Filosofia e tecnologia

In 'Filosofia e tecnologia' (Rosenberg&Sellier), Roberto Finelli valorizza le nuove opportunità di approfondimento dei legami, di sviluppo delle conoscenze, di trasformazione degli stili di vita, che si generano dalle nuove tecnologie. L’obiettivo deve essere tuttavia quello di collegarle alla mente emozionale dell’uomo.

Roberto Finelli

La rivoluzione legata alla diffusione sempre più ampia delle tecnologie informatiche sta assumendo i caratteri di una svolta epocale nella storia dell’umanità e dei suoi sistemi di scrittura. Dopo l’invenzione dell’alfabeto, con la possibilità di ridurre l’immane campo delle lingue geroglifiche ed iconiche solo a una trentina di caratteri, dopo l’invenzione della stampa e il superamento dei limiti della diffusione dei manoscritti, le attuali macchine dell’informazione, basate sulla codificazione alfanumerica dei linguaggi naturali, con l’enorme velocità che questa codificazione matematica consente, ci aprono alla meraviglia e alla stupore per la grande occasione che si offre all’umanità intera di entrare in una comunicazione generalizzata con se stessa, con tutte le sue diverse culture e tradizioni: nel segno di un’integrazione possibile dell’intero genere umano.

Da questo punto di vista il lettore non troverà in questo libro una critica della tecnica alla maniera di Heidegger e dei vari “pastori dell’Essere” che sulla sua linea si sono succeduti. Lontano da romanticismi reazionari o da ontologie e metafisiche conservatrici, si accolgono e valorizzano in modo assai positivo le nuove opportunità di approfondimento dei legami, di sviluppo delle conoscenze, di trasformazione degli stili di vita – nel verso di una più ampia democratizzazione e partecipazione – che le nuove tecnologie inaugurano e mettono a disposizione di tutti. Ma tutto ciò a patto che la rivoluzione digitale sia accompagnata da una radicalizzazione di umanesimo, da una nuova antropologia che, in dialogo con la nuova tecnologia, metta a tema la costituzione di una mente emozionale e materiale, capace di stringere insieme valore biologico-affettivo e valore logico-conoscitivo. Di una mente cioè che radicata nella verticalità del proprio corpo, sia esistenzial-emozionale, sia storico-sociale, sia in grado di dare senso, progettualità, programmi e finalità al mondo dell’informazione. Giacché tutti per altro verso stiamo sperimentando che le nuove tecnologie possono tralignare e trasumanare da strumenti a disposizione dell’umano in una governance del numero che, anziché aprire e facilitare spazi della democrazia e della discussione dialogica, appaiono invece rinchiuderli e costringerli sotto la dittatura di automatismi che, a muovere dalla loro natura matematico-computazionale, pretendono di garantire obiettività di decisione quanto accelerazione e risolutezza di comportamento.

Da questo punto di vista nel libro si sviluppa un’analisi attenta di quella che viene definita l’ideologia dell’infosfera ossia la teorizzazione, sempre più diffusa che il mondo sia costituito nella sua totalità da organismi informazionali che ricevono, processano e rinviano informazioni, quali entità reciprocamente connesse in una generale e globale struttura di rete. A parere dell’autore questa tesi costruisce una vera e propria metafisica dell’informazione, una ontologia che afferma essere l’intera realtà costituita da codici, scomponibili in unità elementari e discrete (come il DNA in campo biologico), che, trascritte in linguaggio matematico, darebbero vita a un universo concepibile come un enorme computer, come un massive information process: di cui la mente umana sarebbe parte integrale nella sua possibilità di essere anch’essa concepita e ridotta a un computer che elabora informazioni. Fino a giungere alla celebrazione del cyborg come sintesi di essere umano e macchina e, più in generale di una ontologia della transoggettività che supererebbe nel suo costante riconfigurarsi, ogni differenza, ogni binary tradizionale, tra soggetto e oggetto, mente e corpo, genere maschile e genere femminile, identità e relazione.

Laddove per l’autore ciò che va posto in questione è proprio il toglimento di qualsiasi eterogeneità e dualismo nell’ambito della realtà, di ogni composizione gerarchica di piani, di ogni distinzione tra essenza ed apparenza. Come accade invece a correnti sempre più accreditate del pensiero estetico-gnoseologico-ecologico che teorizzano la necessità di estendere l’agency – fino a farne soggetti di responsabilità morale – a regioni e segmenti del mondo macchinico ed oggettivo, per il loro essere partecipi di un comune tessuto onto-antropologico fatto appunto di codici e di bit informazionali.

La radicalizzazione di umanesimo che il libro propone, s’è detto, non vuole condannare, velleitariamente, intelligenza artificiale e tecnologie digitali, ma dialogare costruttivamente con esse, con lo scopo precipuo di discuterne il loro presunto dilagare da fecondi strumenti dell’umano in un Assoluto, monistico e globale, di realtà.

Tale radicalizzazione di umanesimo viene avanzata attraverso due vie. Una, più propriamente teoretica, che distingue “interpretazione” da “informazione”, assegnando al primo di questi due termini una valenza irriducibilmente umana e non estensibile ad alcun automatismo meccanico o sistema di intelligenza artificiale.

Questa via, che propone la compresenza nell’essere umano di due assi costituzionali di senso, uno “orizzontale”, l’altro “verticale”, utilizza un contesto categoriale che muove da un’ispirazione spinoziana e in pari tempo da motivi psicoanalitici freudiano-bioniani. Vale a dire che in tale visione l’interpretazione non è mai informazione perché rimanda sempre all’unità dell’organismo bio/logico dell’essere umano e alla necessità costante della sua riproduzione, ben distinguendosi in ciò dall’associarsi di elementi e strati discreti proprio della composizione di una macchina. Ma con la consapevolezza, che la possibilità d’ognuno d’interpretare non passivamente l’informazione poggia a sua volta sulla costruzione di una mente, che, attraverso relazioni di accoglimento e di riconoscimento da parte di terzi, sia capace di percorrere il proprio asse verticale e di accedere al proprio vissuto emozionale. Dunque mettendo a tema una teoria della soggettività, sia individuale che collettiva, istituita sulla ricchezza e complessità del nesso “conoscere/riconoscere”.

La seconda via segue invece un percorso più storico-filosofico delineando una breve storia dei lemmi di Technik e di Technologie prima nel cameralismo tedesco del ‘700’ e poi nella critica matura dell’economia politica di Karl Marx. Il tentativo è infatti quello di far emergere, rispetto all’indistinzione tra i due termini technique e tecnology nella tradizione anglosassone, le forti e originali implicazioni di senso, in chiave amministrativo-politico-ecologica, che attengono al lemma “Technologie” nella cultura tedesca del ‘700 e dell’’800.

Conclude infine il libro un saggio di filosofia antica dedicato alla tematica della techne nel mondo greco classico. Il cui fine è quello di argomentare come e quanto la celeberrima interpretazione avanzata da Martin Heidegger della tecnica come invio destinale dell’Essere abbia rappresentato una incomprensione sostanziale dei reali meccanismi storico-sociali e culturali che stanno dietro, nell’antico come nel moderno, lo sviluppo della tecnica e della tecnologia. E quanto invece la messa in campo di una categoria filosofica così estenuata e così arcaica come quella di Essere conduca a una deformazione dell’accadere reale pesantemente curvata nel verso di un radicale conservatorismo metafisico.



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