Ivan Cavicchi: “La politica vede solo a corto raggio. La salute richiede filosofia”

Il nesso imprescindibile tra buone cure e buone condizioni di salute impone una visione umanistica della medicina. Ecco allora che la questione della salute dei cittadini ci porta a riflettere su quanto la medicina sia impregnata strutturalmente di filosofia. Recuperando quella attenzione alla centralità dell’individuo umano che è alla radice della scienza e che fa della medicina un bene comune contro ogni visione aziendalistica. Ne parliamo col prof. Ivan Cavicchi, medico e filosofo, che alla Facoltà di medicina dell’Università di Tor Vergata di Roma insegna Filosofia della scienza e sociologia dell’organizzazione sanitaria.

Maria Mantello

Qual è l’importanza di una cattedra filosofica nelle facoltà di Medicina, per poter riportare ad una formazione umanistica nel senso più vasto del termine?
La medicina nella sua storia è sempre stata una scienza umanistica per la semplice ragione che a differenza della biologia non cura un generico essere vivente ma cura le persone. È vero che nella sua storia è stata umanista in tanti modi diversi e che oggi ciò che ieri appariva “umano” oggi sembra addirittura “disumano ”.
Abbiamo sempre curato i pazienti come oggetti malati; oggi dovremmo curare le persone malate dentro le relazioni. Oggi sembriamo più umani di ieri ma solo perché curiamo i malati dentro relazioni. Cioè oggi sembriamo più umani perché abbiamo cambiato o dovremmo cambiare la storica forma della relazione tra medico e malato. Prima essa era solo una giustapposizione, ora è molto di più. Diventa una relazione dialogica nella quale per la prima volta nella storia della medicina il malato cessa di essere un paziente, ma viene riconosciuto come una persona con dei diritti, con opinioni, con sue credenze e anche sue preferenze.
Prima il paziente non aveva diritto ad essere persona, a parte il diritto generico ad essere trattato con rispetto. Oggi quello che propongo io in realtà è un ritorno alla filosofia perché la medicina nella storia della medicina è sempre stata scienza e filosofia. Con la nascita della medicina cosiddetta “scientifica”, quindi con l’affermarsi del positivismo, la filosofa è stata cacciata a calci dalla medicina perché non era considerata un sapere scientifico basato sulla conoscenza dei fatti . Cioè era considerata speculazione fine a se stessa.
Quello che propongo io però è un ritorno alla filosofia: non come speculazione ma per aiutare il medico a ragionare, a pensare nelle relazioni, ad affrontare le sfide che pone la singolarità del malato, a usare meglio le sue conoscenze scientifiche e a usare al meglio le sue risorse scientifiche e logiche.
La mia è una filosofia molto pragmatica. Si tratta di aiutare il medico a fare meglio il suo mestiere in questa società complessa dove i pazienti non sono più pazienti ma “esigenti” titolari di precisi diritti, dove fare meglio per me significa essere il più adeguato possibile alle complessità del malato. Per me il medico bravo è quello che ragiona di più, che pensa il proprio malato e che insieme alla persona, cioè dentro le relazioni,  decide la cosa che pragmaticamente conviene di più.

Vogliamo parlare della Salute come bene comune?
Dire che la salute sia un bene comune è un truismo quasi scontato. Lo dice anche la Costituzione nell’art 32 . Dire che la salute oggi dovrebbe essere considerata come una ricchezza che possiamo produrre al pari di quella economica è già meno scontato. Oggi dovremmo  finanziare la sanità pubblica a partire dalla salute prodotta. Ma nonostante tante chiacchiere sul one health siamo su questo terreno molto indietro. Oggi siamo ancora alla dicotomia ambiente e salute. One health è una petizione di principio ma nulla di più.

La costituzionale “salute bene comune” non passa per la centralità della sanità pubblica contro le politiche di finanziamento della sanità privata?
La sua domanda presuppone che esista un conflitto tra pubblico e privato ma questo apparente conflitto in realtà è voluto. Negli anni ’90 in particolare con la riforma Bindi si è deciso di contro-riformare l’art 32 e di subordinare il diritto alla salute alla disponibilità delle risorse quindi di cancellare il diritto alla salute come diritto fondamentale; ma nello stesso tempo, si disse, per ragioni di sostenibilità economica si decise di ammettere la sanità privata come concorrente quindi in sostituzione della sanità pubblica. Io le posso dire che questa è stata la stupidaggine del secolo e che la politica oggi farebbe bene a fare autocritica e a cambiare strada. Perdere il diritto alla salute come diritto fondamentale e chiamare il privato a garantire la sostenibilità del sistema, a parte essersi venduti alla ideologia neo-liberale, è semplicemente una regressione sul piano della civiltà. È un tornare indietro in termini di civiltà quando si muore a causa delle disuguaglianze sociali.

Che cosa pensa della medicina di base e del pronto soccorso, anche in rapporto alle realtà territoriali?
Nella sua domanda lei propone una dicotomia storica che in realtà oggi non dovrebbe esistere. Ma il sistema sanitario attuale è nato storicamente proprio su questa dicotomia, quella che separa ciò che è fuori dall’ospedale (extra) da ciò che è nell’ospedale (intra). Questa dicotomia esisteva prima della riforma del ’78 (L. 23, N.833) e la riforma del ’78 non l’ha per niente modificata anzi l’ha ribadita. Nella legge 833 non c’è un solo articolo dedicato all’ospedale ma solo perché essa mutuava quello che si era deciso 10 anni prima con la riforma ospedaliera Mariotti. Cioè il doppio binario: assistenza fuori dall’ospedale e assistenza dentro l’ospedale.
Oggi anziché superare questa vecchia dicotomia il PNRR l’ha riproposta contrapponendo l’ospedale al territorio. Contrapporre vuol dire (altra stupidaggine del secolo) che il territorio è visto in chiave anti-ospedaliera e che l’ospedale alla fine è visto come il fallimento del territorio.
Ad aggravare le cose ci sono le ideologie contro l’ospedale, quelle che per anni e anni abbiamo giustificato con l’espressione deospedalizzazione.
Morale della favola: “medicina di base e Pronto Soccorso” come lei dice (io preferisco dire “assistenza di base e ospedale”, dal momento che il Pronto Soccorso non è scorporabile dall’ospedale) storicamente sono messi in contrapposizione quando dovrebbero esser naturalmente complementari e contigui nel senso che tra loro esiste una innegabile reciprocità funzionale.
Per fare questo ci vuole una riforma che finora nessuno ha pensato di fare. Questa riforma deve essere una doppia riforma cioè deve riguardare l’assistenza territoriale e l’assistenza ospedaliera. Cioè deve essere pensata per superare la dicotomia storica di cui parlavo prima. Il PNRR, invece di riformare questa dicotomia, non solo la ribadisce ma la esaspera e cosa fa? Pensa che sia possibile riformare il territorio (dm 77) senza riformare l’ospedale (dm 70) e pensa che l’ospedale deve essere minimo, non adeguato. Cioè pensa che ci voglia più territorio e meno ospedale.
Per di più pensa che sia possibile riformare il territorio senza risolvere una volta per tutte la questione della medicina generale e pensa che comunque l’ospedale debba essere deospedalizzato. Deospedalizzare l’ospedale è evidentemente un paradosso. Io penso che il Pronto Soccorso sia sicuramente la spia di un grande problema, ma che il grande problema non sia né il territorio né l’ospedale ma una politica che è del tutto incapace di fare il suo mestiere, convinta che la cosa migliore sia dare a tutti un contentino senza mai prendersi le sue brave responsabilità riformatrici.

Vogliamo parlare dell’autonomia differenziata. A chi giova?
Anche l’autonomia differenziata ci dice quanto la politica sia responsabile con le sue incapacità della maggior parte dei guai che esistono nella sanità. Essa nasce da una controriforma della Costituzione (riforma del titolo V) decisa nel 2001 dalla sinistra storica senza pensare alle conseguenze e ai disastri che si sarebbero causati che ora come un boomerang ci tornano addosso. La controriforma del titolo V ammette e teorizza il regionalismo differenziato, cioè ammette la possibilità di distruggere l’attuale servizio sanitario nazionale cioè di superare il valore dell’universalismo della solidarietà e dell’eguaglianza. Ammette, cioè, la possibilità di far fuori i valori portanti della nostra sanità pubblica. Più controriforma di così! Lei mi chiede a chi giova? Io le rispondo che non giova neanche a coloro che la rivendicano. Di certo non giova ai più deboli e ai più sfortunati. Non giova alle regioni del sud e ai tanti “sud” che esistono nel nostro paese.  Ma come può giovare al nostro paese e alla nostra civiltà una teoria dello Stato che si basa sulle diseguaglianze e sulle discriminazioni, ma soprattutto che si basa sull’egoismo del reddito quindi sulla liquidazione del diritto. Il regionalismo differenziato è il classico mostro partorito dalla politica. E che politica è quella che partorisce mostri?

 

 



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