Delegazione europea per la pace bloccata tra Germania e Iraq: fin dove si spinge l’influenza di Erdogan?

30 detenuti a Erbil e un centinaio fermati in Europa. Sono politici, attivisti, giornalisti che intendono denunciare al mondo la condizione di guerra che vive il Kurdistan iracheno nel totale silenzio dei media internazionali.

Davide Grasso

Sabato ventisette cittadini europei, in gran parte tedeschi e svizzeri, sono stati bloccati dalle autorità aeroportuali tedesche a Dusseldorf. È stato loro consegnato un divieto di espatrio di trenta giorni. Negli stessi istanti altre trenta persone di diverse nazionalità europee venivano bloccate all’aeroporto di Erbil in Iraq (luogo cui i passeggeri di Dusseldorf erano diretti) e vedevano avviarsi le procedure di respingimento dal paese. Esistono quindi casi, anche se rarissimi, in cui sono europei – benché, ovviamente, viaggiatori “regolari” – a vedersi espulsi e respinti da un paese da cui di norma partono carovane di profughi che l’Europa tenta in ogni modo di respingere. Come in quei casi, ma in modo capovolto, in queste ore il governo del paese d’arrivo (l’Iraq, o più precisamente il Governo regionale del Kurdistan) è riuscito ad ottenere il blocco di almeno una parte dei potenziali viaggiatori nei paesi di partenza (Germania).

Gli europei in questione non sono naturalmente né profughi né migranti economici, e non è per la loro indigenza o per il loro numero che vengono rifiutati. L’opposizione istituzionale a questi viaggi dall’Europa al Medio oriente è direttamente, e non solo indirettamente, politica. Si tratta infatti della Delegazione per la pace e la libertà composta da politici, accademici, giornalisti, operatori umanitari e attivisti che intendono denunciare al mondo la condizione di guerra che vive il Kurdistan iracheno nel totale silenzio dei media internazionali. I bombardamenti turchi su quella regione proseguono dal 2015, ma negli ultimi tempi è stata avviata anche una vasta, letale offensiva di terra. Obiettivo dichiarato della Turchia è debellare il movimento di liberazione curdo, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Già nel 2016 truppe turche si erano stanziate a Bashiqa con questo obiettivo, nella provincia di Mosul. Da allora anno dopo anno, e nonostante le proteste del governo iracheno, le statali e le vallate della catena montuosa Zagros si sono riempite di truppe e addirittura di fortificazioni turche.

Queste operazioni hanno prodotto la morte in questi anni di migliaia di cittadini iracheni di lingua curda, combattenti della resistenza come civili. Pochi giorni fa è stato colpito per l’ennesima volta un campo profughi a Maxmur (tre vittime). L’ennesima guerra turca di cui non si parla e contro cui nessuno muove un dito (si pensi ai paralleli interventi unilaterali in Siria, Libia, Armenia) iniziò nei mesi in cui l’Isis faceva centinaia di morti alle manifestazioni di sinistra in Turchia e le unità curdo-siriane Ypg-Ypj liberavano Kobane e la strategica Tell Abyad in Siria. Il Pkk ha pagato in quei mesi un prezzo altissimo per proteggere i profughi ezidi in fuga dall’irachena Shingal, dove nel 2014 il gruppo fondamentalista ha trucidato cinquemila maschi adulti e deportato come schiave almeno altrettante donne e bambini. L’azione solitaria del Pkk contro l’Isis, mentre lo stato iracheno e le milizie “Peshmerga” della destra curda erano pressoché incapaci o indisponibili ad agire, ha collocato il movimento a un livello diverso dal passato nello scenario mediorientale e globale, producendo interlocuzioni diplomatiche o collaborazioni militari con i governi regionali, con la Russia, con gli Stati Uniti e i paesi dell’Ue.

L’espansione politica e militare di un movimento regionale d’impronta socialista, accanto alla tendenziale sconfitta delle formazioni islamiste sunnite siriane e irachene (che tra il 2012 e il 2014 Erdogan aveva appoggiato con tutti i mezzi) ha portato a una corsa ai ripari della politica regionale turca nel suo “estero vicino”, volta in modo più classico e “modesto” a reprimere i partiti curdi meno disponibili alla cooptazione. Questo ha condotto anche a forme di controllo territoriale esterno su cui sperimentare processi di ingegneria demografica, ossia di pulizia etnica e politico-culturale, che risolvessero per sempre “l’anomalia curda”.

Sarebbe sbagliato concepire questo scontro come meramente nazionale: gran parte della sinistra democratica turca (12% degli elettori) è contraria a queste guerre e guarda al Pkk come a una fonte d’ispirazione, così come esiste un partito di destra curdo che Erdogan può usare come testa di ponte in Iraq. È il Partito democratico del Kurdistan fondato sul clan conservatore e tradizionalista dei Barzani, che in nome di una sorta di anticomunismo clientelare-mafioso pratica una politica di appoggio alla Turchia in funzione anti-Pkk fin dal 1992. La comune difesa di interessi economici e di una concezione della società tradizionalista e patriarcale non sono per la prima volta elementi in grado di produrre alleanze oltre i sentimenti nazionali e i confini.

Il clan Barzani, nonostante il nome del suo partito, controlla parte del Kurdistan iracheno grazie a forzature giuridiche, a pestaggi di parlamentari dell’opposizione e a continui e pretestuosi rinvii delle elezioni. Gode però dell’appoggio della Nato – Italia in testa – fin dalle guerre anti-Saddam e successivamente per ragioni commerciali, essendo l’area ricchissima di petrolio. Gli altri partiti del Kurdistan iracheno si oppongono però al Pdk: è il caso dell’Unione patriottica del Kurdistan o Upk (una sorta di centro) e di Gorran, la novità “populista” degli ultimi anni. Questa opposizione curda al Pdk è aumentata in queste settimane a causa dell’inedita scelta del partito dei Barzani di accompagnare non solo politicamente, ma anche militarmente le incursioni turche in Iraq contro il Pkk.

Il clan Barzani basa il suo potere in Kurdistan su strutture clientelari e, nel caso dell’Iraq, anche su una delle due principali confraternite Sufi dell’area: i Naqshbandi, raggruppamento religioso di cui anche Erdogan, sul versante turco, fa parte. Lo scopo della Delegazione europea in partenza per l’Iraq era promuovere un dialogo tra tutti i partiti curdo- iracheni, dal Pdk al Pkk, sperando che i partiti di centro potessero svolgere una mediazione ed evitare una guerra civile di cui la popolazione, già sfinita dagli eventi dello scorso decennio e dalla crisi pandemica, non sente alcun bisogno. Ne sente però il bisogno il governo turco che, ancora una volta, investe sulla violenza per distrarre la sua opinione pubblica dai crescenti problemi interni.

Mentre il primo ministro del Kurdistan iracheno Masrour Barzani, del Pdk (fidatissimo di Erdogan) era in viaggio in Europa, una nota del suo ministero della difesa accusava (10 giugno) l’annunciata Delegazione europea di essere uno «strumento per distruggere la stabilità nella regione». Di quale stabilità si tratti, tra auto di civili colpite da droni, incursioni militari e bombardamenti di campi profughi, non è dato sapere; ma sabato, due giorni dopo, la Germania ha scelto per la prima volta di impedire con la forza a suoi cittadini e non solo di abbandonare lo spazio di Schengen per recarsi in una zona extra-Ue per scopi politici, umanitari e d’informazione. Mentre Erdogan era a Bruxelles per il summit Nato i delegati europei giunti in Iraq (tra cui rappresentanti eletti nelle istituzioni tedesche) venivano circondati da uomini armati del Pdk e sequestrati in un hotel di Erbil affinché non potessero raggiungere la sede Onu della città, e il giornalista italiano Federico Venturini veniva espulso dal paese senza tanti complimenti.

L’unica interazione umana e politica rimasta tra noi e chi vive in quelle regioni è legata alle migrazioni economiche ed umanitarie verso l’Europa. Se i nostri governi non si mettessero puntualmente di traverso, per giunta in combutta con le forze più reazionarie del mondo musulmano, potremmo costruire anche forme di collaborazione e confronto differenti, che darebbero ai mediorientali un’idea diversa, e meno fosca e uniforme, degli europei. In Europa c’è chi pensa che gli sbarchi sulle nostre coste da quei territori siano “un’invasione”. Non si rendono conto di quale effetto abbia fatto in questi decenni sui mediorientali, semmai, non veder mai arrivare un europeo che non fosse nel migliore dei casi un turista e nel peggiore il pilota di un bombardiere. Arrivare per conoscersi, fare politica insieme e collaborare: pur di impedirlo le istituzioni dei paesi della Nato e dell’Ue sono disposte ad agire in modo arbitrario e lesivo delle libertà politiche e di movimento degli europei stessi. Non sia mai che qualcuno inizi a colmare il fossato che, tra i due lati del Mediterraneo, quelle stesse istituzioni hanno scavato nella storia.



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