65 femminicidi dall’inizio dell’anno. Il fallimento dello Stato e un modello da ripensare

Davvero non si poteva fare altro per salvare Vanessa e con lei tutte le altre vittime di femminicidio? Su una cosa si potrebbe lavorare: colmare quel vuoto in materia di formazione sulla violenza di genere che caratterizza la magistratura e molti altri soggetti del processo. E trovare le risorse necessarie a garantire un controllo adeguato di chi sia destinatario di una misura cautelare.

Maria Concetta Tringali

Le donne denunciano ma continuano a morire. Perché? La domanda sembra davvero di quelle senza risposta, specie se si considerano i 65 femminicidi che sul sito del governo si contano dal 1° gennaio al 22 agosto di questo 2021.
Una carneficina che uccide in media più di cento donne all’anno. Una sola certezza: quello che stiamo facendo non è abbastanza.
Si può provare, si deve provare allora a ragionare sul perché, partendo dall’ultima vittima. La notizia è di qualche giorno fa. Vanessa, una ragazza di 26 anni, è stata uccisa sul lungomare di Aci Trezza, nel catanese. A fare fuoco con una pistola detenuta illegalmente Antonino Sciuto, l’ex fidanzato che non accettava la fine della storia e continuava a perseguitarla e a minacciarla di morte. Un copione già visto, ma che a quanto pare non riusciamo a sovvertire. Il piano criminale, del resto, era fin troppo chiaro: «Se so che hai qualcuno ti piglio a colpi di pistola, prima a te e poi a lui». Così ha fatto. Come se non bastasse, la storia recente di questi fatti è storia processuale: Sciuto era stato arrestato nello scorso mese di giugno, in flagranza di reato, dopo la denuncia per stalking e l’ennesimo episodio, e poi posto in libertà. Tra lui e Vanessa, solo una misura che vietava l’avvicinamento a meno di trecento metri. La notte del 23 agosto, però, Antonino Sciuto ha annullato quella distanza in una frazione di secondo. Si è accostato con l’auto al marciapiede dove la ragazza passeggiava con gli amici, è sceso, l’ha afferrata per i capelli e le ha scaricato addosso una potenza di fuoco degna di una vera e propria esecuzione. Lo hanno poi trovato impiccato, in un casolare di campagna.

Sono seguite ore di sgomento, una fiaccolata per le strade del piccolo centro in cui la giovane viveva e lavorava. Scene di un film che drammaticamente si ripete: Trecastagni oggi piange Vanessa, esattamente come Nicolosi nel 2015 piangeva Giordana, mamma e danzatrice, massacrata appena ventenne a coltellate, anche lei dall’ex fidanzato, anche lui sotto processo per stalking.
Nessuna giustificazione per l’assassino, nessuna giustificazione per chi quel femminicidio avrebbe potuto e dovuto evitarlo. Lo Stato ha fallito, ancora una volta.
Che l’Italia non sia in grado di proteggere le vittime di violenza domestica è un fatto, ed è assodato. È scritto nero su bianco dalla Corte europea dei diritti dell’uomo già nel 2017, nella sentenza di condanna per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti, nonché del divieto di discriminazione, provvedimento che contesta allo Stato la mancata adozione degli obblighi positivi imposti dalle Convezioni internazionali.

A sentire oggi il presidente dell’Ufficio Gip presso il Tribunale di Catania tuttavia non si poteva fare altro, per salvare Vanessa.
È qui che bisogna allora provare a capirsi. L’affermazione non può lasciare indifferenti, perché tocca un punto centrale.
Possiamo ad esempio provare a chiederci cosa vi sia alla base della scelta che ha portato il gip a concedere la misura del divieto di avvicinamento, al posto degli arresti domiciliari che erano stati richiesti dalla Procura. È fin troppo ovvio che alla base debba esservi un’attenta e scrupolosa disamina del rischio. Bisognerebbe chiedersi allora come fare a non sottovalutare quel pericolo. Le parole del presidente Sarpietro sono tristemente illuminanti in proposito. Il capo dell’Ufficio, a difesa del corretto operato del collega – ma assolvendo, di fatto, un intero sistema – cita il riavvicinamento tra vittima e carnefice come elemento dirimente, nella scelta della misura cautelare: «La donna non riesce a tenere una condotta univoca e purtroppo questo impedisce al giudice una visione del fascicolo così completo che gli consenta di adottare una misura più adeguata».

Nulla di più cristallino, e, nel merito, nulla più sbagliato. Sono argomentazioni, quelle addotte da Sarpietro, che lasciano cadere il velo su un aspetto fondamentale: l’urgenza è far fronte alla mancanza di un’adeguata formazione sulla violenza di genere e le sue dinamiche; quelle nozioni specialistiche e irrinunciabili mancano alla magistratura, come fanno difetto a moltissimi altri tra operatori e operatrici del processo.
È questo uno dei maggiori problemi da affrontare, perché la tragedia non si ripeta e non ci si debba trovare, domani, a seppellire un’altra Vanessa.
La violenza ha una struttura ciclica, si muove su una dinamica circolare e che la vittima ricada sotto il controllo del maltrattante è prassi nota a chi, ogni giorno, lavora su queste tematiche. Non può ritenersi, al contrario, che quello sia un elemento utile a fondare un giudizio prognostico sulla pericolosità di un soggetto, né sulla probabile reiterazione della condotta delittuosa.

Correttamente Fabio Roia, presidente vicario del Tribunale di Milano che per lungo tempo si è occupato di femminicidio e reati di genere e che ha fondato l’Osservatorio Violenza sulle Donne dell’ateneo milanese, punta il dito contro il bassissimo livello di specializzazione. In una sede istituzionale qualificata come la Commissione d’inchiesta al Senato, sentito in audizione nel dicembre del 2017, l’intervento di Roia era inequivocabile «Noi magistrati normalmente ci lamentiamo dell’assenza di leggi. Io credo – è la mia personale opinione – che al momento abbiamo una buona serie di leggi per fronteggiare il fenomeno della violenza contro le donne. Il problema è che non sempre vengono applicate come dovrebbero; quindi, la responsabilità si sposta sugli operatori di polizia giudiziaria, sugli avvocati che non sempre sono formati e su magistrati, pubblici ministeri e giudici. A tale proposito, voglio fare un’autocritica, con tutta la tranquillità del caso. Credo infatti che oggi forse la magistratura sia l’anello più debole sotto il profilo della formazione e dell’assunzione di responsabilità».

La situazione è questa, bisognerebbe prenderne atto e correre ai ripari.
Contemporaneamente è giusto affrontare l’altro grande nodo in tema di carenze: l’assoluta insufficienza delle risorse, che non permette neanche un controllo adeguato di chi sia destinatario di una misura cautelare. Anziché continuare sulle note della retorica – che la politica ha dimostrato di saper suonare benissimo – è bene che si dica che servono soldi, senza i quali le donne continueranno a morire, a tutte le età e a tutte le latitudini.

 

 



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