Femminicidio, la denuncia fuori bersaglio

L’indebolimento o il rafforzamento del patriarcato nel corso dei decenni, dipende sempre da una questione di potere gerarchico. Tra uomo e donna, tra classi sociali, tra società civile e istituzioni, tra capitale e manodopera. Nell’epoca dell’atomismo individualista, dove il mercato ha sostituito il welfare, diventa urgente e necessario riesumare una soggettività collettiva.

Pierfranco Pellizzetti

«Non c’è bisogno di essere una
donna per considerare il mondo
da una prospettiva femminista [1]».
Ekkehart Krippendorff
«Non è mai esistito un valore
di civiltà che non fosse una
nozione di femminilità [2]».
Romain Gary

Lo spirito assassino del tempo
Il recente omicidio di Giulia Cecchettin ha riproposto nel dibattito pubblico il tema della violenza contro le donne, con diversi interventi che hanno cercato di indagarne le ragioni. Riflessioni nelle quali però è mancata la giusta attenzione alle radici sociali ed economiche di potere.
Tutto inizia negli anni Ottanta del secolo scorso, quando si assiste a una drastica inversione di tendenza nella dinamica fino ad allora denominata “movimento per la liberazione delle donne”.
Un processo che in Europa aveva preso campo a partire dal secondo dopoguerra con l’ascesa di politiche democratiche di natura inclusiva, coinvolgendo “l’altra metà del cielo”. La natura intrinsecamente progressista di questa breve fase del Moderno (una trentina di anni). E tutto ciò anche grazie alla combattività di un movimento femminista non ancora disarmato dal buonismo politicamente corretto come l’attuale (quel femminismo liberista – quale lo chiama la Fraser – che “ora accetta la propria dispersione nell’individualismo molecolare che vanifica il peso del collettivo e presume di ottenere condizioni paritarie grazie alla condiscendenza della controparte maschile”: ottriate, graziosamente concesse). Erano gli anni delle grandi conquiste civili, la cui onda lunga proseguì per tutto il decennio dei Settanta; che in Italia significò la legge sul divorzio (1970) e poi quella sull’aborto (1978). Anche se la vera rivoluzione sul piano del rapporto tra i sessi va retrodatata al 10 maggio 1960, quando nelle farmacie americane arrivò la pillola anticoncezionale, nata nel 1951 in un laboratorio di Città del Messico. Il farmaco dall’altissimo effetto liberatorio che venne reso accessibile anche nel nostro Paese nel 1976, quando il Ministero della Sanità abrogò finalmente la norma che ne proibiva la vendita.
Ma liberatorio in che senso? Nel senso che de-gerarchizzava il rapporto delle donne nei confronti dei maschi. La sudditanza materiale, imposta attraverso le logiche codicizzate della riproduzione e il ruolo del padre-padrone controllore del capitale di famiglia, che diventava psicologica, espressione di una subalternità millenaria. Un cambiamento epocale che rendeva anacronistici, insieme a residuati quali il delitto d’onore, tutti i meccanismi di controllo sociale che determinavano le rassicuranti gerarchie su cui si basava il potere patriarcale.
Ma mentre si esaurisce l’onda lunga progressista prende avvio a marce forzate quella restaurativa, che persegue la retrodatazione dell’assetto sociale a prima delle rotture democratiche, rappresentate dal New Deal americano e il Welfare State europeo. Operazione retroversa che assume tutte le tonalità della Destra – dal conservatorismo alla reazione – nella saldatura (oltre alle donne guardiane del focolare domestico, islamiche e non) tra la piccola borghesia del “Legge e Ordine” e la plutocrazia, nella sua pretesa di man libera nell’accumulazione della ricchezza; nell’acquisita e palesata certezza dell’incompatibilità tra capitalismo e democrazia (come scrivevano nel 1975 Samuel Huntigton, Michel Crozier e Joji Watanuki nel pamphlet della ben nota Trilateral, dal titolo emblematico “La crisi della democrazia”).
Quindi, una strategia indirizzata contro i soggetti collettivi alla testa delle due rivoluzioni novecentesche vincenti: il lavoro organizzato, messo fuori gioco nel passaggio dallo sfruttamento alla precarizzazione, e il movimento delle donne, nell’imposizione dell’alternativa secca tra il tornare a farsi circoscrivere tra le mura domestiche o ridursi al ruolo di bambole gonfiabili per il riposo di presunti “guerrieri”.
Una restaurazione all’insegna dei (dis-)valori tipici del pensiero reazionario-destrorso: Autorità, Tradizione e Gerarchia. Con una particolare accentuazione del terzo lemma; come ne diede icastica rappresentazione l’amicale sintonia politica tra il sessista adepto del credo neo-pagano della possessività Silvio Berlusconi e la CEI dei Camillo Ruini e Angelo Bagnasco (la Conferenza Episcopale Italiana con i suoi cardinali sessuofobi e – al tempo stesso – pedofili). Nella palese sintonia sulla difesa della sinergia gerarchico-patriarcale (con la società al maschile centrata da alcuni millenni sul pater familias e la Chiesa Cattolica organizzata su base piramidale).
Infatti è la minaccia al principio gerarchico, imposto dalla restaurazione tuttora in atto, la molla che scatena la violenza contro la femmina, che con il suo comportamento ribelle tende – spesso inconsciamente – a metterlo in discussione. Una minaccia che si traduce in – spesso involontarie – contestazione (magari nel rapporto sessuale, in cui le donne reclamano da tempo pari diritti in materia di soddisfazione) di quella potenza virile – ora sotto giudizio della partner – da cui maschi insicuri traevano precarie certezze. Che accomuna nell’avversione maschia-maschia sia la critica femminile che la differenza omosessuale. Sintomo palese dell’erosione in atto della norma eterosessuale che – scrive Manuel Castells – ha “aperto un varco attraverso il quale esplorare altre forme di relazioni interpersonali e nuove forme di famiglia”[3]. Quella famiglia gay che crea insopportabili incubi alla restaurazione del potere maschile, sotto l’impatto sul patriarcato del movimento gay e lesbico. Destabilizzante.
Appunto, si tratta sempre della stessa questione: la difesa del potere; nelle sue forme di dominio che vanno dal controllo delle menti al dispotismo domestico. La necessità psicologica di conculcare la pretesa delle giovani donne di costruirsi progetti di vita indipendenti. Quale è probabilmente la molla che ha portato l’infame Filippo Turetta a fare scempio della povera Giulia Cecchettin, che laureandosi pretendeva di essere padrona di se stessa. E prima di lui tanti altri casi umani, guardiani della contro-rivoluzione vigente, pasdaran della fede gerarchico-patriarcale.
Dunque, l’umiliazione del soggetto mantenuto in condizioni di subalternità al fine di ricavarne conferme. Consolidate dalla retrodatazione del tempo in cui viviamo.
Uno degli effetti conseguenti alla più generale restaurazione di un ordine imposto dai potenti (banchieri, cardinali o politici che siano) e dagli abbienti. Un po’ quello che dichiarava Warren Buffett – uno dei cinque o sei uomini più ricchi al mondo – in un momento di insolita franchezza: “c’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”[4]. Con la piccola gente affamata di protezione a fungere da massa di manovra.

I nemici del femminile
Difficile individuare gli effettivi ostacoli alla ripresa del cammino di liberazione femminile, che arrivano perfino ad armare la mano omicida contro una donna ribelle. Anche perché il potere gerarchico-patriarcale conosce tutte le pratiche diversive e l’attitudine a promuovere conflitti per errore. Come quello che sta avvenendo da tempo nel mercato del lavoro, devastato dalle strategie labour saving. Un campo in cui si intrecciano sfruttamento e guerre tra ultimi e penultimi, apparente integrazione al ribasso e sperequazioni salariali. Come ci ha ampiamente illustrato Wolfgang Streeck: “il movimento delle donne nel mercato del lavoro diede un enorme contributo alla disponibilità di manodopera delle economie capitaliste, in un momento in cui le richieste dei lavoratori di salari più alti e migliori condizioni di impiego erano divenuti un collo di bottiglia per la continua accumulazione di capitale. Con l’aumento della partecipazione femminile, la densità sindacale diminuì, la disoccupazione divenne endemica, gli scioperi sfiorirono e la pressione salariale sui profitti fu allentata”[5]. Ecco – dunque – che l’alleanza tra le donne e i datori di lavoro si tradusse rapidamente in lotta per la deregolamentazione del lavoro nel comune interesse per mercati flessibili, “che permettessero agli outsider, di norma donne, di competere efficacemente con gli insider, di norma uomini”[6]. Con il bel risultato che, tanto per le une come per gli altri, la “flessibilità” si rivelò “precarizzazione”, con il conseguente andamento al ribasso delle condizioni materiali e organizzative per entrambi: l’incremento dello sfruttamento e della mercificazione del lavoro femminile realizzato attraverso la promessa dell’autonomia personale e della stima sociale grazie all’impiego.
Questo per dire che le manifestazioni plebiscitarie, sull’onda emotiva dell’ennesimo ammazzamento ad opera dell’ennesima personalità disturbata, dove tutti si uniscono al coro commosso secondo copione, che pretenderebbe di esorcizzare il femminicidio senza riuscirci, vedono la partecipazione – camaleontica – perfino di chi contribuisce a consolidare il clima di intolleranza che legittima la succitata personalità disturbata a compiere i suoi atti inconsulti. Ossia occorrerebbe incominciare a distinguere e attribuire responsabilità politiche a chi competono, che si mimetizza nel cordoglio e nel perbenismo di facciata. Per capire di chi si deve diffidare davvero. Un nome per tutti: il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara, a seguito del Ddl governativo “femminicidio”, messo in pista quale responsabile dell’operazione “educazione alle relazioni” indirizzata agli studenti delle scuole, che ha subito ingaggiato come consulente il controverso psicologo Alessandro Amadori. Il quale nega la violenza di genere e ha pubblicato nel 2020 un testo dal titolo emblematico “La guerra dei sessi. Piccolo saggio sulla cattiveria di genere”. Scrive costui: “parlando di male e di cattiveria dovremmo concentrarci solamente sugli uomini? Che dire delle donne? Sono anch’esse cattive? La nostra risposta è sì, cioè che anche le donne sanno essere cattive, più di quanto pensiamo”. Insomma, l’iniziativa politicamente strombazzata, che mette in pista un negazionista/giustificazionista dei femminicidi, che pensa di aver replicato a chi ne criticava la designazione dichiarando: “ho solo sostenuto che anche da parte delle donne c’è una sfera di aggressività, che non è quella criminale dell’uomo, ma porta a valutazioni troppo rigide nei confronti dei maschi”. E dopo questa scelta dal chiaro significato provocatorio (o una strizzatina d’occhi al proprio target di pervicaci maschilisti), il ministro resta al suo posto di “rifondatore” dell’italica cultura della tolleranza tra generi.
Ciò detto, visto che il contesto mortifero è quello creato da un’effettiva operazione ideologica volta a spazzare via chi si oppone alla restaurazione (l’orrido kombinat NeoLib-NeoCon), il tema di fondo è politico: come porre fine a questa fase quarantennale che ha fatto da bagno di coltura all’odio contro gli (le) inermi. I poveracci e le poveracce. Agendo su due registri: quello comunicativo e quello organizzativo. Dunque, per prima cosa silenziare una narrazione che legittima la violenza come lavacro del mondo grazie a una contro-narrazione che ne smascheri la matrice reale e suoni la diana di una ripresa della combattività femminista; come al tempo delle loro ave battagliere: le suffragette. Non i pigolii imbelli di chi vorrebbe contrapporre alla violenza un vago gandhismo d’accatto.
Poi c’è la dimensione organizzativa. Ossia riportare in campo soggettività collettive che creino le premesse per una contro-svolta progressista, rispetto a quella reazionaria degli anni Ottanta. Un nuovo movimento delle donne che combatta in prima persona la sua battaglia per i propri diritti, di identità e responsabilità. Come osservava tempo fa Alain Touraine, “il caso delle donne non è fondamentalmente diverso da quello di altri attori della storia. Tutti coloro che sono stati dominati e privati della propria soggettività hanno protestato, ma solo alcuni hanno basato la loro protesta sul richiamo al valore positivo di ciò che in loro veniva distrutto, vietato o infangato”[7]. E poi aggiunge: “le donne non cercano di costruire una società di donne ritenuta più dolce e ricca di affettività, rispetto a una società di uomini giudicata più conquistatrice e volontaristica. No, le donne vogliono creare, a partire da se stesse, un nuovo tipo di cultura che deve essere condivisa da tutti, uomini e donne, e considerano l’opposizione tra uomini e donne una creazione dell’ordine sociale maschile”[8]. Un altro Vaste programme!

[1] Ekkehart Krippendorff, L’arte di non essere governati, Fazi, Roma pag. 221
[2] Romain Gary, La nuit sera calme, Gallimard, Parigi 2014
[3] Manuel Castells, Il potere delle identità, Università Bocconi Editore, Milano 2003 pag. 150
[4] Cit. in David Harvey, L’enigma del capitale, Feltrinelli, Milano 2011 pag. 261
[5] Wolfgang Streeck, Come finirà il capitalismo? Meltemi, Milano 2021 pag. 285
[6] Ibidem
[7] Alain Touraine, Il Mondo è delle donne, il Saggiatore, Milano 2009  pag. 40
[8] Ibidem pag. 139

CREDITI FOTO: ANSA / LUCA ZENNARO

 



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