Fenomenologia del Migliore

Dopo la pessima esperienza al governo l’algido banchiere voluto dall’establishment vorrebbe traslocare sull’Alto Colle del Quirinale. Un piano perfetto, se non fosse che…

Pierfranco Pellizzetti

«Il nostro sistema monetario e bancario si fonda da secoli sull’alchimia»
Merryn King

Se il buongiorno si vede dal mattino, l’avvio per la corsa al Quirinale annuncia tempo bruttissimo. In particolare per la trimurti che costituisce l’establishment nazionale: i vertici del Potere contemporaneo, ripartito in Finanziario, Politico e Mediatico; sostanzialmente collusi tra loro nel reciproco puntello, a differenza di quelli classici e separati – Legislativo, Esecutivo e Giudiziario – che, secondo la veneranda teorizzazione di Charles de Secondat barone di Montesquieu, si contrappesavano controllandosi vicendevolmente. E – dunque – riequilibrandosi.

Gli attuali tre poteri che ora escono sconfitti dalla prima tornata di “ludi cartacei” presidenziali, avendo egualmente puntato da tempo le loro fiches sulla stessa casella: quella di Mario Draghi, presunto demiurgo del ripristino di un ordine pericolante.

Vedremo nei prossimi giorni se lorsignori riusciranno a recuperare, fermo restando che l’immagine del loro pivot risulta ormai da tempo significativamente lesionata. A conferma che le qualità riflessive del trio di Poteri in campo non sono poi così rilevanti.

I signori del denaro hanno richiamato in partita l’algido banchiere, appena giunto a fine mandato in Bce, per sanare il vulnus creato dal fatto di avere alla presidenza del Consiglio un corpo estraneo; che non era socio del Garden Club a cui appartengono i bennati convinti di essere destinatari per diritto di nascita dei più che sostanziosi finanziamenti che si prevedono in arrivo da Bruxelles, grazie al Next Generation. Da qui l’esigenza di piazzare nel ruolo di canalizzatore delle risorse previste un personaggio come Draghi, tesoriere ad honorem del suddetto Garden Club.

In perfetta sintonia con la plutocrazia confindustriale, i cacicchi della politica puntavano sul navigatore di lungo corso nei meandri del Potere per dare uno stop alla sconcertante quanto intollerabile anomalia di una maggioranza parlamentare e un governo recalcitranti alle derive consociative, spartitorie e affaristiche della politica interiorizzate dalla tarda Prima Repubblica e coltivate nel trentennio di Seconda. Grazie al malleabile e flebile presidente Mattarella si varò – così – un’ammucchiata di unità nazionale a misura delle attitudini esorcistiche e diversive del dibattito pubblico nelle corde del premier Draghi.

A questo punto il tavolo era stato apparecchiato e serviva soltanto una narrazione trionfalistica che trasformasse in epopea l’imminente restaurazione. Funzione a cui gli strumenti di informazione si sono allineati immediatamente, assecondando di buona lena la propria attitudine alla più antica professione del mondo. Per cui una frase banale come il “whatever it takes” diventa eroicamente epocale come il “vi prometto lacrime e sangue” churchilliano o il “qui si fa l’Italia o si muore” di Giuseppe Garibaldi.

Ecco dunque il sistema mediatico italiano primo violino di un concerto in cui viene descritto quale homo novus quello stesso giovanotto che portava la borsa del ministro del tesoro Giovanni Goria già nel 1982. Il Draghi passato dai piani alti di Goldman Sachs e le cui impronte sono state riscontrate su alcune catastrofiche operazioni di regime; come l’acquisto di Antonveneta all’origine dell’insolvenza di Monte Paschi, autorizzato dall’allora direttore di Bankitalia. Ovvio, ancora Mario Draghi.

Del resto non c’era bisogno di analizzare la fauna piazzata negli organigrammi del governo per capire da che parte batta il cuore dell’algido banchiere: da Colao a Cingolani e Giavazzi, per non parlare dei liberisti padani annidati nell’Istituto Bruno Leoni a teorizzare la distruzione dello Stato; e che ora dovrebbero sovrintendere le politiche statuali di investimenti finanziati dai fondi europei. Ma soprattutto la macabra ironia di chiamare un banchiere a riparare i danni che in questi anni hanno causato le strategie di finanziarizzazione/mercatizzazione/mercificazione promosse dal ceto bancario.

Ma già. Il tam-tam che ha accompagnato l’avvento “salvifico” del Nostro ribadiva “il suo indiscutibile prestigio internazionale”, che avrebbe dato lustro all’intero Paese.

Di certo non manca l’apprezzamento della comunità finanziaria internazionale, come conferma il direttore emerito del Max Planck di Colonia Wolfgang Streeck. Che però ne fornisce una spiegazione stridente nel coro angelico dei followers: l’industria finanziaria, generosamente rifornita «di denaro a basso costo creato dal nulla per suo conto dagli amici delle banche centrali – tra cui spicca l’ex uomo di Goldman Sachs, Mario Draghi». Ossia quello che è «il più grande produttore di sempre di junk bond».

Dunque l’uomo perfetto per portare a termine operazioni mordi e fuggi a vantaggio dei propri mandanti: dai condoni tombali per gli amici degli amici alla mano libera lasciata al torvo ministro della riconversione ecologica per riportarci al nucleare.

Nel frattempo il governo non è riuscito ad affrontare nessuna delle priorità d’agenda per cui ufficialmente era stato varato. Sicché l’algido banchiere, esperto di salto della quaglia e fughe all’inglese, si starebbe predisponendo a cambiare aria; prendendo le distanze dai problemi troppo complessi per l’insipienza celata dietro la prosopopea sua e della sua compagine ministeriale. Dunque, il trasloco sull’Alto Colle del Quirinale grazie al mastodontico capitale d’immagine e relative benemerenze accumulati presso i tre establishment. Un piano perfetto, se non fosse stato per un granellino di sabbia che sembra inceppare la ruota della fortuna draghesca: i peones parlamentari. Che se ne fregano delle fisime del premier e dei diktat di boss che in questo liberi tutti non riescono più a controllarli. Visto che l’idea di accelerare la fine della legislatura – di fatto conseguente all’ascesa presidenziale di Draghi – non è particolarmente seducente per politicanti a rischio di tornarsene a casa.

Un siluro per le aspirazioni del “Migliore dei Migliori”, stando almeno agli ultimi bollettini di guerra che giungono da Montecitorio.

Ma domani è un altro giorno. Vedremo chi vince nel braccio di ferro in atto tra il Migliore e i suoi fan contro i futuri precarizzati della politica. Lo spettacolo deprimente di un Paese in declino inarrestabile.

 

(credit foto ANSA/Riccardo Antimiani)



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