“Fermatevi”. Un grido di pace pieno di ambiguità

Gridato agli aggressori, significa “smettete di attaccare”. Ma rivolto agli aggrediti vuol dire “smettete di difendervi”.

Pancho Pardi

Fermatevi! Il grido di pace rivolto ai due contendenti non è privo di ambiguità. Anzi, ammettiamolo, è abbastanza privo di pudore. ”Fermatevi!” gridato agli aggressori significa: smettete di attaccare! Rivolto agli aggrediti significa: smettete di difendervi! Non è proprio la stessa cosa. Aggressore e aggredito non possono essere accomunati dalla stessa perorazione. C’è un eccesso di fiducia nell’aggressore e un tono di irrisione verso l’aggredito.

La guerra è solo morte e distruzione. Quindi regni la pace. Ma in questa guerra gli aggressori hanno portato morte e distruzione, gli aggrediti hanno solo, e a fatica, cercato di impedirlo. Il conflitto del tutto asimmetrico è rappresentato alla perfezione, nel momento stesso in cui l’aggressore devasta il territorio dell’aggredito, dalla sua pretesa che l’aggredito non osi toccare il suo territorio. Se lo fa, il suo ministro degli esteri, ineffabile, la considera una provocazione. Proprio così: per l’aggressore l’autodifesa dell’aggredito è una provocazione.

Se anche per pura ipotesi la guerra si fermasse di colpo oggi e si imponesse la situazione provvisoria stabilita fin qui dal conflitto, l’aggressore sarebbe premiato dal possesso delle sue conquiste territoriali e l’aggredito punito dalla perdita dei suoi territori. E le ormai innumerevoli distruzioni nei territori rimasti in suo possesso saranno pagate dall’aggressore? Arrendersi e leccarsi le ferite senza alcuna riparazione?

Il suggerimento “smettete di difendervi” poteva avere, se l’aveva, un senso solo il primo giorno. Non cominciate nemmeno a difendervi, eviterete le distruzioni e potrete almeno contare sulla clemenza dell’aggressore. Sarà poi vero? La clemenza di Putin, per esempio, dimostrata dalla fredda pianificazione dell’assassinio del presidente Zelensky e della sua famiglia nella prima notte di assalto dal cielo? Arrendersi il primo giorno, ad assassinio compiuto, avrebbe significato adattarsi alla servitù volontaria. Tutto un paese, tutto un popolo inchiodato alla servitù volontaria.

Ma già una settimana dopo, con le prime povere vittime, le fabbriche bombardate, le città colpite, i paesi sventrati e l’inizio dell’esodo di donne e bambini oltre confine, smettere di difendersi sarebbe stato impossibile. Infatti, gli ucraini non hanno pensato per un solo momento di arrendersi. E se ci hanno pensato hanno trattenuto il pensiero dentro sé stessi. Noi forse l’avremmo fatto ma proprio per questo non abbiamo alcun diritto di rimproverare loro questa scelta. Avrebbero dovuto porgere a Putin l’altra guancia? A Putin?

Gli ucraini hanno deciso di non arrendersi e da quel momento il nostro dovere è stato di aiutarli. Poteva l’Europa, il Mondo imporre il negoziato subito o addirittura prima dell’attacco? Oggi si sente ripetere anche questo. Chi lo sostiene dovrebbe spiegare come, quando, dove, con quali mezzi, con chi. Con Putin? Il nostro dovere era ed è aiutare l’aggredito a esercitare il suo pieno diritto all’autodifesa. E le atrocità accumulate dall’aggressore nei due mesi di conflitto rendono il nostro dovere e il diritto dell’aggredito sempre più indiscutibili e necessari. Più il tempo passa, più la guerra procede, più il nostro dovere diventa cogente.

Dove si fondano le cosiddette ragioni dell’aggressore? Si fondano sull’esistenza dell’impero sovietico, attorniato e protetto da una corona di stati satelliti, sottomessi e obbedienti. Così era, e Ungheria nel ’56 e Cecoslovacchia nel ’68 lo testimoniano. Ma l’URSS è crollata, il suo discutibile socialismo è fallito, e il suo collasso endogeno, nient’altro, ha prodotto la diaspora dei satelliti verso l’Europa. La pretesa della Russia di Putin di essere erede dell’impero sovietico richiama l’antica battuta di Marx sui processi storici che si manifestano prima come tragedia e poi come farsa. Non è affatto umoristica ma inscena una farsa lo scheletro sovietico che con le ossa del KGB sostiene il corpo di un capitalismo gangsteristico e oligarchico costruito con la spoliazione della ricchezza “collettiva” precedente. Ma i suoi satelliti a occidente sono perduti e per mantenere gli altri rimasti la Russia ha dovuto ricorrere alla forza e all’intimidazione: Cecenia, Georgia, Kazakistan, Crimea.

Anna Politkosvskaja ha conosciuto e raccontato la Russia di Putin: il suo esercito in cui i soldati sono preda inerme della prepotenza dei superiori e gli ufficiali possono picchiare impunemente gli inferiori, il suo sistema giudiziario servo del potere, la sua Costituzione inapplicata, la sua polizia corrotta, la persecuzione razzista dei ceceni, la povertà, la paura diffuse ovunque. E ha pagato il suo racconto con la vita. E Putin, cambiando la Costituzione a suo vantaggio, ha già regnato per ventidue anni… “La Russia di Putin” non è una lettura allegra, ma chi non l’avesse ancora letto troverebbe materia amara di riflessione.

 



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