicologa e insegnante, tra le fondatrici di “Nuestras Hijas de Regreso a Casa”, associazione di familiari e amici delle giovani uccise, e Diana “la cacciatrice”, che “va in giro per la città ad ammazzare gli autisti degli autobus (…) perché spesso a compiere le violenze sono proprio loro. Approfittano delle ragazze sole che la sera o la notte rientrano a casa dal lavoro” e che, dopo aver fatto il suo dovere, lascia un messaggio accanto al cadavere: “Se il governo e la polizia non sono in grado di fermare coloro che violentano, uccidono e massacrano le donne di questa città, allora sarò io a fare giustizia”.

Un istante dopo, da quello stesso cancello spunta un gruppo di donne. Tutte giovani. Alcune sembrano bambine.
“I padroni preferiscono loro … sono più docili e facilmente ricattabili. Schiave dei tempi moderni. Povere. Analfabete. Hanno bisogno di lavorare per mandare avanti le loro famiglie. E, per quei quattro soldi, sopportano di tutto in silenzio. Molestie, abusi e violenze. Umiliazioni. Pensate che ogni mese devono dimostrare di non essere incinta…”.
“Ma com’è possibile che tutto questo succeda in Messico …?”, mi interrogo a voce alta.
“In questo Messico, tutto è possibile – tuona Álvaro –. Hanno riportato indietro di due secoli le condizioni dei lavoratori. Ciudad Juárez è il posto al mondo dove, più di ogni altro, si vive la condizione capitalistica. La globalizzazione è qui … (…) Il Messico è un Paese malato di machismo e violenza. Un Paese con un contesto sociale e politico miserabile. E a pagare il prezzo più alto sono sempre le donne. Diventate invisibili. Si possono calpestare. Violentare, seviziare. Torturare, uccidere. Massacrare. Senza che nessuno alzi un dito in loro difesa. Vedete quelle ragazze? Pensate che tutte, stasera, torneranno a casa? Non è detto. Magari qualcuna verrà rapita alla fermata dell’autobus o lungo la strada. Qualcun’altra stuprata dall’autista a fine corsa. O da qualche altro balordo. E di loro non si saprà più nulla. A chi potrebbe toccare? A quella con la coda di cavallo? A quell’altra con i jeans attillati e la felpa nera? Essere donna, a Ciudad Juárez, è un inferno”.

 

Credit foto: EPA/Luis Torres

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