Filippi: “Bella ciao” non ha bisogno della sinistra. Ma la sinistra ha bisogno di “Bella ciao”

Il campo progressista ha smarrito da tempo il proprio orizzonte di valori e ora tenta disperatamente di recuperarlo proponendo di istituzionalizzare il famoso canto della Resistenza.

Cinzia Sciuto

Un gruppo di deputati, prevalentemente Pd insieme ad alcuni di Iv, Leu e un Cinque stelle, ha presentato una proposta di legge affinché la canzone Bella ciao venga ufficialmente riconosciuta come inno della Resistenza italiana ed eseguita nelle cerimonie ufficiali per la festa del 25 aprile subito dopo l’inno nazionale di Mameli. La proposta ha suscitato la contrarietà di diversi esponenti della destra, che considerano Bella ciao un brano “di parte”.  Ne parliamo con Francesco Filippi, autore fra gli altri di Ma perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri).

Questa iniziativa punta a dare riconoscimento a un canto della Resistenza e a istituzionalizzarlo: non è una buona notizia per l’antifascismo italiano?

Faccio una premessa fondamentale: al momento Bella ciao come canto di Resistenza italiana e internazionale gode di ottima salute e questa è un’ottima notizia. Personalmente l’ho sentita cantare da chi crede nella libertà dai Balcani al Sudamerica, dal Nord Europa agli Stati Uniti. È una canzone che ha un significato enorme che si è conquistata nel tempo. Sappiamo tutti che non era la canzone principale dei partigiani, che erano altre, come ad esempio Fischia il vento, ma viene scelta a fine guerra per dare un respiro più ampio, quindi per staccarsi da un approccio militante di una determinata sinistra all’interno del grande mondo antifascista. Da allora di strada ne ha fatta molta, fino ad arrivare al nazionalpopolare puro, facendo capolino anche in una serie Netflix come La casa di carta. Questo per dire che Bella ciao non ha certo bisogno di leggi che la proteggano. Insomma in questo momento Bella ciao non ha bisogno della sinistra in Italia. Semmai è la sinistra in Italia che oggi ha bisogno di Bella ciao. Mi spiego meglio: i valori di questa canzone sono un’ottima base per costruire il presente e il futuro di un Paese che ha inventato il totalitarismo del Novecento, che è sempre stato il Paese del fascismo, che ancora oggi non ha un museo del fascismo, che non è riuscito a storicizzare un momento così particolare della propria storia e che non è evidentemente riuscito a fare i conti con il famigerato ventennio i cui strascichi vediamo ben presenti all’interno quantomeno del dibattito politico da bar o da social che ci ammorba. Direi quindi che, pur essendo favorevole a qualsiasi iniziativa di legge volta a rafforzare l’antifascismo di questo Paese – e credo che l’idea di istituzionalizzare Bella ciao all’interno del contesto delle celebrazioni del 25 aprile vada in questa direzione – credo che non sia questa la via. Vorremmo vedere una sinistra o un campo progressista che riafferma in maniera più chiara e più diretta i valori dell’antifascismo nel nostro Paese sempre, e non solo non solo nelle occasioni ufficiali.

Si tratta dunque di un atto di ipocrisia?

Più che un atto di ipocrisia, ci vedo un atto di disperazione, e anche di opportunismo. Nel momento in cui non si riesce a declinare altrimenti il proprio senso di appartenenza, un gesto come questo mi sembra un tentativo di aggrapparsi a una sorta di metaforica fune per trascinarsi fuori da una palude valoriale nella quale si è sprofondati negli ultimi trent’anni. Oggi dire “Noi siamo quelli di Bella ciao” è un tentativo di appropriazione – qualcuno direbbe indebita – di determinati simboli e valori che nel nostro Paese, con grande fatica, hanno continuato a camminare senza una chiara rappresentanza politica forte all’interno delle istituzioni e delle amministrazioni.

Che significato assume questa proposta in un momento politico in cui abbiamo un governo sostenuto anche da una destra come quella di Salvini e che ha rischiato di avere il sostegno anche dei post fascisti di Meloni?

Risponderei con Nanni Moretti: è il tentativo di dire qualcosa di sinistra, in maniera però davvero avulsa da quella che potrebbe essere una reale azione di governo. È evidentemente un’azione di bandiera che, al di là di alcune superficiali polemiche, costa poco. Ma ci vorrebbe ben altro per rinverdire i fasti che hanno portato in auge quella canzone. Viviamo in un Paese in cui dopo la prima ondata di pandemia quattro italiani su dieci pensavano che la soluzione passasse attraverso un cosiddetto “uomo forte”, che è una definizione che fa accapponare la pelle. E la soluzione che è stata trovata non è l’uomo forte ma il ricorso a un governo tecnico, che è la chiara ammissione da parte di coloro che hanno ricevuto il mandato di rappresentanza di non essere in grado di affrontare situazioni eccezionali come quella che stiamo vivendo. Si sono quindi chiamati gli esperti che, a prescindere dal loro merito, non sono vagliati dal voto popolare.

Al di là dell’evidente opportunismo di questa proposta di legge, se passasse potrebbe però avere come effetto quello di costringere un futuro ministro Salvini o una futura prima ministra Meloni a cantare Bella ciao dopo l’inno di Mameli…

Per quanto riguarda il futuribile ministro Salvini non mi sorprenderebbe nulla, abbiamo ormai imparato che è capace di dire tutto e il contrario di tutto. L’ultima che ho letto è che la politica che ha portato avanti quando era al governo non era una politica contro gli immigrati. Parliamo del leader di un partito che oggi è diventato chiaramente europeista e che invoca le regole europee per intervenire all’interno di una questione delicata come quella degli appalti. Quindi non ho problemi a immaginare Salvini che canta Bella ciao a squarciagola senza remore, e senza vergogna. Per quanto riguarda invece un’altra parte politica che potrebbe costituire una forza trainante dei prossimi governi, il tema si pone tutto ed è molto serio. Stiamo parlando di un partito, Fratelli d’Italia, che all’interno del proprio simbolo ha ancora la fiamma degli Arditi, la cosiddetta fiamma tricolore, che è il simbolo del Movimento sociale italiano, nato nel dicembre del ‘46 e voluto da fascisti del calibro di Giorgio Almirante per dare continuità politica all’esperienza della Repubblica sociale italiana. Questo rappresenterebbe un problema per la tenuta del mandato costituzionale che vuole questa Repubblica come antifascista. Sarebbe l’ennesima dimostrazione della difficoltà di questo Paese di fare i conti con un passato che non è passato. Siamo al di là ormai del carattere interpretativo di leggi come la Scelba che volutamente il legislatore dell’epoca aveva lasciato un po’ fumosa per dare margini di interpretazione al singolo magistrato. Ricordo che negli anni Cinquanta i ragazzotti che andavano a fare il saluto romano a Predappio venivano puniti per apologia di fascismo. Di recente invece la Cassazione ha definito questo un atto di nostalgia, di rievocazione storica. È su questa involuzione che dovremmo riflettere e non si affronta questo problema obbligando qualcuno a cantare Bella ciao.

La proposta di legge ha provocato un’alzata di scudi da destra: come interpreti queste reazioni?

Ecco, questa è un’ottima notizia perché vuol dire che Bella ciao spaventa ancora, significa che le basi attorno a cui poter discutere di antifascismo e dei valori incarnati da questo canto resistenziale ci sono ancora tutti e sono ancora stabili. Se c’è qualcuno a cui Bella ciao fa ancora paura, ebbene questa è una cosa positiva per la democrazia in questo Paese e direi che è il primo, e forse unico, successo che questa iniziativa di legge può portare a casa.

Immagine: Roma, 25 aprile 2017. ANSA/MASSIMO PERCOSSI



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